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Scultura del Rinascimento

Crocifisso

Firenze

Crocifisso

Il crocifisso è tra le prime opere di Donatello, spesso datato ai primissimi anni del Quattrocento (verso 1406-1408), benché la datazione resti discussa. È conservato in Santa Croce, la grande basilica francescana di Firenze, in una cappella del transetto. Forma, con il crocifisso rivale di Brunelleschi in Santa Maria Novella, uno dei due termini del più famoso « duello » della scultura fiorentina.

Elementi notevoli

Un Cristo in legno policromo a grandezza naturale, inchiodato alla croce, il capo reclinato sul petto. Non è un corpo idealizzato ma quello di un uomo reale: muscolatura pesante, ventre rilassato, membra appesantite dalla morte. La bocca socchiusa, i tratti marcati, la carne cascante dicono la sofferenza fisica senza filtri. Il corpo pende con tutto il suo peso, tirando le braccia: nulla di placato, nulla di glorioso — un uomo del popolo crocifisso. La policromia accentua il realismo crudo della pelle e delle piaghe.

Significato

Opera giovanile audace, questo crocifisso rompe con la dolcezza gotica cercando la verità anatomica e umana della morte di Cristo. Donatello vi afferma un naturalismo radicale, terreno, popolare — al punto che, secondo la celebre tradizione riferita da Vasari, Brunelleschi gli avrebbe rimproverato di aver messo « un contadino » sulla croce. La forza del crocifisso sta proprio qui: rifiuta l'idealizzazione per mostrare un Dio fatto uomo fin nella pesantezza del corpo morto.

Simbolismo e lettura iconografica

Il realismo non è qui una bravura gratuita: porta una teologia. Mostrando un Cristo pienamente uomo, fino alla trivialità del corpo che soffre e muore, Donatello dice l'abbassamento di Dio, l'incarnazione presa sul serio. Il peso che tira le braccia, il capo reclinato, la bocca aperta figurano l'ultimo respiro, l'umanità totale del Salvatore. Alla bellezza ideale reclamata da Brunelleschi, Donatello oppone la dignità del più umile.

La parola alla guida

Guardate questo corpo come se non sapeste che è il Cristo: vedreste un uomo comune, un po' pesante, sfinito, morto di stanchezza oltre che di supplizio. È tutto lo scandalo e tutta la potenza dell'opera. Osservate il ventre, le cosce, il cedimento delle carni: Donatello ha osato la banalità del corpo per dire l'incarnazione fino in fondo. Poi, se potete, andate a vedere il crocifisso di Brunelleschi in Santa Maria Novella e confrontate: vi si scontrano due visioni del sacro, la carne e l'ideale.

Segreti e misteri

  • Secondo Vasari, Brunelleschi avrebbe giudicato questo Cristo « un contadino sulla croce ».
  • Punto sul vivo, Brunelleschi avrebbe risposto con il proprio crocifisso in Santa Maria Novella, più ideale.
  • La tradizione attribuisce a Donatello la replica: « a te i Cristi, a me i contadini ».
  • Gli storici oggi datano i due crocifissi a circa dieci anni di distanza, il che indebolisce l'aneddoto del duello.
  • È una delle prime opere note di Donatello.

Analisi delle emozioni

Colpisce la nudità della sofferenza: nessuna maestà, nessuna consolazione, solo un corpo che ha ceduto. Questa verità cruda può turbare, quasi mettere a disagio — ed è esattamente ciò che Donatello voleva. Non si contempla un'icona, si assiste alla morte di un uomo. Ne nasce una compassione diretta, senza intermediari, quella che si prova davanti alle spoglie di chiunque. Il sacro passa qui per ciò che è più umano, ed è sconvolgente.

Lo sapevi?

La tradizione, riferita da Vasari, racconta che Donatello, fiero del suo crocifisso, lo mostrò all'amico Brunelleschi, che lo trovò rozzo: « pare un contadino sulla croce ». Offeso, Donatello lo sfidò a fare meglio. Brunelleschi scolpì in segreto il proprio Cristo; il giorno in cui Donatello lo scoprì, le braccia cariche di uova per il pranzo, ne fu così stupito da lasciarle cadere ed esclamare: « a te è dato fare i Cristi, a me i contadini ». Gli storici dubitano della storia, poiché le due opere sono forse distanti dieci anni.