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Pittura del Rinascimento

La Disputa del Sacramento

Cité du Vatican

La Disputa del Sacramento

Raffaello Sanzio · 1508-1510 circaVoltatevi nella Stanza della Segnatura: proprio di fronte allaScuola di Atene, sulla parete della Teologia, Raffaello ha dipinto il suo pendant esatto. Là dove la filosofia cercava la verità con la ragione, questo affresco la riceve dalla rivelazione. Per abitudine lo chiamiamo Disputa del Sacramento, ma il nome inganna: qui non c'è alcuna contesa. È l'adorazione, il trionfo dell'Eucaristia, organizzato su due piani che dividono la parete in un cielo e una terra.

In alto, in una gloria dorata, siede Dio Padre, la mano alzata in benedizione. Sotto di lui il Cristo risorto mostra le piaghe, affiancato dalla Vergine Maria e da san Giovanni Battista: la composizione classica della Deesis, l'intercessione. Sotto il Cristo scende la colomba dello Spirito Santo, sorretta da angioletti che reggono i quattro Vangeli. Ai due lati, su un lungo banco di nuvole, un semicerchio di beati — patriarchi dell'Antico Testamento e santi del Nuovo — assiste alla scena, riconoscibile dai suoi attributi.

In basso, sulla terra, un altare di pietra porta al centro un ostensorio: l'ostia consacrata vi brilla, minuscola eppure regina di tutto l'affresco. Attorno a essa si stringono i Dottori della Chiesa, i papi, i teologi di ogni secolo, immersi nella meditazione. Lo sguardo risale allora naturalmente dall'ostia alla colomba, dalla colomba al Cristo, dal Cristo a Dio Padre: un asse verticale unisce l'altare al cielo e fa discendere, sotto i nostri occhi, la presenza divina nel pane. È la prima parete che Raffaello portò a termine in questa sala, al suo arrivo a Roma: lo si sente ancora vicino agli anni umbri e fiorentini, ma già capace di orchestrare decine di figure in uno spazio di sovrana chiarezza.

Simbolismo e lettura iconografica

L'affresco mette in immagine un dogma: la presenza reale del Cristo nell'Eucaristia. Tutta la composizione è una dimostrazione visiva, dal cielo fino all'altare. Alcune identificazioni restano tradizionali o dibattute.

  • L'asse verticale: Dio Padre, poi il Cristo, poi la colomba dello Spirito Santo, poi l'ostensorio con l'ostia, allineati sulla stessa verticale. La Trinità si prolunga fino al pane consacrato: la presenza divina scende dal cielo all'altare. È il cuore del significato.
  • Il Cristo tra la Vergine e Giovanni Battista: disposizione della Deesis, in cui Maria e il Precursore intercedono per l'umanità. Il Cristo mostra le piaghe: il sacrificio che si rinnova nell'Eucaristia.
  • L'ostensorio, posto al centro geometrico dell'affresco, è anche il punto di fuga della prospettiva: teologia e geometria coincidono, l'ostia è letteralmente il centro del mondo.
  • I quattro Dottori della Chiesa incorniciano l'altare: si identificano per tradizione Gregorio Magno e Girolamo a sinistra, Agostino e Ambrogio a destra, indicati da aureole iscritte.
  • I difensori della fede attraverso i secoli: la tradizione riconosce tra la folla Dante coronato d'alloro, il Beato Angelico in abito domenicano e, in disparte, la sagoma incappucciata di Savonarola — presenza audace, lui che fu arso come eretico.
  • I papi e i teologi: vi si vedono spesso papa Sisto IV (della Rovere, zio di Giulio II) in piviale dorato, e ancora Tommaso d'Aquino, san Bonaventura o Innocenzo III.
  • L'iscrizione dell'altare: la fascia reca "IVLIVS II PONT MAX", firma del committente.
  • I due registri: il cielo è la Chiesa trionfante, la terra la Chiesa militante; l'Eucaristia le unisce. E dall'altra parte della sala risponde la Scuola di Atene: la verità rivelata di fronte alla verità razionale, le due vie dello spirito verso Dio.

Analisi delle emozioni

L'emozione, qui, è quella dell'elevazione. Lo sguardo parte dall'ostia, quel piccolo disco chiaro posato sull'altare, e viene aspirato verso l'alto, di gradino celeste in gradino celeste, fino alla luce dorata dove siede Dio Padre. Non si guarda l'affresco: lo si ascende.

Due climi si rispondono. In basso regna l'animazione grave dei teologi: gesti della discussione, corpi chini, dibattito delle intelligenze. In alto regna la calma assoluta dei beati allineati sulle nuvole, immersi in un oro immobile. Tra i due, la colomba fa da tramite, e questa tensione tra l'agitazione del pensiero umano e la serenità del cielo dà all'opera la sua forza spirituale: il sentimento che tutta la febbre della terra trovi il suo riposo e la sua risposta nella luce dall'alto.

Segreti e misteri

  • Un titolo ingannevole. Il nome di Disputa viene dalla tradizione (spesso ricondotto a Vasari): fa pensare a una controversia. Ma non c'è disputa, bensì adorazione. Il vero soggetto è il trionfo del Santissimo Sacramento.
  • La prima parete della Stanza. È verosimilmente il primo muro che Raffaello dipinse in questa sala, verso il 1508-1509, all'inizio del periodo romano. Vi si avverte ancora la dolcezza della formazione umbra, prima della piena padronanza della Scuola di Atene.
  • Una composizione molto studiata. La Disputa è una delle opere di Raffaello meglio documentate dai disegni preparatori: numerosi studi di figure e di gruppi sopravvivono in varie collezioni (Windsor, Chatsworth, Francoforte, tra le altre), permettendo di seguirne la genesi.
  • Savonarola in Vaticano. La presunta presenza del predicatore fiorentino, condannato e arso pochi anni prima, in un affresco commissionato dal papa, sorprende; resta discussa dagli storici.
  • Il dittico delle Stanze. Che Teologia e Filosofia si fronteggino, nella biblioteca stessa del papa, dice tutto del programma umanistico di Giulio II: conciliare la sapienza antica e la fede cristiana.

Lo sapevi?

Raffaello arriva a Roma verso il 1508, ancora giovane, preceduto da una fama lusinghiera ma senza una commissione importante. La tradizione vuole che il suo conterraneo di Urbino, l'architetto Bramante, allora potentissimo presso Giulio II, lo abbia raccomandato al papa. Gli si affida dapprima una sola parete della biblioteca pontificia — questa Disputa del Sacramento. Il risultato sarebbe piaciuto tanto a Giulio II che egli decise di affidare al solo Raffaello l'intero ciclo delle Stanze, facendo cancellare le decorazioni già eseguite da altri maestri, alcuni assai celebri. Una parete di teologia avrebbe così lanciato, a Roma, la carriera del più grande decoratore del Rinascimento. Il racconto, trasmesso dal Cinquecento, è coerente con i fatti ma va preso con cautela.