L'opera è tradizionalmente attribuita a Donatello e datata verso il 1432, ma entrambi i punti sono assai dibattuti: alcuni storici vi vedono piuttosto la mano di Desiderio da Settignano o di Pietro Torrigiani, e propongono una data più tarda. Il busto proveniva dal palazzo Uzzano, divenuto palazzo Capponi; la famiglia lo vendette allo Stato, ed entrò al Museo Nazionale del Bargello nel 1881. Un restauro ebbe luogo nel 1985 Si è supposto che il modellato del volto si basasse su una maschera funeraria rilavorata — gli occhi, in particolare, sarebbero stati riaperti.
Elementi notevoli
Un busto di terracotta dipinta, di circa 46 per 44 cm, che raffigura un uomo maturo, la testa lievemente girata, come colto dal vero. Il volto è di un realismo sorprendente: guance scavate, rughe, bocca sottile, sguardo vivo e presente. La policromia — incarnato, capelli, veste — rafforza l'illusione di vita, al punto che per un istante si crede di sorprendere una conversazione. Il collo, aperto all'antica, libera la gola. È uno dei primissimi ritratti scolpiti davvero individualizzati del Rinascimento, che coglie un uomo non idealizzato, ma quale fu.
Significato
Questo busto segna, se davvero di questa data, una nascita: quella del ritratto scolpito moderno, fondato sulla somiglianza individuale e non su un tipo ideale. Scegliendo la terracotta dipinta anziché il marmo, l'artista mira alla verità della pelle e dell'espressione, all'immediatezza di una presenza. Il modello passa per Niccolò da Uzzano, uomo politico fiorentino di primo piano; il busto direbbe allora l'orgoglio civico di un'élite che vuole fissare i propri tratti per i posteri, a imitazione dei ritratti antichi. Annuncia tutta la grande tradizione del ritratto rinascimentale.
Simbolismo e lettura iconografica
Il ritratto individualizzato porta in sé un senso nuovo: l'affermazione dell'individuo, del suo valore proprio, degno di essere fissato e trasmesso. Riprendendo la forma antica del busto, l'umanesimo fiorentino collega i suoi grandi cittadini agli eroi e ai senatori di Roma. Il realismo senza compiacenza — rughe, età, durezza dei tratti — dice una virtù civica: non conta la bellezza, ma la presenza morale, l'autorità di un uomo che ha servito la sua città. Il possibile ricorso alla maschera funeraria àncora il ritratto alla verità del corpo, fin dentro la morte.
La parola alla guida
Mettetevi di fronte a lui, all'altezza dello sguardo: quest'uomo sembra vedervi. Osservate il realismo delle rughe, delle guance scavate, della bocca serrata — nulla di idealizzato, un individuo preciso. Cercate, nella policromia, l'effetto di pelle viva che il marmo non avrebbe dato: è la scelta della terracotta dipinta. Interrogatevi sugli occhi, così presenti: la tradizione vuole che siano stati riaperti su un modellato tratto da una maschera funeraria. Infine, sappiate che né il nome dello scultore né quello del modello sono certi: guardate un capolavoro circondato di punti interrogativi.
Segreti e misteri
- Attribuzione contestata: dato a Donatello, ma anche a Desiderio da Settignano o Pietro Torrigiani.
- Datazione incerta: verso il 1432 per alcuni, più tardi per altri.
- Raro ritratto in terracotta policroma, scelto per il suo realismo carnale.
- Il modellato si baserebbe su una maschera funeraria rilavorata (occhi riaperti).
- La stessa identità del modello è stata messa in dubbio: Niccolò da Uzzano, o un membro dei Capponi?
- Entrato al Bargello nel 1881, proveniente dal palazzo Capponi.
Analisi delle emozioni
L'impressione prima è quasi quella di un incontro. Quest'uomo non è un dio né un eroe: è un contemporaneo, un volto che si incrocerebbe per strada, e questa familiarità sconvolge attraverso i secoli. Sui suoi tratti si legge l'esperienza, la stanchezza, l'intelligenza, forse la durezza di un uomo di potere. Il colore, dando carne allo sguardo, rende lo scambio quasi turbante. Si prova la vertigine propria del grande ritratto: quella di essere guardati da un morto da seicento anni, e di sentire, malgrado il tempo, una presenza umana intatta.
Lo sapevi?
Questo volto così vivo è un nodo di enigmi. Non si sa con certezza chi l'abbia fatto — Donatello? un altro? — né chi rappresenti. Si racconta che il suo realismo estremo verrebbe da una maschera presa sul volto del modello, forse dopo la morte, poi rilavorata per riaprire gli occhi e restituire la vita. Così questo capolavoro del ritratto, tra i primi a cogliere un individuo reale, custodisce gelosamente i due segreti che pure fanno ogni ritratto: il nome di chi guarda, e quello della mano che lo ha visto.

