Sandro Botticelli · 1494-1495 circa
Questa piccola tavola e un teatro della menzogna. La scena si svolge in una sontuosa sala d'apparato, aperta da alte arcate su un cielo chiaro e pavimentata di marmi. A destra, un re siede in trono. Guardate la sua testa: lunghe orecchie d'asino la sormontano. Non e un re qualunque, e il giudice iniquo, colui che ha perduto il discernimento. Due donne gli sussurrano all'orecchio, chine su di lui come consigliere avvelenate, mentre egli tende il braccio verso il corteo che avanza.
Questo corteo e il cuore del dramma. Una bella donna riccamente vestita avanza con una torcia in mano: e la Calunnia. Con l'altra mano trascina per i capelli un uomo quasi nudo, gettato a terra, le mani giunte in preghiera, innocente che sara giudicato senza essere ascoltato. Attorno alla Calunnia si affaccendano due ancelle che la adornano e le intrecciano i capelli, abbellendo la menzogna per renderla credibile. In testa al corteo, un uomo scarno, cupo, incappucciato, la conduce verso il trono: e l'Invidia, o il Livore, che mette in moto la menzogna.
A sinistra, la scena si ribalta. Una donna in nero si volta, il volto segnato da vergogna e rimpianto: e il Pentimento, che arriva sempre troppo tardi. E dietro di lei, interamente nuda, un braccio teso verso il cielo, sta la Verita, ignorata da tutti, che confida solo nel giudizio dall'alto.
Botticelli dipinge questa allegoria verso il 1494-1495, in una Firenze sconvolta dalla caduta dei Medici e dalla predicazione infuocata di Savonarola. Il soggetto non esce dalla sua immaginazione: ricostruisce un dipinto perduto dell'Antichita, quello del greco Apelle, noto solo attraverso la descrizione che ne da l'autore satirico Luciano di Samosata. Questa descrizione, cio che si chiama ekphrasis, era stata riportata in auge dal grande teorico Leon Battista Alberti, che invitava i pittori a ricreare il capolavoro scomparso. Botticelli raccoglie la sfida: rende visibile un dipinto che nessuno vedeva da millecinquecento anni.
Simbolismo e lettura iconografica
Ogni personaggio e un'astrazione morale nominata, fedele al racconto di Luciano. La tavola si legge da destra a sinistra come un processo truccato, poi come la sua condanna.
- Il re dalle orecchie d'asino: e il giudice corrotto, privo di discernimento. Le orecchie d'asino, prese dal mito di re Mida, segnalano la stoltezza e l'incapacita di ascoltare la verita. Tende la mano verso la Calunnia, accogliendola invece di respingerla.
- L'Ignoranza e il Sospetto: le due donne che gli bisbigliano alle orecchie, avvelenando il giudizio del re.
- L'Invidia (o Livore): l'uomo scarno, incappucciato di nero, che guida il corteo e tende la mano verso il re. E il vizio che scatena la calunnia, la sua causa prima.
- La Calunnia: la donna bella e adorna, con la torcia. La sua bellezza rende seducente la menzogna; la torcia, falsamente illuminante, non fa che propagare l'incendio della maldicenza.
- La Perfidia e la Frode: le due ancelle che adornano la Calunnia e le intrecciano i capelli, infilandovi fiori. Abbelliscono la menzogna, la truccano, la rendono presentabile e dunque pericolosa.
- La vittima: l'uomo quasi nudo, trascinato per i capelli, le mani giunte, le caviglie incrociate in una posa che evoca il Cristo. E l'accusato innocente, senza difesa.
- Il Pentimento: la vecchia in nero, che si volta, vergognosa, verso la Verita. Giunge sempre a cose fatte.
- La Verita nuda, che indica il cielo: interamente svestita perche nulla ha da nascondere, leva lo sguardo e il braccio verso l'alto: la verita trova giustizia solo in un giudizio superiore. La sua figura deriva direttamente dalla Venere della Nascita di Venere.
- I rilievi e le statue del decoro: le pareti sono coperte di bassorilievi di eroi antichi e scene mitologiche, erudizione che iscrive il dramma morale nella memoria della cultura classica.
Analisi delle emozioni
La tavola mette a disagio, ed e voluto. La bellezza stessa delle figure, i loro gesti aggraziati, le stoffe cangianti rendono attraente la menzogna: si capisce, guardandola, come la calunnia seduca. Il contrasto tra l'eleganza delle forme e la crudelta della scena, l'innocente trascinato per i capelli, produce una tensione morale acuta.
La luce chiara, lo spazio vasto e ordinato, l'architettura perfetta accentuano il malessere: in questa cornice magnifica si consuma un'ingiustizia. Poi lo sguardo raggiunge la Verita nuda, sola, ignorata, il braccio levato verso un cielo vuoto, e l'emozione si fa struggente. Botticelli non consola: mostra la verita trionfante in diritto ma impotente di fatto, e lascia lo spettatore davanti all'amarezza del giusto condannato.
Segreti e misteri
Il grande fatto di questa tavola e che non rappresenta nulla che Botticelli abbia visto: e la ricostruzione di un'opera perduta. Apelle, il piu grande pittore della Grecia antica, avrebbe dipinto questa Calunnia per vendicarsi di un rivale che lo aveva falsamente accusato presso il re. Scomparso il dipinto, restava solo la descrizione di Luciano, rilanciata da Alberti nel suo trattato Della pittura (1435). Botticelli lavora dunque su un testo: fa opera di archeologo oltre che di pittore, esercizio umanistico di resurrezione dell'antico.
La datazione, intorno al 1494-1495, colloca l'opera negli anni turbati di Savonarola e della prima caduta dei Medici. Alcuni vi hanno letto una carica personale, una difesa contro una calunnia subita. Il dettaglio della donna in nero, la cui veste evoca l'abito domenicano, ha alimentato l'ipotesi di un legame con Savonarola; ma i problemi di datazione rendono incerta questa lettura. Secondo il Vasari, Botticelli avrebbe donato la tavola a un amico fiorentino, Antonio Segni.
Lo sapevi?
La sfida raccolta da Botticelli e una scommessa da umanista. Alberti, nel suo trattato, aveva narrato la Calunnia di Apelle e rimpianto che nessun pittore moderno osasse rifarla. Ricreare un dipinto antico perduto a partire dalla sola descrizione scritta era il sogno del Rinascimento: risuscitare la gloria scomparsa dei Greci. Dando corpo al testo di Luciano, Botticelli non copia, inventa cio che era stato distrutto, e dimostra che il pennello moderno poteva rivaleggiare con i maestri dell'Antichita. Il Vasari riferisce che il pittore ne fece dono all'amico Antonio Segni.

