Nel 1401 l'Arte di Calimala bandisce il concorso per dotare il Battistero di San Giovanni di una seconda porta. Ghiberti vince e lavora dal 1403 al 1424, con una vasta bottega. Collocati dapprima sul portale orientale di fronte al Duomo, i battenti furono spostati a nord dopo il compimento della Porta del Paradiso. Gli originali, fragili, sono stati rimossi e trasferiti al Museo dell'Opera del Duomo, dove sono esposti dopo un lungo restauro (concluso verso il 2015) che ha fatto riemergere la doratura; una copia occupa oggi il vano del Battistero.
Elementi notevoli
Due grandi battenti di bronzo dorato, scanditi in ventotto formelle uguali, ciascuna racchiusa in una cornice a losanga quadrilobata, ereditata dalla vicina porta gotica di Andrea Pisano. Venti formelle narrano la vita di Cristo; le otto in basso recano i quattro Evangelisti e i quattro Padri della Chiesa, seduti. Attorno alle cornici corre un fregio di fogliami, fiori e testine a tutto tondo — tra cui, si dice, l'autoritratto di Ghiberti. Le scene, a basso rilievo, uniscono l'oro lucente del fondo al modellato sottile dei panneggi: siamo ancora nell'eleganza sinuosa del gotico internazionale, ma la profondità comincia a scavarsi. Al centro, la firma: « OPVS LAVRENTII FLORENTINI ».
Significato
È l'opera che avvia la carriera di Ghiberti e, con essa, un'intera arte del bronzo fiorentino. Nasce dal celebre concorso del 1401, in cui la corporazione mise a confronto i migliori orafi per una nuova porta: Ghiberti, a ventuno anni, prevalse su Brunelleschi (le due formelle di prova, il Sacrificio di Isacco, sono al Bargello). Per oltre vent'anni la sua bottega — passaggio obbligato della giovane generazione — mise a punto le tecniche di fusione e doratura che renderanno possibile la statuaria bronzea del Rinascimento. La Porta Nord è il laboratorio da cui uscirà il capolavoro successivo.
Simbolismo e lettura iconografica
La porta è una soglia: varcare il Battistero significa entrare nella vita cristiana con il battesimo, e il programma lo dice. Le venti scene della vita di Cristo, dall'Annunciazione alla Pentecoste, svolgono la storia della salvezza; sotto, i quattro Evangelisti che l'hanno scritta e i quattro Padri che l'hanno interpretata fondano l'autorità della Chiesa. L'oro non è ornamento: è luce increata, cielo senza luogo in cui le figure paiono fluttuare. La ricchezza stessa del materiale — il bronzo dorato, costosissimo — proclama la potenza della corporazione che dona la porta alla città.
La parola alla guida
Partite dalla cornice: questa losanga a quattro lobi Ghiberti non la scelse, la ereditò dalla vecchia porta gotica — confrontatela con la Porta del Paradiso, lì accanto, dove finalmente se ne libererà. Seguite poi il racconto dal basso verso l'alto: la lettura sale, contro la nostra abitudine. Avvicinatevi ai fondi: dove il gotico posava le figure sull'oro, Ghiberti comincia timidamente ad aprire uno spazio, un paesaggio. Cercate infine, nel fregio, le testine sporgenti: la tradizione vi riconosce il volto dell'artista, calvo, con un turbante.
Segreti e misteri
- La porta è la posta in gioco del concorso del 1401, vinto da Ghiberti su Brunelleschi: atto di nascita simbolico del Rinascimento fiorentino.
- Conta 28 formelle: 20 scene del Nuovo Testamento, più 4 Evangelisti e 4 Dottori della Chiesa in basso.
- La cornice quadrilobata riprende quella gotica di Andrea Pisano: Ghiberti dialoga col predecessore prima di rompere.
- Una delle testine del fregio è ritenuta un autoritratto di Ghiberti.
- Gli originali hanno lasciato il Battistero per il Museo dell'Opera del Duomo; una copia li sostituisce in situ.
Analisi delle emozioni
Colpisce anzitutto lo splendore: una parete d'oro ordinata, paziente, quasi ipnotica a forza di regolarità. Poi l'occhio entra nelle scene e il sentimento cambia — vi si coglie la dolcezza di un'arte ancora gotica, le sue curve tenere, i gesti trattenuti, come le ultime eleganze di un mondo che finisce. C'è in questa porta qualcosa di una soglia in senso pieno: si avverte una civiltà sul punto di mutare, tra la grazia ereditata e l'audacia che viene. L'ammirazione si tinge di pazienza: è un'opera di vent'anni, e lo si sente.
Lo sapevi?
Il concorso del 1401 è rimasto il racconto fondativo della scultura fiorentina. Sette orafi dovevano trattare lo stesso soggetto — il Sacrificio di Isacco — nella stessa cornice quadrilobata. La tradizione, riferita dallo stesso Ghiberti nei suoi « Commentari », vuole che la giuria, divisa, abbia infine scelto la sua formella; Brunelleschi, sconfitto, avrebbe allora abbandonato la scultura per l'architettura — e dato a Firenze la sua cupola. Le due prove rivali, quella di Ghiberti e quella di Brunelleschi, si fronteggiano ancora al Bargello.

