HitsMap

Protagonisti del Rinascimento

Tura

« Un'arte intagliata nel cristallo e nel ferro, dove ogni piega diventa uno spigolo e ogni volto un pensiero teso. »

Contributi e opere

Cosmè Tura è il fondatore di ciò che la storia dell'arte chiamerà l'« officina ferrarese »: la bottega, o meglio la scuola, più strana e più personale della prima Renaissance italiana. Pittore di corte degli Este, la dinastia che regna su Ferrara, mette il suo pennello al servizio di una delle casate più raffinate e più colte della penisola. È in questo clima di cultura aristocratica, dove si amano l'enigma, l'impresa e l'ornamento dotto, che egli forgia una maniera assolutamente inimitabile, controcorrente rispetto a tutto ciò che si fa altrove.

La sua maniera, appunto, non somiglia a nessun'altra. In Tura le forme sono dure, metalliche, come intagliate nel cristallo o nel ferro. I panneggi si spezzano in pieghe taglienti, affilate come lame; le architetture si dispiegano in costruzioni fantastiche, irte di festoni, di ghirlande e di motivi all'antica reinventati; i colori, minerali e quasi fosforescenti, sembrano brillare di un bagliore freddo. Nulla è dolce, nulla è placato: tutto è tensione, spigolo, lampo. È un mondo visto attraverso una gemma, insieme sontuoso e affilato.

Questa audacia è anzitutto quella di un temperamento: Tura inventa uno stile anticlassico, cerebrale e un po' crudele, lontano mille miglia dalla dolcezza toscana e dall'armonia che cercano, negli stessi anni, le botteghe di Firenze. Là dove altri mirano alla grazia e all'equilibrio, egli mira all'intensità, all'espressività tesa e visionaria. Le sue figure — vergini gravi, santi scarniti, profeti dai tratti contratti — hanno qualcosa di ascetico e di inquieto; si direbbe un manierismo ante litteram, dotto e altero, pensato per un'élite che gusta l'artificio quanto la bellezza. Fondare un'officina su un'estetica tanto personale, rifiutare il grande stile dominante per imporre la propria visione, rivela una fiducia rara.

Attorno a lui gravita tutta una generazione di pittori ferraresi che prolungheranno e diffonderanno questa lingua singolare. Tracciando le prime lettere di questo alfabeto visivo, Tura dà a Ferrara un'identità artistica riconoscibile fra tutte: un modo di dipingere il sacro e il profano come un'oreficeria tesa, dove l'ornamento e l'emozione fanno tutt'uno.

Aneddoto memorabile

La sorte di Tura offre il rovescio della sua gloria. Dopo aver servito gli Este per decenni e aver incarnato il gusto della corte, fu a poco a poco messo da parte a favore di artisti più giovani, e finì in una relativa povertà e nell'oblio — lui, l'inventore di uno stile intero, eclissato dalla moda che passa. La sua fama rinascerà soltanto in epoca moderna, quando lo sguardo cambierà e riscoprirà in quella maniera « bizzarra » una delle più affascinanti avventure della Renaissance italiana.

Influenze ricevute

Tura eredita il clima della corte degli Este, dove si intrecciano la cultura umanistica, il gusto dell'antico e una raffinatezza decorativa tutta aristocratica. La sua formazione si nutre della pittura dell'Italia settentrionale del suo tempo e di un senso acuto della linea dura e dell'ornamento, che egli spinge fino a un'intensità che appartiene soltanto a lui.

Influenze esercitate

È la sorgente della scuola ferrarese, l'officina che porterà il suo marchio: una maniera metallica, tesa, ornamentale, che i pittori di Ferrara dopo di lui riprenderanno e trasformeranno. Ben oltre la sua bottega, il suo stile anticlassico fa di lui uno dei grandi « singolari » della Renaissance, riscoperto e ammirato in epoca moderna per la sua audacia visionaria.

Importanza storica

Cosmè Tura conta perché ha osato una via che nessun altro percorreva: contro la dolcezza e l'armonia che trionfavano altrove, ha imposto un'arte dura, cerebrale e sontuosa, intagliata come una pietra preziosa. Fondatore dell'officina ferrarese, dà a un'intera città la sua identità di pittura. Il suo destino, glorioso e poi dimenticato, ricorda che l'originalità più forte non è sempre ricompensata in vita — e che il tempo, talvolta, rende giustizia ai visionari.