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Pittura del Rinascimento

Ritratti di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi

Florence

Ritratti di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi

Raffaello Sanzio · 1504-1507 circa (probabilmente 1506)

Sono l'uno accanto all'altra, come nella vita. Un uomo e una donna, giovani, ricchi, fiorentini, posano di tre quarti su un cielo basso e un paesaggio quieto. A sinistra, Agnolo Doni: lo sguardo diretto, il labbro un po' imbronciato, la camicia bianca che sfugge dal farsetto nero, una mano posata sul bordo. Era un facoltoso mercante di stoffe, uno di quei borghesi colti che a Firenze commissionavano arte come si afferma un rango. A destra, la moglie Maddalena Strozzi, di una delle più grandi famiglie cittadine, sposata nel 1504: abito di broccato dalle maniche fendute di seta azzurra, acconciatura ornata e sul petto un pendente sontuoso.

Queste due tavole Raffaello le dipinge intorno al 1506, appena giunto a Firenze, poco più che ventenne, avido di imparare. E impara da un'opera che ha sotto gli occhi: la Gioconda di Leonardo. La posa di Maddalena ne deriva direttamente — il busto girato, le mani posate l'una sull'altra, il paesaggio che arretra in profondità. Ma là dove Leonardo avvolge il modello di mistero e d'ombra, Raffaello sceglie la chiarezza: luce uniforme, contorni netti, colori franchi, un cielo sereno anziché uno scenario inquieto. Non copia: traduce nella propria lingua, quella dell'equilibrio e della grazia.

Guardate la precisione quasi tattile delle materie: il velluto opaco del farsetto, il broccato che trattiene la luce, la pelle liscia, i gioielli descritti pietra per pietra. È un manifesto della ritrattistica fiorentina: dire la persona, ma anche il suo rango, la sua ricchezza, la sua alleanza. Perché queste due tavole non sono quadri isolati: sono un dittico coniugale, due ante che si rispondono e potevano perfino richiudersi l'una sull'altra. Lo stesso Agnolo Doni commissionerà di lì a poco a Michelangelo il celebre Tondo Doni. Siamo davanti al ritratto di una coppia, ma anche al ritratto di un gusto: quello della Firenze che inventa il mecenatismo privato moderno.

Simbolismo e lettura iconografica

Un doppio ritratto di nozze si legge come un contratto per immagini: ogni dettaglio dice l'unione, la ricchezza e la virtù attesa.

  • La posa dalla Gioconda: Maddalena, busto girato, mani incrociate l'una sull'altra, ricalca la rivoluzione di Leonardo. Raffaello la usa per dare alla giovane sposa una presenza nobile, ma la immerge nella chiarezza invece che nell'ombra.
  • Il pendente di Maddalena: montatura d'oro a forma di unicorno, con un rubino, uno smeraldo e uno zaffiro, chiusa da una perla. L'unicorno è l'antico emblema della castità; la perla allude alla purezza verginale e alla fedeltà coniugale. Il gioiello è un compendio delle virtù della sposa.
  • Le stoffe e i gioielli: broccato, seta fenduta, anelli, catena d'oro. Presso i Doni, mercanti di stoffe, l'abito non è civetteria ma discorso: proclama la fortuna e lo stato della coppia.
  • Il paesaggio luminoso: orizzonte basso, campagna serena, cielo chiaro. Dove Leonardo fa della natura un abisso, Raffaello ne fa un giardino ordinato, immagine di un matrimonio armonioso e fecondo.
  • I retri a grisaille (Il Diluvio / Deucalione e Pirra): dipinti sul verso dal Maestro di Serumido (1508 circa), dalle Metamorfosi di Ovidio. Sul retro di Agnolo il Diluvio che punisce l'umanità; su quello di Maddalena Deucalione e Pirra che ripopolano la terra gettando pietre dietro di sé. Distruzione e poi rinascita della specie: un'allegoria trasparente del matrimonio come promessa di discendenza.
  • Il rapporto tra le due ante: gli sguardi convergono, i fondali si prolungano. Isolati, sono due persone; riuniti, sono un'alleanza.

Analisi delle emozioni

L'emozione, qui, è quella di una presenza nitida, senza foschia. Davanti a questi due volti si prova la soddisfazione quasi fisica della chiarezza: nulla è nascosto, tutto è offerto allo sguardo, ogni materia è nominata dalla luce. Agnolo intimidisce un poco, con la bocca ferma e gli occhi che non battono; Maddalena impone una dignità dolce, una calma d'acqua ferma. Non è la seduzione enigmatica di Leonardo, è un'altra seduzione: quella dell'ordine, della misura, della giovinezza sicura del proprio rango. Si avverte, dietro la padronanza di un pittore a sua volta giovanissimo, una fiducia raggiante — quella di un'arte che crede alla bellezza come a un'evidenza.

Segreti e misteri

Si dimentica spesso che questi ritratti hanno un dorso. Le due tavole formavano in origine un oggetto articolato, una sorta di libro richiudibile: all'interno i volti, all'esterno scene mitologiche dipinte a grisaille da un artista distinto da Raffaello, indicato per convenzione come il Maestro di Serumido, verso il 1508. Questi retri — Il Diluvio e il mito di Deucalione e Pirra — sono rimasti a lungo invisibili al pubblico; dalla nuova presentazione agli Uffizi (2018), montati su supporti speciali, si possono finalmente ammirare accanto al Tondo Doni di Michelangelo, commissionato dallo stesso Agnolo. La datazione esatta dei ritratti resta discussa tra il 1504 e il 1507, con il 1506 come ipotesi dominante. Le dimensioni delle due ante differiscono lievemente, il che ha alimentato dibattiti sul loro assetto originario. Infine il debito verso la Gioconda, oggi ammesso, ricorda che Raffaello vide con ogni probabilità l'opera di Leonardo a Firenze.

Lo sapevi?

Il committente di questi ritratti, Agnolo Doni, aveva la passione della grande arte e, si dice, la mano stretta quando arrivava il momento di pagare. Fu lui a ordinare a Michelangelo il tondo della Sacra Famiglia oggi detto Tondo Doni. Vasari racconta che Michelangelo, scontento del prezzo che Doni voleva dargli alla consegna, chiese il doppio, poi il quadruplo, finché il mercante, vinto, sborsò la somma richiesta. Lo stesso uomo che mercanteggiava con il più aspro dei geni si era fatto ritrarre, qualche anno prima, dal più aggraziato: Raffaello.