HitsMap

Pittura del Rinascimento

Il Paradiso

Venise

Il Paradiso

Jacopo Tintoretto e bottega (con Domenico Tintoretto) · 1588 circa - 1592

Alzate lo sguardo, poi indietreggiate: nulla vi ha preparato a questo. Su tutta la parete di fondo della più grande sala di Palazzo Ducale, dietro il seggio del potere della Repubblica, si apre un abisso di luce popolato da centinaia di figure. È stato a lungo definito il più grande dipinto su tela del mondo: quasi venticinque metri di larghezza, oltre sette di altezza. Non è un affresco ma un olio, montato su tele cucite, teso come un cielo sopra i settecento patrizi che qui votavano le leggi di Venezia.

Al centro, in alto, il Cristo e la Vergine: lui la incorona, lei si china. Attorno a loro la luce non irradia da un punto solo ma sembra sgorgare dalla materia stessa, in cerchi concentrici di angeli, santi, profeti e beati che turbinano verso il baratro luminoso. Le figure più vicine a noi, in basso, sono quasi ombre; più si sale verso la coppia divina, più tutto si dissolve nell'oro e nel bianco. Queste figure non si contano: si subiscono, come un'onda.

Bisogna ricordare la catastrofe che rese necessaria l'opera. Nel 1577 un incendio devasta Palazzo Ducale e distrugge il grande affresco di Guariento che ornava questa parete dal Trecento. La Repubblica bandisce un concorso; la prima scelta cade su Paolo Veronese affiancato da Francesco Bassano. Ma Veronese muore nel 1588 senza aver iniziato la tela, e la commissione passa allora a Jacopo Tintoretto, già anziano, che la esegue con il figlio Domenico e una bottega numerosa, in un locale abbastanza vasto da srotolare un simile mostro. È l'ultimo grande cantiere di un uomo che aveva passato la vita a dipingere in fretta, moltissimo, coprendo Venezia di tele.

Davanti al Paradiso si misura ciò che Tintoretto ha inventato: una pittura d'atmosfera prima del tempo, in cui la folla e la luce contano più del disegno di ogni corpo. Là dove il Rinascimento fiorentino costruiva figure nitide in uno spazio misurato, il veneziano dissolve tutto in un'energia collettiva. È barocco prima del barocco, e risponde esattamente alla sua funzione: dare agli uomini che governavano un impero la vertigine di un ordine più grande di loro.

Simbolismo e lettura iconografica

Il dipinto si legge come un'immensa gerarchia celeste, dalle tenebre in basso fino alla sorgente luminosa in alto. Ogni cerchio ha il suo senso.

  • L'Incoronazione della Vergine: in cima, il Cristo incorona Maria. Il soggetto ufficiale non è soltanto "il Paradiso" ma questo preciso momento teologico, tratto dalla tradizione mariana medievale. Per Venezia, che si diceva nata nel giorno dell'Annunciazione e si poneva sotto la protezione della Vergine, incoronare Maria sopra la sala del governo significa affermare che la Repubblica stessa è sotto protezione divina.
  • La luce come sostanza divina: il chiarore non viene da un sole dipinto ma sembra emanare dalla coppia centrale e propagarsi di cerchio in cerchio. È una trasposizione visiva della teologia della luce (di origine neoplatonica e dionisiaca): Dio è sorgente, e le creature ne ricevono il chiarore in proporzione al loro rango.
  • I cerchi dei beati: angeli, patriarchi, profeti, apostoli, martiri, dottori della Chiesa si dispongono in corone. Vi si riconoscono secondo la tradizione Mosè con le tavole della Legge, san Giovanni Battista, gli evangelisti con i loro simboli, san Marco (patrono di Venezia) e santa Giustina, associata alla vittoria di Lepanto (1571).
  • L'arcangelo san Michele e la bilancia: la presenza degli arcangeli richiama il giudizio, dimensione implicita di una decorazione posta sopra un'assemblea che giudica e legifera.
  • La composizione a baratro: l'assenza di suolo, di cornice architettonica, di appoggio, trasforma la parete in un'apertura. Il fedele-cittadino è aspirato verso l'alto: l'immagine dice che l'autorità terrena è solo un riflesso dell'ordine celeste.

Analisi delle emozioni

Ciò che colpisce per primo è la vertigine. La parete non chiude la sala: la apre su un vuoto luminoso che aspira lo sguardo verso l'alto. Non si percepiscono subito delle figure, ma un movimento d'insieme, un respiro della luce che sale e scende. L'emozione è quella del sublime: troppa gente, troppo spazio, troppo chiarore per un solo sguardo. Tintoretto ottiene questo effetto meno con il disegno che con la pennellata rapida e il contrasto — zone scure in basso, quasi notturne, che ribaltano in un oro accecante in cima. Ci si sente piccoli, ed era proprio lo scopo: l'uomo di Stato che alzava gli occhi dal suo banco era richiamato al suo posto in un ordine immenso. Ancora oggi lo schiacciamento fisico della scala produce un'emozione quasi religiosa, al di là di ogni credenza.

Segreti e misteri

  • Il più grande dipinto del mondo? Il titolo va sfumato: il Paradiso è il più grande dipinto antico su tela come opera decorativa unitaria, ma è composto da più teli cuciti e fu dipinto fuori dalla sala, in un locale più ampio, prima di essere issato e adattato sul posto — da cui lievi ritocchi per raccordare le parti.
  • Chi ha dipinto cosa? La parte esatta di Jacopo e quella del figlio Domenico e della bottega restano dibattute: molti ritengono che il vecchio maestro abbia fissato la composizione d'insieme e le grandi zone luminose, lasciando alle mani più giovani buona parte dell'esecuzione delle figure.
  • I grandi modelli preparatori: esistono più modelli di grande formato, oggi al Louvre, a Madrid (Thyssen) e altrove, che mostrano stati diversi della composizione: provano che il progetto è molto cambiato prima della tela definitiva.
  • L'annerimento e i restauri: la tela si è oscurata nei secoli; le campagne di restauro moderne hanno rivelato sotto lo sporco e le vernici ossidate passaggi di colore ben più vivi di quanto si credesse, restituendo profondità ai cerchi inferiori a lungo illeggibili.

Lo sapevi?

La leggenda vuole che, all'annuncio del concorso, il vecchio Tintoretto — famoso per dipingere a una velocità fulminea e per voler ogni commissione veneziana — abbia fatto di tutto per aggiudicarsi l'impresa, al punto di voler condurre lui stesso il cantiere nonostante l'età, aiutato da Domenico. Si racconta che dichiarasse di voler morire dipingendo: il Paradiso fu davvero una delle sue ultime grandi opere, terminata poco prima della morte nel 1594. La smisuratezza del dipinto somiglia a un testamento: l'artista che aveva coperto Venezia di tele voleva, per finire, dipingere il cielo intero.