Donatello realizzò il gruppo negli ultimi anni, verso il 1457-1464, per i Medici — ornava, si ritiene, un giardino o un cortile del palazzo di famiglia. Nel 1495, dopo la cacciata dei Medici, la città se ne impossessò e lo collocò sulla ringhiera di Palazzo della Signoria come simbolo repubblicano, cancellando le iscrizioni medicee a favore di un motto di libertà. Spostata più volte nei secoli, oggi è conservata all'interno di Palazzo Vecchio (Sala dei Gigli), mentre una copia occupa l'esterno. È stata restaurata di recente.
Elementi notevoli
Gruppo di bronzo alto circa 2,36 m: Giuditta, in piedi, panneggiata, afferra con una mano i capelli di Oloferne accasciato e leva con l'altra la spada. Il nemico, ebbro e vinto, si affloscia tra le sue gambe, corpo molle già mezzo morto. La verticalità dell'eroina schiaccia l'orizzontale del corpo abbattuto. Il bronzo fu fuso in più parti — undici secondo gli studi — per agevolare la doratura; ne restano tracce, soprattutto sulla spada. Un cuscino e i rilievi di baccanali sulla base ricordano l'ubriachezza fatale del generale.
Significato
Giuditta, la vedova ebrea che decapita il generale assiro Oloferne per salvare la sua città, incarna il debole che abbatte il tiranno. In Donatello non è più il trionfo squillante ma l'istante grave, quasi rituale, del gesto di giustizia. Commissionata dai Medici, l'opera mutò radicalmente senso nel 1495: cacciati da Firenze, i Medici videro il loro bronzo confiscato dalla Repubblica ed eretto davanti a Palazzo della Signoria come emblema della libertà riconquistata. Vi si incise una nuova iscrizione che celebrava la caduta dei tiranni: la scultura privata divenne monumento civico.
Simbolismo e lettura iconografica
Giuditta figura l'Umiltà e la Giustizia che abbattono la Superbia e la Lussuria incarnate da Oloferne — i baccanali del basamento indicano l'ubriachezza come vizio fatale. Politicamente è l'emblema del popolo che abbatte il tiranno: per questo la Repubblica ne fece la propria insegna nel 1495. La spada levata non è furore ma sentenza; la postura verticale dell'eroina sul corpo accasciato traduce in immagine la gerarchia morale: la virtù domina il vizio. L'iscrizione civica aggiunta fece del gesto biblico una lezione rivolta a chiunque volesse asservire Firenze.
La parola alla guida
Giratele attorno: Donatello la concepì per essere vista da ogni lato, e ogni angolazione rivela una fase del dramma. Di fronte Giuditta appare calma, quasi assente; di profilo emerge la violenza del gesto sospeso. Abbassate lo sguardo su Oloferne: il corpo abbandonato, la testa ciondolante, dicono l'ebbrezza e l'impotenza. Cercate le tracce di doratura sulla lama. Leggete infine la base e le sue scene di gozzoviglia: spiegano la vicenda — è abusando del vino che il tiranno si è consegnato alla rovina.
Segreti e misteri
- Emblema repubblicano confiscato ai Medici: eretta davanti al palazzo pubblico nel 1495 dopo la loro caduta.
- Il bronzo fu fuso in più parti (undici secondo gli studi) per agevolare la doratura; ne restano tracce sulla spada.
- I rilievi di baccanali del basamento indicano l'ebbrezza come causa della sconfitta di Oloferne.
- Opera tarda di Donatello, di un'arte aspra e spoglia.
- L'originale è all'interno di Palazzo Vecchio (Sala dei Gigli); una copia è all'esterno.
Analisi delle emozioni
L'opera turba per la sua gravità fredda. Non vi si legge né esaltazione né orrore teatrale, ma una determinazione quasi dolorosa: Giuditta compie un atto terribile senza trionfo, come un dovere. Il corpo cascante di Oloferne, così umano nella sua rovina, desta una pietà inattesa per il vinto. Questa tensione tra giustizia necessaria e violenza intima rende la scena moderna, inquietante. Si esce dal confronto con la sensazione di aver contemplato non una vittoria, ma il peso di un gesto che non si può più ritirare.
Lo sapevi?
Nata come bronzo privato dei Medici, Giuditta divenne contro di loro il simbolo della città libera. Quando la Repubblica li cacciò nel 1495, collocò l'opera davanti al palazzo con un'iscrizione che proclamava la rovina dei tiranni per virtù dei cittadini. Ironia della Storia: la stessa scultura, al ritorno dei Medici, imbarazzò per il suo messaggio, e fu spostata più volte. Oggetto politico conteso per secoli, nel 2024, dopo il restauro, ha ritrovato il suo posto all'interno di Palazzo Vecchio.

