HitsMap

Protagonisti del Rinascimento

Sanzio, dit Raphaël

Sanzio, dit Raphaël

«Per dipingere una bella donna dovrei vedere più belle donne; ma poiché scarseggiano le belle donne, mi servo di una certa idea che mi viene alla mente.» — attribuita a una lettera di Raffaello a Baldassarre Castiglione

Contributi e opere

Raffaello è il nome che si pronuncia quando si vuole dire «grazia». Dove altri cercano la tensione o l'enigma, lui punta all'equilibrio perfetto: quell'armonia così naturale da sembrare facile, mentre è il culmine dell'arte. Nato a Urbino, in una delle corti più raffinate d'Italia, cresce in mezzo alla bellezza come altri in mezzo al rumore. Il padre, pittore a sua volta, gli mette presto un pennello in mano. Il resto Raffaello lo coglie guardando: impara assorbendo, digerendo, rifacendo meglio. Tutta la sua carriera sta in questo dono raro — vedere ciò che i più grandi hanno trovato e fonderlo in una lingua tutta sua.

La sua forza più sorprendente è proprio lì: la sintesi. Quando arriva a Firenze verso i vent'anni, due giganti dominano l'epoca, Leonardo e Michelangelo. L'uno gli insegna lo sfumato, la dolcezza dei volti, la composizione a piramide delle sue Madonne; l'altro gli mostra la potenza dei corpi, l'energia muscolare, il dramma. Raffaello non sceglie: prende da entrambi e compone una terza via, più serena, in cui la forza non distrugge mai la dolcezza. Le sue Madonne col Bambino di questo periodo — tenere, luminose, di una semplicità disarmante — diventano il modello assoluto della pittura religiosa per tre secoli.

Poi arriva Roma, e l'apoteosi. Papa Giulio II gli affida la decorazione dei suoi appartamenti privati in Vaticano, le Stanze. Raffaello vi dipinge «La Scuola di Atene»: sotto archi immensi, Platone e Aristotele avanzano al centro, circondati da tutta la filosofia antica riunita in una sola assemblea. Ogni sapiente ha il suo gesto, la sua postura, la sua idea resa visibile. La prospettiva è padroneggiata al punto che pare di poter camminare nella sala. È forse la più perfetta messa in scena di idee mai dipinta: il pensiero stesso, fattosi architettura e luce.

Ma ridurre Raffaello al pennello sarebbe tradirlo. A Roma diventa imprenditore quanto artista. Dirige la bottega più grande della città, coordina decine di aiuti, incatena le commissioni dei papi e dei banchieri. Alla morte di Bramante, viene nominato architetto della basilica di San Pietro — il più grande cantiere della cristianità. Gli affidano anche la cura delle antichità di Roma, il censimento delle sue rovine, la difesa della sua memoria. Ritrattista, decoratore, urbanista prima del tempo: appena trentenne, Raffaello è ormai un'istituzione vivente.

Aneddoto memorabile

Si racconta che Raffaello si muovesse per Roma non da solo, artista solitario, ma circondato da una vera scorta di allievi e ammiratori — una piccola corte ambulante. È l'immagine esatta di ciò che era: l'anti-Michelangelo. Là dove il suo grande rivale viveva recluso, ombroso, litigando con i papi e coperto di polvere di marmo, Raffaello incantava tutti, piaceva ai potenti, distribuiva il lavoro col sorriso. La sua seduzione non era solo un modo di fare: era uno strumento di potere. Lo si amava, dunque gli si commissionava ogni cosa, dunque la sua bottega cresceva. La grazia dei suoi quadri e la grazia del suo carattere erano una cosa sola. (Il dettaglio del corteo di allievi appartiene soprattutto al racconto del Vasari.)

Influenze ricevute

Raffaello deve moltissimo a tre fonti che non ha mai nascosto. Anzitutto il suo primo maestro, il Perugino, di cui riprende all'inizio la dolcezza dei volti e le composizioni equilibrate — al punto che per un certo tempo si distingue a stento l'allievo dal maestro. Poi, a Firenze, i due astri: Leonardo da Vinci gli trasmette lo sfumato, l'arte delle mani, la costruzione piramidale e il mistero dei sorrisi; Michelangelo gli rivela la forza del corpo, la torsione, la monumentalità. Il genio di Raffaello non è avere inventato da solo, ma avere saputo ricevere tutto senza restare mai un imitatore — trasformare ogni prestito in qualcosa di più chiaro, di più placato.

Influenze esercitate

Pochi artisti hanno pesato tanto sui secoli successivi. Il «raffaellismo» diventa, già alla sua morte, un ideale: la misura, l'armonia, il disegno giusto. Le accademie di pittura, dal Cinquecento all'Ottocento, ne fanno il modello da copiare prima di ogni altro — essere un buon pittore, a lungo, ha voluto dire dipingere come lui. La sua bottega si dissemina: Giulio Romano e gli altri allievi diffondono la sua maniera in tutta Italia. Le sue composizioni, incise e riprodotte, viaggiano ovunque in Europa. Serviranno i romantici e poi i moderni per osare rimproverargli, appunto, la sua perfezione — prova, se mai ce ne fosse bisogno, che era rimasto il riferimento contro cui ci si definiva.

Importanza storica

Raffaello incarna un vertice: quello in cui il Rinascimento tocca il suo punto di equilibrio perfetto, appena prima che il manierismo cerchi di spezzare l'armonia. È la terza colonna del Rinascimento maturo, accanto a Leonardo e Michelangelo, e senza dubbio quella la cui bellezza fu amata più immediatamente. La sua audacia non fu quella del ribelle ma quella del costruttore: a trent'anni, dirigere la Roma artistica, guidare San Pietro, vegliare sull'Antichità. Eppure l'ombra è lì, breve e brutale — muore a trentasette anni, in piena gloria, all'apice di tutto. Il Vasari racconta che una febbre lo portò via dopo eccessi amorosi; il racconto è troppo bello per essere certo, ma dice una verità: Raffaello morì giovane, e l'Europa intera ne restò sbigottita. Fu sepolto al Pantheon, tra gli dèi della Roma che aveva servito. Una parte della sua opera tarda porta del resto la mano dei suoi aiuti quanto la sua — la bottega era così vasta che «dipinto da Raffaello» a volte significa «ideato da Raffaello». Questo non toglie nulla alla sua luce: dice soltanto che un uomo solo non bastava più a contenere la domanda che lo cercava.