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Pittura del Rinascimento

Processione in Piazza San Marco

Venise

Processione in Piazza San Marco

Gentile Bellini · 1496

Fate qualche passo indietro: questa tela è un muro. Quasi sette metri e mezzo di larghezza, eretti davanti a voi come una finestra spalancata sulla Venezia del 1496. Gentile Bellini vi ha dipinto piazza San Marco con un'esattezza da topografo, e il primo urto è quello del riconoscimento: è la piazza che ancora oggi si calpesta, chiusa in fondo dalla basilica di San Marco e dai suoi mosaici d'oro che avvampano al sole.

Davanti alla basilica si svolge una processione solenne. Sono i confratelli della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, in veste bianca, che portano sotto un baldacchino la loro reliquia più preziosa: un frammento della Vera Croce. Avanzano in lunga fila ordinata, ceri in mano, tra dignitari, musici e una folla fitta di veneziani in abito di festa. La tela appartiene a un celebre ciclo, i Miracoli della Croce, commissionato dalla confraternita per ornare la sua grande sala e celebrare i prodigi attribuiti alla reliquia.

Perché un miracolo c'è, e bisogna cercarlo: l'immensa scena di folla nasconde un istante preciso. Dietro il reliquiario, un uomo inginocchiato prega con fervore. La tradizione della Scuola racconta che si tratta di un mercante, Jacopo de' Salis, giunto da Brescia, il cui figlio stava morendo per una frattura al cranio. Al passaggio della reliquia egli fece voto, e il bambino guarì. Bellini ha dunque dipinto un miracolo quasi invisibile, annegato nel grande ordine di una cerimonia di Stato. Perché è di Venezia stessa che si tratta: la Serenissima amava rappresentarsi come città di concordia, di pietà e di ordine perfetto, e questo dipinto ne è uno dei più bei ritratti. La prospettiva è sovrana: il selciato fugge verso la basilica, le file della processione scandiscono lo spazio, le facciate incorniciano la piazza con una regolarità quasi musicale.

Simbolismo e lettura iconografica

Sotto l'apparente cronaca si cela una lettura regolata della città e della sua fede.

  • La reliquia della Vera Croce sotto il baldacchino: cuore sacro dell'intera scena, giustifica la processione e concentra il potere soprannaturale da cui la Scuola trae il proprio prestigio.
  • Il mercante inginocchiato (Jacopo de' Salis): vestito di rosso, un poco defilato dietro il reliquiario, prega per il figlio morente, che sarà guarito. È il miracolo vero e proprio, volutamente annegato nella folla: il prodigio non esplode, si insinua nell'ordinario della devozione.
  • La basilica di San Marco e i suoi mosaici d'oro: chiesa del doge e santuario dello Stato, raffigura la Venezia sacra, una Gerusalemme celeste posata sulla laguna. L'oro dei mosaici irradia l'intera piazza.
  • Il mosaico della Porta Sant'Alipio (all'estrema sinistra della facciata): raffigura la traslazione del corpo di san Marco. È un quadro nel quadro, e un documento: è l'unico mosaico medievale originale ancora al suo posto sulla facciata.
  • I confratelli in veste bianca: membri della Scuola Grande, incarnano la carità civica e religiosa; il bianco dice la purezza e l'uguaglianza dei fratelli davanti alla reliquia.
  • Il baldacchino, gli ombrelli, le insegne: segni d'onore riservati al sacro e alle magistrature; gerarchizzano il corteo come la società veneziana gerarchizza se stessa.
  • La prospettiva centrata e la simmetria: l'ordine geometrico non è neutro. Traduce il mito di Venezia, città stabile e concorde, governata dalla misura. La composizione è un'allegoria politica travestita da veduta urbana.
  • I tappeti orientali alle finestre, le stoffe preziose: richiamano la Venezia del grande commercio, la cui ricchezza mercantile sostiene la pietà d'apparato.

Analisi delle emozioni

L'emozione di questa tela è quella dell'ordine e della cerimonia. Non vi si cerca il brivido drammatico: vi si respira una solennità tranquilla, un tempo rallentato in cui ogni gesto è regolato. È l'emozione di una festa di Stato, fatta di raccoglimento e di orgoglio condiviso.

Bellini la ottiene con la luce e con la misura. La piazza è immersa in un chiarore uniforme, quasi senza ombre violente, che depone le cose una accanto all'altra con una pazienza da inventario. L'oro della basilica, in fondo, agisce come una calamita: lo sguardo risale la processione fino a quel muro scintillante. Ma l'emozione più bella è quella della presenza: moltiplicando volti, costumi e atteggiamenti, Bellini vi fa entrare nella folla. Non siete più davanti alla scena, siete sulla piazza, un veneziano tra gli altri, spettatore di un miracolo che passa quasi inosservato.

Segreti e misteri

Il grande valore di questa tela è documentario: fissa piazza San Marco così com'era nel 1496, prima di diverse trasformazioni. I mosaici della facciata, per esempio, sono stati quasi tutti rifatti nei secoli successivi; Bellini conserva dunque il ricordo preciso di programmi oggi scomparsi, a cominciare da quelli delle grandi lunette, di cui sopravvive solo quella della Porta Sant'Alipio.

Anche gli edifici che bordano la piazza a destra non sono più quelli di oggi: l'ala ancora visibile in Bellini sarà poi demolita e sostituita dalle Procuratie. La tela è così una fotografia di un urbanistica sommersa.

L'opera non era isolata: faceva parte di un ciclo dei Miracoli della Croce, che riuniva più teleri commissionati a pittori diversi, tra cui una celebre scena di Carpaccio ambientata al ponte di Rialto. L'insieme fu disperso e poi riunito all'Accademia dopo la soppressione delle confraternite in età napoleonica. Un cartellino reca il nome del pittore e la data, modo discreto di affermare che non è soltanto una scena pia, ma l'opera datata di un maestro votato all'esattezza.

Lo sapevi?

Gentile Bellini non era un pittore come gli altri: era l'ambasciatore a colori della Repubblica. Nel 1479 la Serenissima lo inviò a Costantinopoli, alla corte del sultano Maometto II, il conquistatore di Bisanzio, per ritrarlo. Bellini vi soggiornò diversi mesi e ne riportò uno dei più celebri ritratti del sovrano ottomano. Questa missione dice tutto della sua fama: lo si riteneva un pittore così esatto da potergli affidare la memoria fedele dei potenti e dei luoghi. La stessa mano scrupolosa che aveva saputo fissare i tratti di un sultano ha fissato, su questa tela, piazza San Marco per l'eternità.