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Protagonisti del Rinascimento

da Messina

« Antonello, pittore siciliano, uomo di ingegno molto sagace e assai accorto. » — Marcantonio Michiel, notaio veneziano, negli appunti sulle collezioni del suo tempo

Contributi e opere

Lo si immaginerebbe uomo dei grandi centri, Firenze o Roma. Viene dall'esatto opposto: Messina, una città di Sicilia, una periferia che il Rinascimento trionfante degnava appena di uno sguardo. È da lì che parte il pittore destinato a collegare due mondi che tutto separava: la pittura fiamminga del Nord e la pittura italiana del Sud. Antonello da Messina è il trait d'union, l'uomo che fece varcare una frontiera alla luce.

La sua grande audacia sta in una tecnica. Al Nord, i pittori fiamminghi, sulla scia di Jan van Eyck, padroneggiavano la pittura a olio: strati trasparenti, sovrapposti, che lasciano scendere la luce nella materia e risalire. Antonello acclimata quel procedimento in Italia. Sotto il suo pennello una stoffa diventa palpabile, un metallo cattura davvero il giorno, un volto acquista un incarnato e una profondità che la tempera, più opaca, non sapeva restituire. Il quadro cessa di essere una superficie: diventa una finestra dove la luce si comporta come nel reale.

Questa nuova precisione la mette al servizio di qualcosa di ancora più inquietante: il ritratto. Prima di lui il ritratto italiano mostrava spesso un profilo, un'effigie da medaglia, un modello che guarda altrove. Antonello volge il volto verso di noi. I suoi modelli fissano lo spettatore, e in quello sguardo egli fa entrare una vita interiore. L'uomo detto « ignoto » del museo di Cefalù abbozza un mezzo sorriso che non si riesce a decifrare; a suo proposito si parla di ritratto psicologico, tanto l'individuo vi appare presente, enigmatico, vivo. È un'invenzione da pittore non meno che da psicologo.

E poi c'è l'« Annunciata » di Palermo. La Vergine, sola, inquadrata a mezza figura dietro un leggio, alza una mano come per trattenere un istante. Non si vede l'angelo: tutto si gioca sul suo solo volto, nel velo azzurro che la circonda di un ovale perfetto. Raramente un pittore avrà detto tanto con così poco: un gesto, uno sguardo abbassato, un silenzio. È l'approdo di tutto ciò che Antonello cercava: la luce, la materia e l'anima riunite in una sola figura.

Aneddoto memorabile

Nel 1475 Antonello lascia la sua Sicilia e si reca a Venezia, dove soggiorna fino al 1476. L'episodio ha il tono di un colpo di fulmine: questo pittore venuto dall'estremità dell'Italia porta alla laguna la sua padronanza dell'olio e il suo senso della luce, sconvolgendo le abitudini locali. Si ammette generalmente che segni durevolmente Giovanni Bellini, il maestro veneziano in persona: un rovesciamento raro, in cui è l'uomo della periferia a venire a illuminare il centro. La durata esatta del soggiorno e la misura di questa influenza restano discusse dagli storici.

Influenze ricevute

La pittura dei Paesi Bassi, e in primo luogo quella di Jan van Eyck, di cui eredita la tecnica dell'olio e il gusto del dettaglio minuzioso. Le vie precise attraverso cui quell'arte fiamminga gli sia giunta — un viaggio, opere viste a Napoli, intermediari — restano mal accertate e sono oggetto di ipotesi. Sul versante italiano assimila la costruzione dello spazio e la chiarezza geometrica che il Rinascimento stava allora mettendo a punto.

Influenze esercitate

Il suo passaggio a Venezia irriga tutta la nascente scuola veneziana, Giovanni Bellini in testa, e di rimbalzo la grande pittura di luce che farà la gloria della città. Più in generale, egli insedia in Italia la pittura a olio e il ritratto di faccia, rivolto verso lo spettatore, di cui vivranno generazioni di pittori.

Importanza storica

Antonello da Messina occupa un posto singolare: quello del traghettatore. Senza di lui l'incontro tra la finezza fiamminga e la grandezza italiana sarebbe stato più tardivo, o più timido. Occorre però correggere una leggenda tenace. Giorgio Vasari, nelle sue « Vite », gli attribuisce nientemeno che l'invenzione della pittura a olio — cosa falsa: il procedimento esisteva al Nord prima di lui. Antonello non lo inventò, lo diffuse, lo acclimatò, lo rese italiano. È una gloria in apparenza più modesta, ma forse più giusta: non creò lo strumento, gli fece varcare una frontiera, e con ciò mutò il corso di una pittura. La sua figura resta peraltro mal documentata, avvolta di racconti inverificabili, il che ha lasciato campo libero alle leggende come a quella di Vasari.