HitsMap

Protagonisti del Rinascimento

Mantegna

Mantegna

Contributi e opere

Andrea Mantegna non dipinse il Rinascimento: lo riportò alla luce come si riesuma Roma. Formatosi a Padova, città intrisa di umanesimo e abitata dai resti dell'antico, si impadronisce delle colonne, delle iscrizioni incise, delle armature e dei rilievi con l'amore ostinato di un archeologo. In lui la pietra si fa carne e la carne riprende la durezza della pietra. Le sue figure hanno la fermezza di una statua romana eretta in piena luce, cinte da un disegno di una precisione quasi tagliente. Questa audacia nessun pittore della sua generazione la spinse tanto lontano: fare della pittura una scultura che respira.

Il suo colpo di genio sta tutto in uno scorcio. Nel «Cristo morto» osa mostrare il corpo di Cristo di fronte, i piedi verso lo spettatore, in uno scorcio vertiginoso che schiaccia la prospettiva e getta l'osservatore sul bordo della lastra funeraria. Nessuno aveva osato guardare la morte da un'angolazione così brutale e frontale. Questa padronanza dei punti di vista impossibili lo conduce al suo capolavoro assoluto: la Camera degli Sposi nel palazzo ducale di Mantova. Lì buca il soffitto. Un oculo dipinto si apre su un cielo azzurro, angioletti si sporgono, donne ridono sopra il vuoto, un vaso in equilibrio minaccia di caderci in testa. Questo «di sotto in su» è considerato il primo grande trompe-l'œil di soffitto della storia, la matrice di tutti i soffitti illusionistici che seguiranno per secoli.

Questo trionfo Mantegna lo deve anche a una fedeltà rara: quarantacinque anni al servizio dei Gonzaga, signori di Mantova. Pittore di corte ufficiale, nobilitato, alloggiato, dispiega per loro affreschi, pale d'altare, ritratti e la sontuosa serie dei «Trionfi di Cesare», nove tele in cui sfila tutta la pompa dell'antichità imperiale. Rari sono gli artisti del suo tempo ad aver costruito un'opera così coerente, così dotta, così assoluta nell'ambizione di far rinascere un mondo scomparso.

Va detto? Quest'uomo che dipingeva eroi non aveva sempre il carattere facile. Orgoglioso della sua arte e geloso del suo rango, Mantegna era permaloso, pronto alla lite e temibilmente litigioso: gli archivi di Mantova conservano traccia dei suoi conflitti e dei suoi processi, in particolare con vicini e debitori. Un temperamento ombroso, certo — ma è forse questa stessa fierezza indomabile a dargli l'audacia di bucare i soffitti e di sfidare le leggi dello sguardo.

Aneddoto memorabile

Si racconta che a Mantova Mantegna fece costruire per sé una casa-manifesto: una dimora organizzata attorno a un cortile circolare inscritto in un quadrato, omaggio architettonico all'antichità che venerava. L'artefice dei Gonzaga voleva vivere, letteralmente, dentro un'idea romana.

Influenze ricevute

La sua formazione nella bottega di Francesco Squarcione a Padova, collezionista appassionato di antichità; la frequentazione diretta dei resti romani e dell'epigrafia; l'esempio decisivo di Donatello, presente a Padova per i suoi bronzi, e della scultura fiorentina; l'effervescenza umanistica dell'università padovana.

Influenze esercitate

Il cognato Giovanni Bellini, il cui linguaggio orienta durevolmente; tutta la pittura dell'Italia settentrionale; l'arte dell'incisione, che pratica e diffonde ampiamente; Albrecht Dürer, segnato dalle sue stampe; e, attraverso il suo soffitto della Camera degli Sposi, generazioni intere di decoratori illusionisti.

Importanza storica

Mantegna conta perché ha dimostrato che un pittore poteva essere insieme dotto, archeologo e mago dello spazio. Resuscitando Roma e aprendo il primo cielo dipinto sopra le nostre teste, ha spinto più in là i confini stessi di ciò che la pittura poteva far credere. Alzare gli occhi verso un soffitto barocco, ancora oggi, significa camminare sulle orme di quest'uomo duro come il marmo e libero come un cielo d'estate.