Il programma statuario del Campanile di Giotto si estende su decenni. Donatello vi contribuisce dal 1415 al 1436 circa: l'Abacuc/Zuccone verso il 1423-1425, il Geremia più tardi, verso il 1427-1435 Altre mani — Nanni di Bartolo, tra le altre — partecipano all'insieme. Le statue, dapprima distribuite su più facciate, furono ricollocate: verso il 1464 quattro di esse passarono sul lato ovest Gli originali delle sedici statue del secondo ordine sono oggi al Museo dell'Opera del Duomo; delle copie occupano le nicchie del campanile.
Elementi notevoli
Una serie di statue di marmo a grandezza naturale, concepite per le nicchie del Campanile di Giotto e oggi allineate in una galleria del museo. Sono profeti dell'Antico Testamento, in piedi, drappeggiati, ciascuno con la propria fisionomia. I più celebri sono di Donatello: l'Abacuc, detto « lo Zuccone », dal cranio nudo e dal volto scavato, quasi emaciato; e il Geremia, cupo e teso. Lontani dai santi idealizzati, sono uomini consumati, magri, dallo sguardo duro — ritratti di esseri reali più che icone. Visti dal basso, nella nicchia, i corpi erano volutamente deformati per la prospettiva.
Significato
I Profeti del Campanile segnano la nascita di un realismo radicale nella scultura fiorentina. Donatello rompe con la bellezza levigata: i suoi profeti sono brutti, vecchi, intensamente umani — la verità contro l'ideale. Lo Zuccone, in particolare, è ritenuto una delle vette della sua arte, un volto di verità quasi brutale. Queste figure introducono l'individualità, l'espressione psicologica, la presenza carnale nell'arte sacra. Fanno parte anche di un vasto programma collettivo: più scultori — Donatello, Nanni di Bartolo e altri — hanno popolato il campanile, facendo del cantiere una somma della statuaria fiorentina del primo Quattrocento.
Simbolismo e lettura iconografica
I profeti dell'Antico Testamento annunciano la venuta del Cristo: collocarli sul campanile, accanto alla cattedrale, significava erigere gli araldi della fede alla soglia della casa di Dio. Ma Donatello sposta il senso: i suoi profeti non sono simboli astratti, sono voci umane, sfinite d'aver gridato la verità. La loro bruttezza stessa è un messaggio: la santità non sta nella bellezza del corpo ma nell'intensità dell'anima. Lo Zuccone, figura del profeta che parla senza essere ascoltato, diventa l'emblema della parola vera e solitaria, disprezzata dal mondo.
La parola alla guida
Fermatevi davanti allo Zuccone: quel cranio nudo, quelle guance scavate, quella bocca socchiusa — Donatello non ha scolpito un santo, ma un uomo, quasi un misero ispirato. Notate come il corpo sia un po' sproporzionato: è voluto, perché la statua doveva essere vista dal basso, a venti metri d'altezza, nella sua nicchia. Passate agli altri profeti e confrontate: ciascuno ha il suo carattere, la sua stanchezza, la sua ira. Ricordate che ciò che vedete qui, al museo, è l'originale; sul campanile, fuori, vi attendono delle copie.
Segreti e misteri
- L'Abacuc di Donatello è soprannominato « lo Zuccone » — « la zucca », per il cranio nudo.
- L'identità biblica esatta dello Zuccone (Abacuc? altro profeta?) resta discussa.
- Corpi deliberatamente deformati per essere visti dal basso, a ~20 m d'altezza.
- Opera collettiva: Donatello, Nanni di Bartolo e altri si spartiscono il programma.
- Verso il 1464, più statue furono spostate sul lato ovest.
- Originali al Museo dell'Opera del Duomo, copie sul campanile.
Analisi delle emozioni
Questi profeti sconvolgono per la loro umanità senza belletto. Davanti allo Zuccone non si prova né devozione serena né ammirazione estetica, ma uno shock: la presenza di un uomo reale, consumato, abitato da una convinzione divorante. La loro magrezza, le rughe, lo sguardo duro ispirano un'empatia grezza — si legge su di loro il peso d'aver portato una parola troppo greve. Vi è qualcosa di cupo, di intenso, quasi doloroso, ben lontano dalla dolcezza robbiana. Donatello ci pone di fronte alla verità nuda della condizione umana, e questa franchezza, cinque secoli dopo, afferra ancora.
Lo sapevi?
La tradizione, riferita dal Vasari, vuole che Donatello, tutto preso dal suo Zuccone, lo apostrofasse mentre lo scolpiva — « Favella, favella! » (« Parla, parla dunque! ») — tanto la figura gli pareva viva. Si dice anche che giurasse « per la fede che porto al mio Zuccone », segno dell'affetto particolare che nutriva per quella statua tanto brutta e tanto vera. Racconto senz'altro abbellito, ma fedele allo spirito dell'opera: Donatello vi aveva messo tanta vita che, diceva, le mancava solo la parola.

