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Pittura del Rinascimento

Dannati all'Inferno

Orvieto

Dannati all'Inferno
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Sulla parete della cappella di San Brizio, a Orvieto, Signorelli dipinge verso il 1500 l'Inferno più fisico di tutto il Rinascimento. Dimentica le fiamme e i calderoni consueti: qui l'inferno è la carne. Una massa di corpi nudi, muscolosi, si ammassa, si torce, si dibatte, mentre demoni dalle pelli verdi, grigie, violacee se ne impadroniscono, li colpiscono, li trasportano sulla schiena. Guarda in alto: tre arcangeli in armatura, splendidi, immobili, custodiscono il cielo chiuso, la spada nuda — nessuno scampo. Al centro, un dettaglio che tutti cercano: un demone alato trasporta in aria una donna bionda riversa sul suo dorso, e si dice che Signorelli avrebbe dato a quel demone i tratti di un'amante che lo avrebbe tradito — vendetta di pittore. Ovunque, i volti urlano, le mani graffiano, i corpi si afferrano: Signorelli, ossessionato dall'anatomia, fa della dannazione un affare di muscoli e di gravità. Cinque anni dopo, Michelangelo verrà a vedere questi affreschi, e se ne ricorderà per la sua Sistina. La sfumatura? La violenza dei corpi aggrovigliati può, a distanza, sembrare confusa; è avvicinandosi che ogni gruppo rivela il proprio dramma.

Simbolismo e lettura iconografica

Avvicinati a questa mischia: ogni corpo racconta una caduta.

  • La carne come soggetto: niente fiamme, niente pentoloni — l'inferno di Signorelli è fatto di corpi nudi, ammassati, muscolosi, in piena torsione. Il pittore, appassionato di anatomia, fa della dannazione una pesantezza fisica: le anime hanno un peso, e quel peso le trascina.
  • I demoni colorati: cerca le loro pelli — verdi, grigie, violacee, come cadaveri. Non sono mostri cornuti da favola, ma esseri dai corpi umani corrotti, il che li rende ancora più inquietanti. Afferrano, mordono, caricano le prede sulla schiena.
  • La donna trasportata in aria: al centro, un demone alato porta via una donna bionda, riversa sul dorso, terrorizzata. È il dettaglio più celebre — la tradizione vi vede un'amante infedele vendicata dal pittore. Vera o no, la scena è di una forza inaudita.
  • I tre arcangeli in armatura: alza gli occhi — sopra, tre angeli guerrieri, corazzati, magnifici, chiudono il cielo. La loro calma glaciale davanti al caos di sotto è terribile: la salvezza è lì, vicinissima, e per sempre vietata.
  • I volti che urlano: percorri la mischia — ogni testa grida, supplica, si torce. Signorelli individualizza il dolore: non è una massa anonima, ma una moltitudine di disperazioni particolari.
  • Le mani e le prese: segui le braccia — graffiano, afferrano, tirano. Tutto l'affresco è un nodo di prese e di ghermimenti; si sente la lotta, lo sforzo, l'impossibile fuga.
  • L'assenza di scenario: né paesaggio, né architettura — nulla se non i corpi e il vuoto. L'inferno è un ammasso senza uscita, un presente senza orizzonte.

Analisi delle emozioni

Davanti a questo Inferno, si è catturati da una violenza organica, quasi insostenibile. Non sono simboli della dannazione, sono corpi — come i nostri — schiacciati, tirati, urlanti sotto mani che non mollano. La forza di Signorelli è rendere il dolore credibile, carnale: si sente il peso, il soffocamento, il panico della caduta. Il dettaglio della donna trasportata in aria stringe il cuore per il suo terrore puro. E sopra, l'impassibilità magnifica degli arcangeli aggiunge il peggio: la calma dei salvati, per sempre separati. Si esce da questo affresco con un brivido fisico, come dopo un incubo di cui si sia toccata la carne — è forse l'inferno più terrificante di tutta l'arte occidentale, perché il più umano.

Segreti e misteri

Gli affreschi della cappella di San Brizio figurano tra i più grandi studi di nudo del Quattrocento, e l'Inferno ne è il vertice. Signorelli vi dispiega una scienza dell'anatomia in movimento allora senza pari — è questo, più del soggetto, che colpì i contemporanei e la posterità. Si racconta che Michelangelo studiò questi affreschi prima di intraprendere il proprio Giudizio universale, e la parentela tra le due opere è manifesta. L'aneddoto dell'amante infedele, trasformata in anima dannata portata via da un demone, è tramandato da lungo tempo, senza prove: dice soprattutto la carica personale, quasi feroce, che i contemporanei sentivano in questo affresco.

Lo sapevi?

La tradizione orvietana racconta che la donna bionda trasportata in aria sul dorso di un demone alato sarebbe un'antica amante di Signorelli, che lo avrebbe tradito: il pittore l'avrebbe così precipitata all'inferno, per l'eternità, alla vista di tutti. Nulla lo prova, ma la storia si addice così bene al furore carnale dell'affresco da non averlo mai abbandonato — e non si guarda più quel dettaglio allo stesso modo.

Dove vederla

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