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Protagonisti del Rinascimento

Michelozzo

Contributi e opere

Lo si chiama Michelozzo, ma il suo nome per intero è Michelozzo di Bartolomeo: Michelozzo non è un nome proprio isolato, è il vezzeggiativo del figlio di Bartolomeo, un'abbreviazione fiorentina diventata la sua etichetta per i posteri. Dietro questo diminutivo familiare si nasconde l'architetto di fiducia dei Medici, l'uomo che diede forma di pietra al potere della prima famiglia di Firenze.

Il suo capolavoro è il Palazzo Medici, sulla via Larga. Vi inventa, per così dire, il modello stesso del palazzo rinascimentale fiorentino: una facciata a bugnato che si alleggerisce man mano che sale, un cortile interno cinto da arcate su colonne, una fiera orizzontalità coronata da un forte cornicione. La formula è così azzeccata che verrà copiata in tutta la città: il Palazzo Medici diventa la grammatica comune del palazzo fiorentino, il modello sul quale le grandi famiglie ricalcheranno le proprie dimore.

Michelozzo non si ferma alla scenografia del potere. Sempre per Cosimo, ricostruisce il convento e la biblioteca di San Marco, spesso considerata la prima biblioteca pubblica del Rinascimento: una lunga aula luminosa a tre navate dove i libri, a lungo tesori chiusi sotto chiave, si aprono finalmente alla consultazione. L'uomo che edifica il palazzo del banchiere costruisce anche la sala in cui si viene a leggere: due volti di uno stesso umanesimo fiorentino, l'orgoglio e il sapere.

Scultore non meno che architetto, lavora fianco a fianco con Donatello: insieme concepiscono sepolcri e monumenti in cui l'architettura fa da cornice alla statuaria, ciascuno al servizio dell'arte dell'altro. Questa doppia competenza — disegnare lo spazio e modellare la figura — fa di Michelozzo uno dei rari artisti completi della sua generazione, capace di pensare un monumento dall'ossatura fino alle sue effigi.

Aneddoto memorabile

La tradizione vuole che Cosimo de' Medici avesse dapprima pensato a Brunelleschi per il suo palazzo, per poi rifiutarne il progetto, giudicato troppo grandioso, troppo ostentato per un banchiere che doveva apparire discreto. Un uomo che maneggia il denaro altrui non ostenta un palazzo da principe senza attirarsi guai. Cosimo preferì dunque Michelozzo e la sua giusta misura. (L'episodio del rifiuto del progetto di Brunelleschi è riferito dalla tradizione — in particolare da Vasari — ma resta discusso dagli storici.)

Influenze ricevute

Michelozzo si forma sulla scia di Brunelleschi, di cui fa proprio il vocabolario antico riportato in auge: colonne, archi a tutto sesto, proporzioni limpide. La sua lunga collaborazione con Donatello segna altrettanto la sua arte: al fianco del grande scultore impara a far dialogare l'architettura e la figura. Dietro questi maestri, è l'esempio dell'architettura romana e del suo ordine a irrigare il suo lavoro.

Influenze esercitate

Il Palazzo Medici diventa un modello: la sua facciata a bugnato e il suo cortile ad arcate si diffondono nei palazzi fiorentini di tutto il Quattrocento, facendo di Michelozzo uno degli inventori del tipo stesso del palazzo urbano rinascimentale. La sua biblioteca di San Marco fissa, dal canto suo, la forma della sala di lettura pubblica. Architetto al servizio dei Medici, contribuisce a plasmare la scenografia duratura del loro potere.

Importanza storica

Michelozzo occupa un posto paradossale nella storia dell'arte. A lungo eclissato dai due geni teorici del suo secolo, Brunelleschi e Alberti, passa per l'uomo dell'ombra, l'esecutore efficiente più che il pensatore. Eppure: è lui a dare al palazzo rinascimentale la sua forma canonica, lui a edificare la prima grande biblioteca pubblica, lui che Cosimo de' Medici sceglie e tiene accanto a sé, al punto da portarlo con sé nel suo esilio del 1433. L'audacia di Michelozzo non è quella del monumento spettacolare; è quella della giusta misura, di quel classicismo sobrio, abitabile, insieme dignitoso e prudente, che definisce con precisione la scenografia del potere mediceo. Fedele fin dentro il bando, egli è la prova che un architetto può segnare la propria epoca non con lo splendore, ma con la giustezza.