Contributi e opere
Di solito un papa si misura dai suoi cantieri, dalle sue committenze, dai suoi affreschi. Adriano VI non ha lasciato quasi nulla di tangibile, ed è proprio lì che si annida la sua audacia. Teologo severo formatosi a Lovanio, già precettore di Carlo V, viene eletto nel 1522 a sorpresa, in sua assenza, come figura di compromesso. Approda in una Roma sfarzosa e dissoluta con un'idea fissa: riformare la Chiesa dall'interno. Taglia le spese, congeda il fasto ereditato dai predecessori, rifiuta il mecenatismo di prestigio che aveva fatto la gloria del papato rinascimentale.
Il suo contributo più clamoroso non è un'opera ma una confessione. Attraverso il suo legato, alla dieta di Norimberga del 1522-1523, riconosce pubblicamente, davanti a una Germania ormai conquistata dalla Riforma, che il male della Chiesa proviene dalla Curia stessa. Mai un papa aveva puntato la lama così vicino alla propria casa. È un gesto di lucidità morale quasi senza precedenti: diagnosticare la corruzione dall'alto, invece di negarla.
La sua impronta materiale è esigua, il suo pontificato durò appena venti mesi e la sua riforma non produsse nulla di duraturo mentre era in vita. Ma l'intenzione, risanare anziché decorare, ne fa un protagonista di specie rara: colui che tenta di rendere migliore l'istituzione, da solo, controcorrente rispetto a tutto ciò che lo circonda.
Aneddoto memorabile
La sua frugalità, il suo latino di cui si rideva, la sua governante fiamminga: Roma non gli perdonò mai di essere ciò che era. Il disprezzo sopravvisse all'uomo. Alla sua morte, nel 1523, un romano affisse sulla porta del suo medico un'iscrizione beffarda che lo salutava come liberatore della patria. Sotto l'omaggio, l'insulto: si ringraziava il medico per aver, si lasciava intendere tra le righe, sbarazzato la città del suo papa ingombrante. Di rado l'ostilità di una corte verso il proprio sovrano si è manifestata con simile crudeltà.
Influenze ricevute
La teologia rigorosa dell'università di Lovanio e la spiritualità della devotio moderna dei Paesi Bassi; vicino all'umanesimo cristiano di Erasmo, suo conterraneo.
Influenze esercitate
La sua eredità non è un'opera ma un esempio: quello del riformatore che addita il male alla radice, dentro la propria istituzione, prima ancora che altri lo costringano a farlo. La sua confessione di Norimberga rimase a lungo l'unica ammissione di un papa che la corruzione partiva dal vertice, e anticipò per intuizione morale il lavoro di risanamento che la Chiesa affronterà solo decenni dopo, con il concilio di Trento. Figura scomoda e presto dimenticata, Adriano VI resta il precedente ingombrante di chi vuole correggere Roma dall'interno.
Importanza storica
Adriano VI è l'ultimo papa non italiano prima di Giovanni Paolo II nel 1978: oltre quattro secoli e mezzo di distanza. Già solo per questo la sua figura segna un confine nella storia del papato. Ma la sua importanza sta soprattutto in ciò che incarna: il tentativo isolato, incompreso e destinato al fallimento di riformare la Chiesa romana prima che la Riforma protestante la spaccasse definitivamente. Uomo del Nord gettato in una Roma che non comprende e che non lo vuole, resta il simbolo dell'onesto riformatore solo contro una corte, la cui audacia morale non trovò alcun appiglio.
