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Pittura del Rinascimento

Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi

Florence

Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi

Raffaello Sanzio · 1518-1520 circa

È un ritratto di potere, ma anche un ritratto d'uomo. Al centro, seduto, massiccio, avvolto nella mozzetta rossa foderata di ermellino, il papa Leone X — Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, primo Medici salito sul trono di Pietro. Il volto è pesante, miope, il labbro carnoso, la mano paffuta posata su un libro aperto. Attorno a lui due cardinali, suoi cugini: a sinistra, reggendo la spalliera del seggio, Giulio de' Medici, futuro papa Clemente VII; a destra, più giovane, Luigi de' Rossi.

Raffaello, allora all'apice della carriera romana, non cerca la lusinga facile: mostra un principe della Chiesa intelligente, sensuale, amante dell'arte e delle belle cose, circondato dalla parentela che prolunga il suo potere. Il genio del quadro sta nel modo in cui tratta le materie. Guardate: il velluto cremisi che assorbe la luce, il damasco della tovaglia, l'oro cesellato della sedia, la pergamena del manoscritto miniato e, soprattutto, sul pomo dorato del seggio, un minuscolo riflesso che restituisce la finestra della stanza, le spalle del papa, le pareti — un pezzo di bravura degno dei maestri fiamminghi.

Leone X tiene una lente cerchiata d'oro, allusione discreta alla vista debole e al gusto per gli oggetti rari e i libri preziosi. Non è un papa in preghiera: è un letterato, un collezionista, un politico. La tavola fu inviata a Firenze nel 1518 per rappresentare il pontefice, impossibilitato a viaggiare, alle nozze del nipote Lorenzo, duca di Urbino, con Madeleine de La Tour d'Auvergne — unione da cui nascerà Caterina de' Medici, futura regina di Francia. Ritratto di famiglia e atto politico insieme, fissa per l'eternità il volto di un uomo proprio mentre, a Wittenberg, un monaco di nome Lutero scuote la Chiesa che egli incarna.

Simbolismo e lettura iconografica

Ogni oggetto posato attorno al papa parla: qui la pittura è un linguaggio del potere colto.

  • Leone X, miope, con la lente in mano: il pontefice tiene una lente cerchiata d'oro. Dice la sua vista debole ma anche la sua intimità con i libri, i manoscritti, gli oggetti preziosi — il ritratto di un papa umanista più che mistico.
  • Il libro miniato aperto: un manoscritto riccamente dipinto, aperto sotto la sua mano. È stato identificato con la cosiddetta Bibbia Hamilton, eseguita a Napoli a metà del Trecento (oggi a Dresda), aperta all'inizio del Vangelo di san Giovanni: segno dell'autorità del papa sulla Scrittura e della sua cultura di bibliofilo.
  • La campanella d'argento cesellata: posata sulla tovaglia rossa del tavolo, evoca il cerimoniale e l'autorità pontificia.
  • Il riflesso nel pomo del seggio: la sfera d'oro in cima alla sedia funziona come uno specchio convesso e restituisce la finestra, le pareti, la sagoma del papa. Omaggio alla virtuosità fiamminga (Van Eyck), è una firma di pittore oltre che un gioco ottico.
  • I due cardinali Medici: Giulio de' Medici (a sinistra) e Luigi de' Rossi (a destra), cugini del papa. La loro presenza trasforma il ritratto individuale in ritratto dinastico: il potere dei Medici è una questione di sangue.
  • Il rosso dominante: mozzetta e tovaglia cremisi, pareti scure. Il rosso è il colore del cardinalato e della sovranità ecclesiastica; avvolge la scena in una gravità sontuosa.

Analisi delle emozioni

Questo ritratto non cerca di piacere, e in questo sta la sua forza. Si avverte anzitutto il peso: il peso del corpo, del silenzio, della funzione. Leone X non ci guarda davvero; l'occhio miope si perde di lato, come assorbito da un pensiero che non condividiamo. I due cugini incorniciano questa solitudine senza romperla. Poi la ricchezza delle materie ci invade — il velluto profondo, l'oro, la pergamena — e si capisce che la sensualità del quadro è quella stessa del personaggio: un uomo che ama le belle cose. Se ne sprigiona una malinconia del potere, la sensazione di assistere, sotto il fasto, alla stanchezza di un regno. Si esce da questo faccia a faccia con l'impressione turbante di aver davvero incontrato qualcuno.

Segreti e misteri

La tavola ha a lungo alimentato un sospetto: i due cardinali sarebbero stati aggiunti in un secondo tempo da un'altra mano. Il restauro condotto nel 2019-2020 dall'Opificio delle Pietre Dure ha fugato questo dubbio, confermando l'unità di esecuzione dell'insieme e restituendo profondità ai rossi ottenebrati dalle vernici. Altro capitolo celebre: le copie. Vasari racconta che Ottaviano de' Medici, costretto a cedere l'originale, fece eseguire ad Andrea del Sarto una copia così perfetta che lo stesso Giulio Romano, già allievo di Raffaello, la scambiò per l'opera del maestro — aneddoto spesso citato per dire la perfezione del modello. Il libro miniato ha potuto essere identificato con un manoscritto preciso, la Bibbia Hamilton, il che conferisce al ritratto un raro valore documentario. Infine il luogo di conservazione esatto è variato nel tempo tra gli Uffizi e Palazzo Pitti, al ritmo delle campagne di restauro e di presentazione.

Lo sapevi?

Quando la famiglia volle donare al duca di Mantova questo ritratto tanto ammirato, Ottaviano de' Medici, non potendo rassegnarsi a separarsi dall'originale, avrebbe incaricato Andrea del Sarto di dipingerne una copia. Il falso fu così convincente che venne spedito al posto dell'originale, e Giulio Romano, allievo dello stesso Raffaello, elogiò più tardi l'opera come quella del maestro — finché non gli fu svelato l'inganno. La storia, tramandata da Vasari, dice a suo modo che questo ritratto era considerato, già nel Cinquecento, una vetta insuperabile dell'arte del ritratto.