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Scultura del Rinascimento

Fontana del Nettuno

Firenze

Fontana del Nettuno

Nel 1559 Cosimo I bandì un concorso fra i migliori scultori — Cellini, Bandinelli, Vincenzo Danti, Giambologna, Ammannati. Il blocco di marmo era già riservato; Bandinelli morì nel 1560. Ammannati vinse ed eseguì il Nettuno, attorniato da un'équipe che fuse i bronzi (tra cui Giambologna, Vincenzo de' Rossi, Andrea Calamech). La vasca ottagonale fu costruita dal 1560 al 1565, l'insieme terminato verso il 1574. La fontana fu inaugurata già nel 1565, in occasione di nozze principesche.

Elementi notevoli

Una vasta fontana ottagonale all'angolo della piazza. Al centro, ritto su un carro tirato da cavalli marini, un colossale Nettuno di marmo bianco — il « Biancone » — domina la vasca. Attorno, una corona di bronzi anima l'acqua: divinità marine, tritoni, satiri, nereidi, fauni, distesi o seduti sul bordo. I cavalli sono di marmi diversi, bianchi e mischi venati di rosso e violetto. Il contrasto è netto tra la rigidezza pallida e massiccia del Nettuno e la grazia viva dei bronzi che lo circondano.

Significato

La fontana celebra l'ambizione marittima di Cosimo I: Nettuno, dio del mare, figura la potenza navale del ducato toscano e il suo controllo delle acque — un programma politico dopo la vittoria su Pisa. È anche la prima grande fontana pubblica di Firenze, impresa idraulica oltre che scultorea, alimentata da un acquedotto. Ma l'opera è entrata nella memoria soprattutto per la sua accoglienza tiepida: il colosso di marmo fu giudicato pesante e freddo, al punto da diventare il proverbiale « Biancone » e da alimentare celebri scherni.

Simbolismo e lettura iconografica

Nettuno, signore dei mari, è l'allegoria trasparente della talassocrazia medicea: Cosimo che domina le acque come il dio domina il mare. Prestare al dio i tratti del duca suggella l'identificazione potere-divinità. I cavalli marini, i tritoni e le nereidi formano il corteo del sovrano dei mari, immagine della flotta e della fortuna marittima di Firenze. L'acqua stessa, domata e zampillante, dice la maestria tecnica del principe sulla natura. Il candore del marmo, infine, voleva la maestà — e raccolse la beffa.

La parola alla guida

Non fermatevi al Nettuno: il vero piacere è attorno alla vasca. Giratele attorno per scoprire i bronzi — tritoni, nereidi, satiri, fauni — di una morbidezza che il colosso centrale non ha; molti credono che Giambologna vi abbia lasciato la sua impronta. Tornate al Biancone e cercate, in quel volto severo, i tratti di Cosimo I: il duca si è fatto Nettuno. Poi ricordate il nomignolo beffardo e il verso famoso: il marmo « rovinato ». È anche questo la storia di un'opera — la sua gloria e i suoi lazzi.

Segreti e misteri

  • Il Nettuno è soprannominato il « Biancone » per la sua massa di marmo pallido.
  • Il verso famoso — « Ammannato, che bel marmo hai rovinato » — circolò già nel Cinquecento.
  • Nata da un concorso (1559) cui parteciparono Cellini, Bandinelli, Danti, Giambologna.
  • I bronzi della vasca sono spesso giudicati superiori al colosso, e in parte attribuiti a Giambologna.
  • Prima grande fontana pubblica di Firenze; più volte vandalizzata (un piede spezzato nel 2005) e restaurata.

Analisi delle emozioni

La fontana offre due esperienze opposte. Il Nettuno impone una freddezza monumentale, una maestà un po' irrigidita che spiega cinque secoli di scherni: lo si ammira senza affezionarvisi. Ma basta abbassare lo sguardo verso l'acqua, e l'incanto opera: i bronzi vivi, sensuali, mossi, riconciliano con l'opera. Vi si mescola il piacere dell'acqua, il rumore, lo scintillio, la vita della piazza. Si riparte con un sorriso — per il nomignolo, per il contrasto — e il senso di un monumento amato proprio per le sue imperfezioni.

Lo sapevi?

Nessun marmo fiorentino ha fatto tanto ridere. Il colosso di Ammannati fu accolto così male che il suo soprannome, « il Biancone », lo ha seguito fino a oggi, e un verso beffardo — « Ammannato, Ammannato, che bel marmo hai rovinato » — si è tramandato di secolo in secolo. La tradizione lo attribuisce talvolta persino a Michelangelo vecchio, che deplorava il bel blocco perduto Ironia della storia: la fontana tanto derisa è diventata uno degli emblemi più familiari della piazza e del cuore dei fiorentini.