Contributi e opere
Lo si chiama il padre dell'architettura del Rinascimento maturo, e il titolo non ha nulla di esagerato. Nato nei pressi di Urbino, formatosi a contatto con una corte che sognava città ideali, Donato Bramante trascorse la vita a tradurre nella pietra una convinzione limpida: l'antichità non era uno scenario da imitare, ma una grammatica da riattivare. Pittore in origine, si stabilisce a Milano sotto gli Sforza, dove impara a giocare con la prospettiva e con l'illusione: è lì che concepisce il celebre finto coro di Santa Maria presso San Satiro, pochi centimetri di profondità reale trasformati in un vasto santuario dalla sola scienza dell'occhio.
Ma è a Roma, nei primissimi anni del Cinquecento, che il suo genio si dispiega pienamente. Il Tempietto di San Pietro in Montorio, eretto sul luogo presunto del martirio di san Pietro, è un piccolo tempio circolare cinto di colonne, di una purezza classica quasi irreale. Minuscolo eppure monumentale, condensa in sé tutto il programma del Rinascimento: proporzione, ordine, serenità. Molti vi riconoscono il primo edificio pienamente moderno dopo l'antichità, una lezione di equilibrio che generazioni di architetti verranno a studiare.
Venne allora la commissione della sua vita. Papa Giulio II, sovrano costruttore, gli affidò il cantiere più vertiginoso della cristianità: ricostruire la basilica di San Pietro a Roma. Bramante ne disegnò il piano più ambizioso che si possa immaginare, un'immensa croce greca dalle braccia uguali, coronata da una cupola colossale che la tradizione dice ispirata al Pantheon collocato, si diceva, sulla sommità della basilica. L'idea era di un'audacia assoluta: offrire al papato uno spazio centrale, raggiante, in cui la geometria parlasse dell'ordine divino. Bramante non ne avrebbe visto che i primi piloni; la cupola sarebbe toccata assai più tardi a Michelangelo, ma l'ossatura dell'idea era la sua.
Non bisogna dimenticare il pittore dietro l'architetto. Il Cristo alla colonna, conservato alla Brera di Milano, mostra un uomo dal volto segnato, inquadrato da vicinissimo, di una gravità struggente: prova che la mano capace di tracciare cupole sapeva anche scandagliare i volti.
Aneddoto memorabile
Il soprannome che gli restò appiccicato dice molto: a Roma si mormorava Bramante ruinante, il Bramante che rovina, che distrugge. Per edificare il suo nuovo San Pietro bisognava infatti radere al suolo l'antica basilica costantiniana, vecchia di quasi dodici secoli, con le sue colonne, i suoi mosaici e le sue tombe paleocristiane. Molti contemporanei rimasero inorriditi nel vedere cadere sotto il piccone tanti tesori venerabili. Il gesto passò per una brutalità sacrilega tanto quanto per un colpo di genio, ed è forse la migliore definizione dell'audacia di Bramante: non si costruisce più grande senza accettare di far cadere ciò che precede.
Influenze ricevute
Bramante eredita la cultura matematica e prospettica della corte di Urbino, dove circolavano le idee di Piero della Francesca e l'ideale della città armoniosa. A Milano frequenta Leonardo da Vinci, le cui ricerche sulle piante centrali e sulle chiese a cupola alimentano la sua stessa riflessione. Soprattutto, attinge direttamente alle fonti antiche: le rovine romane, il Pantheon, le terme imperiali diventano il suo vero manuale, che non copia ma di cui riafferra i principi.
Influenze esercitate
La sua ombra si stende su tutto il Cinquecento. Raffaello, suo conterraneo di Urbino che egli avrebbe introdotto alla corte pontificia, gli succede nel cantiere di San Pietro; Michelangelo, riprendendo più tardi la cupola, dialoga con il suo piano iniziale. Il vocabolario che ha fissato — pianta centrale, ordine monumentale, cupola sovrana — diventa la lingua comune dell'architettura classica, dal tardo Rinascimento fino al barocco, e ben oltre le Alpi.
Importanza storica
Bramante occupa una posizione di cerniera: è l'uomo che ha fatto passare l'architettura dal raffinamento decorativo del Quattrocento alla gravità monumentale del Rinascimento maturo. Il Tempietto e il piano di San Pietro bastano a farne uno degli architetti più influenti dell'intera storia europea. Egli incarna un'audacia creatrice che non arretra né davanti alla scala né davanti al peso del passato, a costo di attirarsi la reputazione di un distruttore.
