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Scultura del Rinascimento

Prigioni (gli Schiavi)

Firenze

Prigioni (gli Schiavi)

Il sepolcro di Giulio II, commissionato nel 1505, prevedeva in origine una moltitudine di « Prigioni » (fino a sedici o venti), ridotti nelle versioni successive. Questi quattro Schiavi furono scolpiti verso il 1519-1534, poi abbandonati quando i Prigioni sparirono dal progetto definitivo. Michelangelo li donò, o passarono, al granduca Cosimo I nel 1564; furono collocati nella grotta del giardino di Boboli, dove restarono fino ai primi del Novecento prima di raggiungere l'Accademia. Oggi fiancheggiano la galleria che conduce al David.

Elementi notevoli

Quattro figure maschili colossali, non finite, sembrano dibattersi per strapparsi al blocco di marmo grezzo da cui emergono. Sono dette di solito lo Schiavo giovane, lo Schiavo barbuto, l'Atlante (con la testa ancora presa nella pietra) e lo Schiavo che si ridesta. Alcune parti — un torso, una coscia — sono levigate, quasi vive; altre restano allo stato di abbozzo, segnate dai colpi di gradina e scalpello. Il marmo conserva ovunque la traccia del gesto. Non sono rovine: sono corpi prigionieri, colti nello sforzo stesso di nascere.

Significato

I Prigioni sono il laboratorio visibile di Michelangelo e il manifesto involontario del non finito, l'incompiuto eretto a linguaggio. Pensati per il monumentale sepolcro di Giulio II — progetto smisurato, di continuo ridotto, mai concluso, che Michelangelo chiamò « la tragedia della sepoltura » —, dovevano ornarne il basamento, figure incatenate addossate a pilastri. Rimasti in bottega, mostrano lo scultore al lavoro come nessun'opera finita potrebbe: la sua convinzione che la figura fosse già nel blocco, e che bastasse liberarla.

Simbolismo e lettura iconografica

L'interpretazione resta aperta, e in ciò sta parte della loro forza. Secondo alcune letture antiche, questi prigionieri figurerebbero le province sottomesse da Giulio II, o le arti prigioniere, orfane alla morte del papa. Una lettura più filosofica vi vede l'anima umana incatenata alla materia, che lotta per liberarsene — il corpo prigione dello spirito, tema neoplatonico caro al circolo fiorentino. L'incompiutezza stessa fa senso: la forma prigioniera della pietra è l'immagine di ogni esistenza che cerca di venire alla luce.

La parola alla guida

Camminate lentamente lungo i quattro: ciascuno è a uno stadio diverso di finitura, e insieme raccontano la nascita di una statua. Avvicinatevi all'Atlante, la cui testa è ancora tutta prigioniera del blocco: guardate la forza che pare spingere dall'interno. Individuate le zone levigate contro le zone grezze, i solchi lasciati dagli strumenti. Non guardateli come opere fallite, ma come un gesto arrestato: Michelangelo diceva di liberare la figura dal marmo — qui sorprendete la liberazione in atto. Poi alzate gli occhi: in fondo alla galleria, la figura finalmente libera, il David.

Segreti e misteri

  • Quattro figure non finite: lo Schiavo giovane, lo Schiavo barbuto, l'Atlante e lo Schiavo che si ridesta.
  • Emblemi del non finito: vi si vedono gli strumenti di Michelangelo all'opera, colpi di scalpello e di gradina.
  • Pensati per il sepolcro di Giulio II, progetto di continuo ridotto che l'artista chiamò « la tragedia della sepoltura ».
  • Altri DUE Schiavi di Michelangelo, più rifiniti (lo Schiavo morente, lo Schiavo ribelle), sono al Louvre: appartengono a una fase anteriore dello stesso sepolcro, non sono questi quattro.
  • Rimasti nella grotta di Boboli fino ai primi del Novecento prima dell'Accademia.

Analisi delle emozioni

Nulla turba quanto questi corpi mezzo nati. Si crede di vedere lo sforzo, quasi di udire la lotta del marmo contro sé stesso. L'incompiuto, qui, non frustra: sconvolge, perché rende visibile la battaglia della creazione — e, per metafora, quella di ogni vita che cerca di districarsi da ciò che la trattiene. Si prova una tensione fisica, quasi dolorosa, e insieme un'immensa tenerezza per queste figure prigioniere. Molti li preferiscono al David: meno perfetti, sono più umani.

Lo sapevi?

Michelangelo paragonava la scultura a una liberazione: la figura, diceva, esiste già tutta intera nel blocco, e lo scultore non fa che togliere il superfluo per liberarla. In nessun luogo quest'idea è così tangibile come davanti ai Prigioni, dove si vedono letteralmente corpi mezzo strappati alla loro gangue di pietra. Che questi quattro siano incompiuti per rinuncia più che per scelta non cambia la lezione: sono divenuti, loro malgrado, la più bella illustrazione della sua concezione dell'arte.