« Per dipingere le cose di Cristo, bisogna vivere con Cristo. » (detto tramandato dalla tradizione; formula attribuita)
Contributi e opere
Lo si è a lungo guardato come un mite « primitivo », un monaco chino sulle sue devozioni. È tutto il contrario: Fra Angelico è una delle menti più audaci della Firenze degli anni 1420-1450. Là dove altri esitano, egli afferra di petto le due grandi rivoluzioni del suo secolo — la costruzione razionale dello spazio ereditata da Brunelleschi, la gravità carnale delle figure aperta da Masaccio — e le fa sue. Le sue architetture dipinte stanno in piedi, i suoi pavimenti fuggono verso un punto di fuga padroneggiato, i suoi corpi hanno un peso. Il frate che « dipinge come si prega » è anche, senza contraddizione, un uomo all'avanguardia del suo tempo.
Il suo gesto più forte si lega al convento di San Marco a Firenze, ricostruito sotto il patronato di Cosimo de' Medici. Angelico e la sua bottega ne coprono le pareti di affreschi e, soprattutto, decorano una a una le celle dei frati. La scelta è di un'audacia inaudita: invece di scene fastose, immagini spoglie, ridotte all'essenziale, pensate come supporti di meditazione per l'uomo solo nella sua cella. Un'Annunciazione, una Crocifissione, un san Domenico ai piedi della croce — quasi nulla, eppure tutto. Egli inventa qui un modo di dipingere per l'interiorità, dove il vuoto e il silenzio diventano materia pittorica.
Il suo colore è l'altro versante di questa audacia. Angelico lavora l'oro, i rosa teneri, gli azzurri limpidi e una luce che sembra venire dall'interno delle figure più che rischiararle dall'esterno. Ciò che potrebbe essere solo soavità diventa in lui una teologia della luce: il chiarore come segno del divino. La grande pala di San Marco, l'Incoronazione della Vergine, le predelle minuziose mostrano un pittore capace della più alta complessità come della più grande economia di mezzi.
La sua fama valica presto le mura del convento. Roma lo chiama: in Vaticano orna la cappella Niccolina per papa Niccolò V, dispiegando le storie di santo Stefano e di san Lorenzo in architetture ampie e in una narrazione limpida. Riconosciuto in vita, richiesto dai papi e dai Medici, muore a Roma nel 1455 e vi è sepolto in Santa Maria sopra Minerva.
Aneddoto memorabile
La tradizione racconta che il pittore non prendeva mai il pennello senza aver pregato, e che non ritoccava le sue figure del Cristo, tenendo per ricevuto ciò che gli veniva. Si narra anche che piangesse nel dipingere la Passione. Questi racconti, trasmessi in particolare da Vasari, hanno dell'agiografia tanto quanto della biografia: dicono meno dei fatti verificati che la reputazione di santità legata assai presto al suo nome.
Influenze ricevute
Formatosi nell'ambiente fiorentino ancora segnato dal gotico internazionale e dall'oreficeria dei colori (Lorenzo Monaco non è lontano), Angelico assorbe poi le innovazioni decisive della sua generazione: la prospettiva costruita di Brunelleschi, la monumentalità e il chiaroscuro di Masaccio. Il suo ingresso tra i domenicani — l'ordine dei predicatori, legato all'immagine come strumento di meditazione — orienta durevolmente la sua arte verso la devozione.
Influenze esercitate
Capo di una bottega attiva, forma collaboratori, primo fra tutti Benozzo Gozzoli. Il suo modo di coniugare rigore spaziale e dolcezza luminosa segna a lungo la pittura religiosa fiorentina. Ben oltre, il suo nome diventa sinonimo di un ideale: quello dell'artista la cui maestria si mette tutta al servizio del sacro. Nel 1982 papa Giovanni Paolo II lo beatifica e lo proclama patrono degli artisti — consacrazione assai tardiva che fissa per sempre l'appellativo di « Beato Angelico ».
Importanza storica
Fra Angelico occupa un posto singolare: è il punto in cui l'avanguardia e la santità si incontrano, senza che l'una sminuisca l'altra. Né monaco attardato nell'arcaismo, né freddo tecnico della prospettiva, egli prova che si può essere all'avanguardia delle ricerche del proprio tempo e votarle interamente all'elevazione dell'anima. Le celle di San Marco restano, cinque secoli dopo, uno dei luoghi più commoventi della pittura occidentale — un'opera che non cerca di abbagliare, ma di far pregare. È questa audacia, la più discreta e forse la più difficile, a fare la sua grandezza.
