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Scultura del Rinascimento

Fontana dell'Acqua Felice (Fontana del Mosè)

Roma

Fontana dell'Acqua Felice (Fontana del Mosè)

Eletto nel 1585, Sisto V (Felice Peretti) avvia grandi opere urbanistiche e fa restaurare un acquedotto che porterà il suo nome, l'Acqua Felice. Domenico Fontana concepisce il terminale ad arco di trionfo (1585-1588). Il Mosè centrale è scolpito nel 1588 da Leonardo Sormani e Prospero Antichi, detto il Bresciano. I rilievi laterali sono affidati a Giovanni Battista della Porta (Aronne) e a Flaminio Vacca e Pietro Paolo Olivieri (Gedeone/Giosuè). I quattro leoni egizi antichi, provenienti da un monumento presso il Pantheon, furono in seguito rimossi e sostituiti da copie.

Elementi notevoli

Una facciata a forma di arco di trionfo antico, a tre grandi arcate, addossata a un muro. Al centro, sotto l'arcata principale, un colossale Mosè di marmo, barbuto, il braccio levato, mentre percuote la roccia o indica l'acqua scaturita nel deserto. Ai lati, due bassorilievi: Aronne che guida il popolo, e Gedeone (o Giosuè) e i suoi soldati che bevono. In basso, quattro leoni versano l'acqua nelle vasche — in origine autentici leoni egizi antichi, oggi sostituiti da copie. Il tutto, monumentale e un po' rigido, celebra l'acqua ritrovata.

Significato

La fontana segna l'arrivo trionfale dell'Acqua Felice, acquedotto restaurato da Sisto V per ridare acqua ai colli di Roma, a lungo privi di sorgenti dall'Antichità. È un atto politico oltre che pubblico: il papa si pone come nuovo costruttore, pari agli imperatori. La scelta di Mosè che fa sgorgare l'acqua dalla roccia è limpida — il pontefice è il nuovo Mosè che disseta il suo popolo. Ma l'ambizione schiacciò l'esecuzione: il Mosè, giudicato pesante e sproporzionato, divenne subito lo zimbello di Roma, esempio celebre del colosso mancato.

Simbolismo e lettura iconografica

Tutto il programma dice l'acqua donata al popolo da un capo ispirato da Dio. Mosè che percuote la roccia (Esodo), Aronne che guida gli Ebrei assetati, Gedeone che prova i suoi soldati alla sorgente: tre episodi biblici dell'acqua nel deserto, trasposti a Roma. Il papa Sisto V si cala nella figura di Mosè — il pastore che disseta il gregge — per sacralizzare un'impresa idraulica. L'arco di trionfo preso agli imperatori romanizza e magnifica l'opera. I leoni antichi, reimpiegati, legano la Roma dei papi alla Roma imperiale e all'Egitto conquistato.

La parola alla guida

Fate un passo indietro: la fontana è costruita come un arco di trionfo romano, messaggio dichiarato di potenza pontificia. Poi guardate il Mosè centrale senza indulgenza — e capirete perché i romani lo derisero: la testa pare troppo grossa, la posa rigida, la scala mal accordata ai rilievi vicini. Confrontatelo, col pensiero, al Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli, poco distante: il contrasto è crudele. Osservate infine i leoni in basso e i rilievi laterali, più riusciti. Qui si visita tanto un capolavoro d'ingegneria quanto un fallimento scultoreo divenuto leggendario.

Segreti e misteri

  • Il Mosè centrale passa per una delle statue più derise di Roma — il « Mosè ridicolo » — giudicato pesante e sproporzionato.
  • La tradizione vuole che lo scultore, per la vergogna, ne sia morto di crepacuore o si sia ucciso: gli storici vi vedono una leggenda infondata.
  • Lo si contrappone senza pietà al Mosè di Michelangelo poco distante (San Pietro in Vincoli).
  • L'acquedotto e la fontana portano il nome di battesimo del papa, Felice — da cui « Acqua Felice ».
  • I leoni alla base sono copie: gli originali erano leoni egizi antichi reimpiegati.

Analisi delle emozioni

L'Acqua Felice suscita un sentimento diviso, quasi divertito. Si ammira l'ampiezza, il rumore dell'acqua, la teatralità dell'arco — poi lo sguardo inciampa su questo Mosè maldestro, e si sorride senza volerlo. Raro caso di opera monumentale che commuove per il suo fallimento più che per la perfezione: rende umana la smisuratezza papale, ricorda che accanto ai geni lavoravano artigiani sopraffatti dalla commissione. C'è tenerezza in questa derisione secolare: Roma ha tenuto il suo « brutto Mosè » e un po' lo ama per questo.

Lo sapevi?

Fin dallo svelamento, il Mosè scatenò i sarcasmi dei romani: troppo massiccio, mal proporzionato, fu soprannominato il « Mosè ridicolo ». La tradizione aggiunge un epilogo tragico — lo scultore, schiacciato dalle beffe, ne sarebbe morto di vergogna, o addirittura si sarebbe tolto la vita. Gli storici smentiscono questa fine: è una leggenda, nata dal bisogno di una morale al fallimento. Resta il fatto: a poche centinaia di metri troneggia il Mosè di Michelangelo, vertice assoluto; lo sventurato dell'Acqua Felice ebbe la sorte di portare lo stesso nome, nella stessa città, sotto lo sguardo degli stessi giudici.