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Scultura del Rinascimento

San Matteo

Firenze

San Matteo

I blocchi di Carrara giunsero tra il 1504 e il 1505; Matteo fu il primo affrontato. Michelangelo ne sbozzò solo una parte prima di partire per Roma al servizio di Giulio II, rescindendo il contratto il 18 dicembre 1505 Avrebbe forse ripreso brevemente l'opera nel 1506, al ritorno a Firenze dopo la lite col papa. Il San Matteo restò incompiuto nella bottega dell'Opera, poi fu a lungo conservato a Firenze prima di entrare alla Galleria dell'Accademia, dove oggi precede la tribuna del David, tra i Prigioni.

Elementi notevoli

Un'alta figura d'Apostolo appena liberata dal blocco: Matteo pare torcersi per uscire dalla materia grezza. La gamba e il torso emergono, potentemente modellati, mentre la testa, le braccia e il fianco destro restano presi nel marmo non lavorato. Si vedono ancora, in superficie, i segni degli strumenti — la gradina, lo scalpello — come fissati in piena opera. Il corpo è colto in una torsione violenta, un'anca sporgente, un moto a spirale. È l'esempio per eccellenza del non-finito: l'opera incompiuta diventa documento del gesto stesso dello scultore.

Significato

Nell'aprile 1503 l'Opera del Duomo commissiona a Michelangelo dodici Apostoli di marmo, alti circa 2,2 m, per le nicchie dei piloni sotto la cupola della cattedrale — uno all'anno Il San Matteo fu il solo iniziato. Michelangelo, chiamato a Roma da Giulio II tra fine 1505 e 1506, abbandonò il progetto, poi rescisso. L'opera vale dunque doppio: come unica traccia di un ciclo mancato, e come manifesto involontario del non-finito — quell'estetica dell'incompiuto in cui la figura pare lottare per nascere dalla pietra, rivelando l'idea michelangiolesca della scultura come liberazione di una forma prigioniera del blocco.

Simbolismo e lettura iconografica

Per Michelangelo scolpire non era aggiungere ma togliere: la figura preesiste nel blocco, e l'artista la libera. Il San Matteo incompiuto rende visibile questo credo: l'Apostolo pare prigioniero della materia, in lotta per strapparsene — immagine dell'anima captiva del corpo, tema neoplatonico caro allo scultore. L'incompiutezza, qui accidentale, assume una forza quasi teologica: la creazione come liberazione, la forma come promessa sepolta nella pietra. Il santo, patrono dei cambiavalute ed evangelista, non ha avuto tempo di ricevere i suoi attributi.

La parola alla guida

Non cercate una statua « fallita »: guardate un capolavoro che sta nascendo. Seguite la gamba e il fianco sinistri, netti, levigati, poi risalite alla testa appena abbozzata, ancora murata nel marmo: sorprendete la mano di Michelangelo a metà del cammino. Individuate i segni degli strumenti sulla superficie — ogni solco è un gesto conservato. Sentite la torsione a spirale del corpo, quell'energia che sembra spingere la figura fuori dal blocco. Accostatelo col pensiero ai vicini Prigioni: la stessa lotta della forma contro la pietra.

Segreti e misteri

  • Il solo dei dodici Apostoli commissionati a Michelangelo a essere stato iniziato; gli altri undici non videro mai la luce.
  • Capolavoro del non-finito: l'incompiutezza rivela il metodo e il gesto dello scultore.
  • Michelangelo abbandonò l'opera partendo per Roma al servizio di Giulio II (contratto rescisso il 18 dicembre 1505).
  • Vi si leggono ancora i segni degli strumenti fissati nel marmo.
  • Dialoga, all'Accademia, con i Prigioni (Schiavi) incompiuti, altra grande testimonianza del non-finito.

Analisi delle emozioni

L'opera turba perché è sospesa: né pietra grezza, né statua finita, ma un tra-due in cui la vita affiora senza liberarsi. Si prova una tensione fisica, quasi dolorosa — il corpo sembra dibattersi, prigioniero. Questa incompiutezza, lungi dal deludere, commuove: si assiste all'istante della creazione, si vede la mano dell'artista al lavoro, si intuisce lo sforzo. Molti trovano nel non-finito una bellezza superiore a quella del finito, come se la figura, lottando per nascere, dicesse qualcosa della nostra stessa condizione.

Lo sapevi?

Il San Matteo è il fantasma di un progetto colossale: dodici giganti di marmo dovevano popolare i piloni del Duomo di Firenze. Michelangelo ne cominciò uno solo — e non lo finì. Chiamato a Roma da Giulio II per un cantiere ancora più vasto (la sua tomba, poi la Sistina), lasciò l'Apostolo a mezza taglia, per sempre fissato nel suo affiorare. Il caso di una carriera ha così fatto di un'opera abbandonata una delle più eloquenti lezioni di scultura che esistano: quella del gesto colto dal vivo.