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Protagonisti del Rinascimento

della Francesca

della Francesca

« La pittura non è che la dimostrazione delle superfici e dei corpi, ingranditi o rimpiccioliti secondo la loro distanza dall'occhio. » — dal De prospectiva pingendi

Contributi e opere

Piero della Francesca è il pittore che ha fatto entrare la geometria dentro la luce. Davanti a una sua opera si è colti da una calma quasi irreale: le figure stanno immobili, immerse in un chiarore uguale, disposte nello spazio con il rigore di un teorema. Nulla si agita, nulla grida. Questa serenità non è freddezza, è il frutto di un'audacia rara: Piero ha voluto che la pittura obbedisse alle stesse leggi della matematica, e ne ha saputo trarre una bellezza che nessuno aveva raggiunto prima di lui.

Il suo grande cantiere è il ciclo della Leggenda della Vera Croce, dipinto ad affresco nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo. Su quelle pareti si dispiega una storia ampia, dove ogni scena è costruita come uno spazio misurato, ogni personaggio posato come un volume nella luce. La Flagellazione di Cristo, piccola tavola conservata a Urbino, è forse l'esempio più inquietante del suo metodo: un'architettura di prospettiva impeccabile, una pavimentazione calcolata al millimetro, e quell'enigma mai risolto delle tre figure in primo piano. La Resurrezione, a Sansepolcro, mostra un Cristo frontale, monumentale, che sorge dal sepolcro sopra soldati addormentati, con una potenza tranquilla che ha segnato durevolmente l'immaginario occidentale.

Ciò che distingue Piero è che non si accontentò di dipingere: scrisse. È autore di trattati dotti, il più celebre dei quali, il De prospectiva pingendi (« Della prospettiva in pittura »), fa della prospettiva una vera e propria scienza, con dimostrazioni, figure e progressione logica. Gli si attribuiscono anche un trattato sui solidi geometrici (il Libellus de quinque corporibus regularibus) e un'opera sull'abaco destinata ai mercanti. Piero è così uno dei pochi uomini del suo tempo a essere pienamente pittore e pienamente matematico, senza che l'uno serva soltanto da cornice all'altro: in lui il calcolo e il pennello sono un'unica e sola ricerca.

Va detta anche la sfumatura, perché fa parte della sua grandezza. Piero rimase un provinciale. Nato a Borgo Sansepolcro, in Toscana, vi tornò continuamente e vi trascorse la fine della vita, in disparte dai grandi centri che furono Firenze o Roma. Lavorò per corti e città — Urbino, Arezzo, Rimini — ma non fece mai carriera nel cuore del mondo artistico. Questa posizione defilata spiega in parte perché sia stato, dopo la morte, ampiamente dimenticato: la sua pittura, troppo calma, troppo sapiente, non corrispondeva più al gusto dei secoli successivi.

Aneddoto memorabile

La tradizione, tramandata da Giorgio Vasari nelle sue Vite de' più eccellenti pittori, racconta che Piero della Francesca sarebbe divenuto cieco alla fine dell'esistenza. Secondo questo racconto, il maestro della luce e della misura avrebbe finito i suoi giorni privato della vista, guidato da un bambino per le strade della città natale. L'immagine è insieme bella e crudele, e ha alimentato la sua leggenda. Conviene tuttavia presentarla come un racconto antico più che come un fatto certo: Vasari scrive parecchi decenni dopo la morte di Piero, e la realtà di quella cecità, come la sua data, restano difficili da stabilire.

Influenze ricevute

Piero si forma nel solco del primo Rinascimento fiorentino. La sua arte si ricollega alle conquiste della prospettiva messe a punto dai grandi maestri dell'inizio del secolo, e la tradizione ricorda un passaggio a Firenze dove avrebbe lavorato a fianco di Domenico Veneziano. Da questa eredità egli trattiene la costruzione razionale dello spazio e una luce chiara, uniforme, che posa i volumi senza drammatizzarli. A ciò si aggiunge, probabilmente, una sensibilità venuta dalla pittura fiamminga per la resa minuziosa dei tessuti e dei dettagli.

Influenze esercitate

In vita e nei decenni successivi, l'arte di Piero irradiò soprattutto nelle regioni dove aveva lavorato, segnando diversi pittori della corte di Urbino e dell'Italia centrale. Ma la sua influenza più clamorosa venne molto più tardi. Riscoperto e celebrato a partire dalla fine dell'Ottocento e poi nel Novecento, divenne un punto di riferimento per gli artisti moderni in cerca di costruzione, di geometria e di serenità: il suo modo di comporre lo spazio e di trattare le figure come volumi puri parlò direttamente alla pittura moderna. La sua gloria attuale è, in questo senso, una vera resurrezione.

Importanza storica

Piero della Francesca occupa un posto singolare nella storia dell'arte: quello di un pittore-matematico che ha osato fondere il calcolo e la bellezza. A lungo rimasto nell'ombra, provinciale e sapiente, è stato riscoperto dalla modernità, che ha riconosciuto in lui uno degli spiriti più rigorosi e più poetici del Rinascimento. Il suo destino illustra una lezione rara: la vera audacia non è sempre rumorosa, e un'opera può attendere secoli prima che il mondo sia pronto a vederla.