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Protagonisti del Rinascimento

Buonarroti, dit Michel-Ange

Buonarroti, dit Michel-Ange

«Vidi un angelo nel marmo e scolpii finché non lo liberai.»

Contributi e opere

Lo chiamarono «il Divino», e per una volta la parola non ha nulla di esagerato. Già in vita Michelangelo Buonarroti passa per il più grande artista che l'Italia abbia mai generato, un uomo il cui scalpello sembra strappare al marmo una verità che nessun altro sapeva vedere. Si sente scultore prima di ogni altra cosa — scultore fino alla punta delle dita — ed è nella pietra che consegna i suoi capolavori più folgoranti. La Pietà vaticana, scolpita quando ha appena ventiquattro anni, mostra una Vergine di dolcezza struggente che regge il Cristo morto; lì la lucentezza del marmo si fa carne, panneggio, lacrima trattenuta. Pochi anni dopo, il David di Firenze — oltre quattro metri di tensione contenuta — impone l'immagine di un eroe che pensa prima di agire, e diventa da solo un simbolo della città.

Poi arriva l'audacia più temeraria di tutto il Rinascimento. Papa Giulio II gli commissiona di dipingere la volta della Cappella Sistina. Michelangelo, che si dice pittore mediocre e recalcitra, finisce per accettare — e sceglie di reggere quasi da solo quell'immenso cantiere, centinaia di metri quadrati coperti da decine di figure, la Creazione di Adamo al centro, quelle due dita tese che non si toccano del tutto e sono diventate uno dei gesti più celebri dell'arte occidentale. Quattro anni con la nuca spezzata, la schiena piegata, il colore che gli cade sul viso. Il risultato sbalordisce l'Europa. Vent'anni più tardi, tornato nella stessa cappella, dipinge sulla parete dell'altare un Giudizio universale vorticoso, terribile, dove i corpi salgono e precipitano in una gravitazione di anime.

È qui che va nominata la sua cifra più riconoscibile: la terribilità. La parola dice una potenza che intimidisce, una grandezza che quasi schiaccia chi la guarda. Le sue figure sono muscolose, tese, abitate da un'energia che pare pronta a spezzare la pietra o l'affresco. Dove altri cercano la grazia, lui cerca la forza e l'anima in lotta. Questa intensità la si ritrova nei suoi Prigioni incompiuti, che sembrano dibattersi per uscire dal blocco, come se la materia stessa resistesse allo spirito.

E l'uomo non si ferma mai. Fattosi vecchio, si fa architetto e prende in carico il più grande cantiere della cristianità: la basilica di San Pietro a Roma, di cui concepisce la formidabile cupola che ancora oggi domina la città. Lavora quasi fino alla morte, a ottantotto anni, età immensa per l'epoca. Scrive anche poesie — sonetti sull'amore, la bellezza, la fede e la morte — perché questo colosso del marmo era anche un poeta tormentato. Pochi artisti avranno abbracciato tanti ambiti con simile altezza.

Aneddoto memorabile

Adolescente, alla scuola del giardino dei Medici dove il giovane Michelangelo si formava, avrebbe deriso il lavoro di un compagno scultore più anziano, Pietro Torrigiano. Furioso, questi gli sferrò un pugno che gli ruppe il naso. Michelangelo ne conservò per tutta la vita un profilo schiacciato, ben visibile nei suoi ritratti — cicatrice di un genio che, già da giovane, non le mandava a dire. Torrigiano, invece, dovette poi lasciare Firenze.

Influenze ricevute

Formato a Firenze nella bottega del pittore Domenico Ghirlandaio, poi nel cerchio dei Medici attorno a Lorenzo il Magnifico, dove frequenta umanisti e collezioni di antichi. Lo studio appassionato della scultura greco-romana e dell'anatomia del corpo umano — nutrito di dissezioni — plasma il suo ideale della figura. Guarda anche a Donatello e alla grande tradizione fiorentina, e si misura per tutta la vita con la pittura del suo maggiore e rivale Leonardo da Vinci.

Influenze esercitate

La sua impronta sull'arte occidentale è incalcolabile. La terribilità e il manierismo dei corpi che impone aprono la strada a un'intera generazione, per poi nutrire l'arte barocca e la sua ricerca del movimento e del pathos. Artisti di ogni secolo, fino a Rodin, si richiameranno al suo modo di far vivere la pietra. La cupola di San Pietro diventa un modello per innumerevoli edifici. Ancora oggi il David, la Pietà e la Creazione di Adamo figurano tra le immagini più conosciute dell'umanità.

Importanza storica

Michelangelo incarna il vertice assoluto del Rinascimento: l'artista totale, insieme scultore, pittore, architetto e poeta, capace di genio in ogni disciplina. La sua audacia — accettare da solo l'immensa volta Sistina, innalzare una cupola sopra Roma, creare fino a ottantotto anni — ha spinto oltre i limiti di ciò che un uomo poteva compiere. Ma il «Divino» era anche profondamente umano: carattere ombroso e solitario, in urto con i papi che lo impiegavano come con i suoi rivali Leonardo, Bramante e Raffaello; di un'avarizia tenace nonostante una fortuna considerevole; assillato, invecchiando, dal dubbio e da una fede angosciata. È forse questo a renderlo così grande: quella potenza sovrumana annidata in un uomo difficile, inquieto, mai soddisfatto di sé — un gigante che non ha mai smesso di voler liberare l'angelo imprigionato nella pietra.