Lo scalone monumentale del cortile di Palazzo Ducale fu compiuto verso il 1550. Il governo decise poi di coronarlo con due figure colossali, ricavate da grandi blocchi di marmo, e affidò la commissione a Jacopo Sansovino; l'esecuzione si estese dal 1554 al 1567. Tra gli scultori impiegati al suo fianco figura Alessandro Vittoria. È dalla sommità di questo scalone, tra i due giganti, che si svolgeva l'incoronazione del nuovo doge.
Elementi notevoli
Due colossi di marmo, ben più grandi del vero, custodiscono la sommità dello scalone d'onore di Palazzo Ducale. A sinistra Marte, dio della guerra, elmato e muscoloso; a destra Nettuno, dio del mare, barbuto e possente. Corpi nudi eroici, torsioni sapienti, panneggi mossi: Sansovino scolpisce divinità all'antica, monumentali, fatte per essere viste dal basso. Incorniciano il pianerottolo dove un tempo si incoronava il doge. La loro mole schiacciante dà il nome allo scalone: la Scala dei Giganti.
Significato
I due giganti formano un'allegoria politica limpida: Marte figura la potenza di Venezia sulla terraferma, Nettuno il suo dominio sul mare. Insieme proclamano l'impero della Serenissima « per terra e per mare » — la formula stessa della sua grandezza. Sansovino, architetto e scultore venuto dalla Toscana e da Roma, acclimata a Venezia il linguaggio colossale del Rinascimento romano. Posti in cima allo scalone delle incoronazioni, gli dèi non celebrano il doge: celebrano lo Stato, di cui il doge è solo il primo servitore.
Simbolismo e lettura iconografica
Marte e Nettuno non sono semplici ornamenti mitologici: sono gli emblemi dei due imperi di Venezia, la terraferma e il mare. Il dio della guerra e il dio delle acque riassumono, da soli, tutta la potenza della città. Il loro gigantismo ha una funzione morale oltre che decorativa: al momento dell'investitura, il doge appariva minuscolo ai loro piedi — lezione di umiltà, monito che egli era solo un servitore dello Stato. Il nudo antico, qui, sacralizza non un individuo ma una Repubblica.
La parola alla guida
Mettetevi ai piedi dello scalone e alzate il capo: i due dèi si leggono appieno solo dal basso, in scorcio, come Sansovino volle. A sinistra riconoscete Marte dall'aria guerriera; a destra Nettuno, signore delle onde. Tenete a mente la chiave politica: la terra e il mare, i due domini dell'impero veneziano. Immaginate infine la scena dell'incoronazione, qui stesso, in cima: il nuovo doge, minuscolo tra questi colossi, riceveva il corno dogale — la smisuratezza dei giganti era calcolata per rimpicciolirlo e ricordargli che serviva la Repubblica.
Segreti e misteri
- Lo scalone prende nome, Scala dei Giganti, da questi due colossi di Sansovino.
- Marte = la terraferma, Nettuno = il mare: i due imperi di Venezia riuniti.
- La mole smisurata era pensata per rimpicciolire il doge durante l'incoronazione, in cima ai gradini.
- Alessandro Vittoria fu tra gli scultori impiegati da Sansovino.
- Esecuzione lunga: dal 1554 al 1567, sullo scalone compiuto verso il 1550.
Analisi delle emozioni
Si prova anzitutto lo schiacciamento voluto: questi corpi smisurati dominano, impongono, rammentano la potenza di uno Stato che si voleva eterno. C'è una grandezza fredda in questi dèi di marmo, una magnificenza da teatro di Stato più che un'emozione intima. Ma a immaginare il doge minuscolo accolto ai loro piedi, si coglie la sottile crudeltà del dispositivo: all'apice della sua gloria, l'uomo era richiamato alla propria piccolezza. È l'emozione politica per eccellenza — la bellezza posta al servizio della maestà di una Repubblica.
Lo sapevi?
La scena più impressionante non è la statua ma il rito che essa incorniciava. È in cima alla Scala dei Giganti, tra Marte e Nettuno, che il doge appena eletto veniva incoronato col corno dogale. La tradizione vuole che la mole colossale dei due dèi fosse calcolata per diminuire otticamente il principe nell'istante stesso del suo trionfo: al culmine del potere, circondato da giganti, appariva piccolo — modo veneziano di ricordare che nessun uomo, fosse pure il doge, superava la Repubblica.

