Il campanile di Giotto, accanto alla cattedrale, doveva ricevere una serie di profeti nelle nicchie alte. Donatello ne scolpì diversi; l'Abacuc, o profeta detto « lo Zuccone », fu scolpito tra il 1423 e il 1425 circa, proveniente da una nicchia del lato ovest. Visto dal basso, a grande distanza, era pensato per quella collocazione in alto. Gli originali dei profeti sono da allora stati rimossi e trasferiti al Museo dell'Opera del Duomo, al riparo, mentre copie occupano le nicchie del campanile.
Elementi notevoli
Un profeta in marmo bianco, più grande del vero, di una bruttezza magnifica. Il cranio è del tutto calvo — da cui il soprannome, « lo Zuccone », la grossa zucca. Il volto è scavato, la bocca socchiusa, lo sguardo perso in lontananza, come colto da una visione o da una parola interiore. Il corpo scompare sotto un ampio mantello che scivola da una spalla e cade in pieghe pesanti, quasi disordinate, denudando il collo e parte del petto. Nulla di idealizzato: è un uomo reale, magro, anziano, preso nell'urgenza della sua profezia. La statua proviene da una nicchia del campanile di Giotto, dove era vista dal basso.
Significato
Lo Zuccone è la vetta del realismo di Donatello e una delle figure più moderne di tutto il Quattrocento. Donatello vi abbandona la bellezza ideale per la verità espressiva: un vecchio brutto, scarno, ma abitato da un'intensità che lo rende commovente. Il profeta non è più un tipo ma un individuo sul punto di parlare. Vasari lo riteneva la più bella statua mai fatta da Donatello. Osando la bruttezza al servizio dell'emozione, Donatello apre una via che la scultura esplorerà pienamente solo molto più tardi.
Simbolismo e lettura iconografica
Il profeta, nell'iconografia cristiana, è colui che riceve la parola di Dio e l'annuncia, spesso suo malgrado, nella solitudine e nell'incomprensione. Donatello ne fa il ritratto di un uomo consumato da quella parola: il corpo trascurato, il mantello che scivola, la bocca aperta dicono l'urgenza interiore che prevale su ogni apparenza. La calvizie, la magrezza, non sono difetti ma segni — chi porta la parola divina si è spogliato di tutto il resto. La bruttezza diventa qui il volto stesso della verità profetica.
La parola alla guida
Ricordate anzitutto da dove viene: questa statua non era fatta per essere vista da vicino, ma in cima a una torre — di qui il suo vigore, le pieghe scavate a colpi larghi per leggersi da lontano. Salite al volto: quel cranio nudo, quelle guance incavate, quella bocca socchiusa — Donatello non ha voluto nulla di bello, ha voluto il vero. Guardate la bocca: sta per parlare. Tutta la statua è tesa verso quel grido trattenuto. È qui, dice la tradizione, che Donatello stesso si rivolgeva a lei.
Segreti e misteri
- Il soprannome « lo Zuccone » (« la grossa zucca ») viene dal cranio calvo della figura; la sua identità — Abacuc? — resta discussa.
- Vasari racconta che Donatello, mentre scolpiva, gli gridava di « parlare » — « Favella, favella! » — d'ira davanti a tanta verità.
- Vasari lo riteneva la più bella statua mai fatta da Donatello.
- La statua proviene da una nicchia del campanile di Giotto; era vista dal basso, a grande distanza.
- Gli originali dei profeti sono al Museo dell'Opera del Duomo; copie occupano il campanile.
Analisi delle emozioni
Lo Zuccone spiazza, poi commuove. Si cerca la bellezza, non la si trova; si incontra invece qualcosa di più raro — una presenza umana nuda, senza maschera, scoperta. Questo vecchio brutto, teso, la bocca socchiusa, sembra sul punto di dirci una verità difficile. Davanti a lui si prova un disagio che si muta in rispetto: è un uomo, non un idolo, e la sua stessa fragilità lo rende vicino. Nulla di rasserenante, qui; piuttosto il brivido di una verità che insiste, che vuole essere ascoltata.
Lo sapevi?
La tradizione, riferita da Vasari, è una delle più celebri della storia dell'arte: Donatello avrebbe lavorato tanto il realismo di questa figura che, scolpendola, la fissava e le gridava « Favella, favella, che ti venga il cacasangue! » — « Parla, parla, che ti prenda la dissenteria! » —, esasperato che un marmo tanto vivo restasse muto. Vera o abbellita, la storia dice l'essenziale: lo Zuccone appariva tanto vero al suo stesso autore da attendersi che aprisse bocca.

