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Pittura del Rinascimento

Il Parnaso

Cité du Vatican

Il Parnaso

Raffaello Sanzio · 1510-1511 · affresco

Nella Stanza della Segnatura, la prima delle Stanze che Raffaello dipinse per papa Giulio II, quattro grandi affreschi si rispondono sulle pareti: la Disputa del Sacramento per la Teologia, la Scuola di Atene per la Filosofia, una parete per la Giustizia — e, sopra la finestra che affaccia sul Belvedere, questo: Il Parnaso, allegoria della Poesia. Dipinto verso il 1510-1511, occupa una parete forata da un'apertura, vincolo che Raffaello trasforma in trovata: fa della finestra il piede del colle sacro, e dispiega al di sopra la montagna delle Muse.

In cima troneggia Apollo, dio della poesia e della musica, che suona non l'antica lira ma una lira da braccio, uno strumento ad arco ben reale del tempo di Raffaello — anacronismo assunto che avvicina il mito al presente. Attorno a lui, le nove Muse; e sui pendii, raggruppati tra gli allori, i più grandi poeti di ogni tempo, antichi e moderni confusi insieme. A sinistra si riconosce il vecchio Omero cieco, il capo levato, che detta i suoi versi; accanto a lui la tradizione colloca Dante, dal profilo severo, e Virgilio che sembra guidarlo. Altrove, una poetessa regge un cartellino con il suo nome — Saffo — unica figura esplicitamente nominata.

Raffaello riunisce così, in uno stesso bosco ideale, Greci e Latini, pagani e cristiani, l'Antichità e il suo stesso Rinascimento, come se la poesia abolisse il tempo. La composizione è un modello di equilibrio flessibile: le figure si rispondono in gruppi ritmati, i gesti si passano il testimone, gli sguardi tessono legami da un poeta all'altro. Siamo lontani dalla solennità un po' rigida di Perugino, suo maestro: qui tutto respira, tutto ondeggia, tutto conversa. Il Parnaso è il luogo del palazzo in cui Raffaello celebra più apertamente ciò che il Rinascimento deve alla parola dei poeti — e dove colloca se stesso, discretamente, nella loro schiera.

Simbolismo e lettura iconografica

Il Parnaso incarna la Poesia, una delle quattro grandi vie della conoscenza secondo il programma della Stanza della Segnatura (con la Teologia, la Filosofia e il Diritto). Tutto vi celebra l'ispirazione.

  • Apollo: dio del sole, della poesia e della musica, è la fonte dell'ispirazione (il furor poeticus). Posto in cima, ordina l'armonia del luogo.
  • La lira da braccio: Raffaello sostituisce la lira antica con questo strumento ad arco contemporaneo. Il gesto avvicina il mito alla musica viva del suo tempo e suggerisce che l'ispirazione antica si prolunga nel presente.
  • Le nove Muse: figlie della Memoria (Mnemosine), presiedono alle arti — epica, lirica, storia, danza, astronomia… La loro presenza dice che la poesia abbraccia tutto il sapere ispirato.
  • L'alloro: l'albero di Apollo, nato secondo Ovidio (Metamorfosi, I) dalla metamorfosi della ninfa Dafne. Incorona i poeti (da cui «laureato») e simboleggia la gloria poetica e l'immortalità.
  • Omero cieco: il padre dell'epica, cieco e ispirato, che detta l'Iliade e l'Odissea. La sua stessa cecità significa che la vera visione del poeta è interiore.
  • Dante e Virgilio: secondo la tradizione iconografica, figurano presso Omero — Virgilio il maestro latino, Dante il grande moderno. La loro unione abolisce il confine tra Antichità e Rinascimento. «Si riconoscono spesso» queste figure, ma non tutte le identificazioni mettono d'accordo.
  • Saffo: unica figura nominata da un cartellino, la poetessa di Lesbo afferma il posto delle donne tra i grandi lirici; la sua iscrizione attira deliberatamente l'attenzione.
  • Il monte Parnaso e la fonte Castalia: luogo sacro delle Muse in Grecia; la finestra reale, integrata nell'affresco, diventa il piede della montagna, facendo entrare la luce del mondo nello spazio del mito.

Analisi delle emozioni

Il Parnaso respira una serenità felice. Dopo la gravità della Disputa o la densità intellettuale della Scuola di Atene, si entra qui in un clima di dolcezza musicale: le figure si inclinano, si voltano, si ascoltano, come prese in una conversazione silenziosa di cui la musica di Apollo sarebbe il filo. Raffaello ottiene questa grazia con il ritmo — l'alternanza delle pose in piedi e sedute, dei panneggi chiari e scuri, degli sguardi che si incrociano da un gruppo all'altro —, così che l'occhio circola senza sforzo, portato da una figura alla successiva come da una frase melodica. La luce è uniforme, dorata, senza ombre drammatiche; i colori, teneri. Nulla pesa, nulla forza. Si avverte la felicità di un luogo ideale dove i più grandi spiriti si ritrovano fuori dal tempo, riuniti dall'amore del bello. È forse questo il sentimento più profondo che dona Raffaello: quello di un'armonia possibile, di una concordia dei geni, di un'età dell'oro non perduta ma resa visibile su un muro.

Segreti e misteri

Il primo segreto è un vincolo divenuto genio: la parete è forata da una finestra, e molti altri pittori avrebbero sbrigato quello spazio ingrato. Raffaello, invece, ne fa il basamento del suo colle, disponendo le figure ad arco al di sopra e sui fianchi dell'apertura — la difficoltà architettonica si muta in trovata compositiva.

Secondo segreto: il Parnaso fu oggetto di un disegno preparatorio e di incisioni derivate da Raffaello (in particolare di Marcantonio Raimondi), e il confronto rivela varianti tra il progetto e l'affresco finale — figure spostate, pose modificate, prova che Raffaello rielaborava la composizione fino al muro.

Terzo enigma, tuttora aperto: l'identificazione dei poeti. Omero, Dante, Virgilio, Saffo sono abbastanza sicuri; ma per molti altri — Ovidio, Orazio, Petrarca, Boccaccio, poeti contemporanei di Raffaello? — le proposte variano secondo gli storici dell'arte, e nessun elenco si impone del tutto. La tradizione identifica, non afferma.

Infine, un dettaglio di datazione: il Parnaso si inscrive nel cantiere delle Stanze condotto sotto Giulio II, in parallelo alla volta della Sistina che Michelangelo dipingeva nello stesso momento, a pochi passi di distanza — due dei più grandi geni dell'arte al lavoro simultaneamente nello stesso palazzo, rivali muti.

Lo sapevi?

Una figura del Parnaso ha fatto scorrere molto inchiostro: quella di un giovane poeta dai tratti che si è talvolta voluto riconoscere come quelli di un contemporaneo di Raffaello. Il pittore, infatti, amava inserire nei suoi affreschi i volti degli amici e del suo circolo umanista — lo aveva fatto nella Scuola di Atene, dove aveva ritratto se stesso al margine del gruppo. Nel Parnaso, riunire Omero, Dante e Saffo con poeti moderni equivaleva ad affermare che il proprio tempo valeva l'Antichità, che il Rinascimento era una seconda Grecia. Modo discreto, per l'artista di Urbino, di dire che anch'egli viveva un'età della poesia.