Contributi e opere
In ogni linea di Botticelli c'è una nota di musica. Nato Alessandro Filipepi verso il 1445 in una Firenze in piena effervescenza, formatosi presso Filippo Lippi e poi nutrito dall'atmosfera della bottega del Verrocchio, inventa una maniera che nessuno imiterà davvero: un disegno che canta, un contorno morbido e melodioso che fa ondeggiare le chiome, fluttuare i veli, danzare i corpi. La sua grazia non è mai svenevole: è pensata, sorretta da un'intelligenza della linea che dona alle sue figure quella leggerezza soprannaturale, come se pesassero un poco meno di noi.
La sua audacia, invece, è immensa. Pittore prediletto della cerchia dei Medici — da Lorenzo il Magnifico a Lorenzo di Pierfrancesco —, Botticelli osa ciò che nessuno aveva osato: far risorgere gli dèi pagani a grandezza naturale, nel cuore di una città cristiana. La Primaverae laNascita di Venere dispiegano divinità antiche, nudi mitologici profani, una primavera di dee, in una scala fino ad allora riservata ai santi e alle Vergini. È un colpo di genio e un colpo di scena: la bellezza del mondo, la favola e il desiderio insediati nel cuore dell'arte, con una gravità tutta nuova.
Dietro questa limpidezza cova una profondità: la poesia neoplatonica del suo tempo, l'idea che la bellezza visibile sia il gradino verso una bellezza superiore. Le sue Veneri sorridono appena, le sue primavere hanno un velo di malinconia; sembrano gioie che ricordano di essere fragili. Questa tensione — la festa e il rimpianto nello stesso gesto — è precisamente ciò che ancora oggi ci parla.
La sua fama lo porta al vertice: chiamato a Roma, è tra i maestri che affrescano le pareti della Cappella Sistina. In quel momento Botticelli è uno dei grandi nomi d'Italia. Il seguito fu più aspro: conquistato sul tardi dalla predicazione ardente del Savonarola e dai suoi «roghi delle vanità», la sua maniera si fece più austera, poi fuori moda man mano che salivano Leonardo e Raffaello; finì povero e un po' dimenticato. Ma qui l'ombra non cancella nulla: quattro secoli più tardi, la sua linea intatta sarebbe rinata con clamore.
Aneddoto memorabile
Vasari racconta che un tessitore vicino di casa aveva installato otto telai che, girando, facevano tremare l'intera bottega di Botticelli, al punto da rendere impossibile il lavoro. Pregato invano di smettere, il pittore rispose a modo suo: issò in cima al proprio muro, inclinata verso la casa del molestatore, una pietra enorme che un nulla avrebbe potuto far precipitare. Il vicino, spaventato, accorse a protestare — e Botticelli gli ribatté che era in casa propria e faceva ciò che voleva, esattamente come faceva lui. Il tessitore abbassò la voce. Un aneddoto che dice l'uomo: faceto, testardo, la battuta pronta.
Influenze ricevute
Filippo Lippi, il suo maestro; l'atmosfera della bottega del Verrocchio; la cerchia intellettuale dei Medici e il pensiero neoplatonico fiorentino.
Influenze esercitate
A lungo eclissato, riscoperto con clamore nell'Ottocento dai preraffaelliti inglesi, poi riletto tra fine Ottocento e primo Novecento dallo storico Aby Warburg; da allora figura universale, la cui Nascita di Venere è una delle immagini più riconosciute dell'arte occidentale.
Importanza storica
Botticelli conta perché ha osato restituire al mondo la sua parte di favola e di bellezza, insediando il mito pagano nel cuore della Rinascita cristiana, servito da una linea di grazia impareggiabile. Passato di moda mentre era ancora in vita, non ha mai smesso di esistere: la sua primavera ha finito per tornare, più viva che mai. La prova che un genio autentico attraversa i secoli — e che un'audacia vera finisce sempre per ritrovare il suo pubblico.
