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Rinascimento italiano

Santa Maria in Organo a Verona (le tarsie di Fra Giovanni)

Vérone

Santa Maria in Organo a Verona (le tarsie di Fra Giovanni)

Nel quartiere antico di Veronetta, sulla riva sinistra dell'Adige, la chiesa di Santa Maria in Organo cela dietro una facciata discreta uno dei tesori più sbalorditivi del Rinascimento italiano: un coro e una sagrestia interamente rivestiti di tarsie lignee. Queste tarsie lignee, eseguite alla fine del Quattrocento dal monaco olivetano Fra Giovanni da Verona, spinsero l'arte dell'intarsia a un tale grado di illusione che Vasari, mezzo secolo più tardi, le riteneva le più belle d'Italia. Davanti a questi pannelli in cui il legno imita il vetro, il metallo, il cuoio delle rilegature e la profondità dello spazio, si comprende che la prospettiva non era soltanto affare dei pittori e degli architetti: gli intarsiatori ne furono tra i più virtuosi interpreti.

La chiesa e la sua storia

L'origine di Santa Maria in Organo sarebbe assai antica: una tradizione la farebbe risalire ai primi secoli cristiani, e l'edificio appartenne durante il Medioevo a una comunità monastica prima di passare, nel Quattrocento, alla congregazione olivetana (i benedettini riformati di Monte Oliveto). Furono questi monaci olivetani a commissionare il vasto programma di tarsie e a dare alla chiesa la sua fisionomia più celebre.

L'edificio che si visita mescola dunque più strati. La struttura medievale, con la sua cripta e alcuni elementi romanici o gotici, sopravvive sotto le successive campagne di rinnovamento. La facciata attuale, rimasta in parte incompiuta nella sua porzione superiore, sarebbe stata in gran parte rimaneggiata all'epoca del Rinascimento, e un suo disegno viene talvolta accostato al nome di Michele Sanmicheli, il grande architetto veronese del Cinquecento — attribuzione che conviene mantenere al condizionale. Il campanile, la navata e le cappelle recano i segni di interventi scaglionati fino all'età barocca. Il visitatore attento distinguerà dunque, sotto l'unità apparente, una lunga stratificazione di secoli.

Le tarsie di Fra Giovanni da Verona

Il cuore del capolavoro è opera di un solo uomo, o quasi. Fra Giovanni da Verona, monaco olivetano nato verso il 1457, avrebbe lavorato alle boiserie di Santa Maria in Organo per la maggior parte tra il 1491 e il 1499, tornandovi forse in campagne successive. Ideò e realizzò gli stalli del coro, il leggio, gli armadi della sagrestia e una serie di pannelli che figurano tra i più ambiziosi mai prodotti in questa tecnica.

Ogni pannello è una composizione a sé. Alcuni si aprono su vedute di architettura ideale — piazze bordate di portici, edifici in prospettiva rigorosa che fuggono verso un punto lontano. Altri simulano armadi socchiusi le cui ante lasciano intravedere, con un realismo sconcertante, strumenti musicali, libri aperti, strumenti scientifici, oggetti liturgici, talvolta un uccello posato su un trespolo o un paesaggio scorto da una finestra. Questi trompe-l'œil, chiamati studioli per analogia con i gabinetti di studio principeschi, trasformano le pareti di legno in un inventario poetico del sapere e della contemplazione.

Fra Giovanni non fu soltanto un esecutore: sarebbe stato un vero inventore di motivi, capace di disegnare i propri cartoni e di trarre dal solo legno — mediante la scelta delle essenze, delle venature e delle tinte — una gamma di colori e di materie di ricchezza inaudita. La sua fama superò Verona: gli si attribuiscono anche lavori per altre case olivetane, in particolare a Monte Oliveto Maggiore e a Napoli, il che ne fece una delle maggiori figure itineranti dell'intarsia italiano.

L'arte dell'intarsia e la prospettiva

L'intarsia, o tarsia lignea, consiste nell'assemblare impiallacciature di essenze diverse per comporre, alla maniera di un mosaico, immagini piane. Nata nelle botteghe monastiche e urbane del Quattrocento, conobbe la sua età dell'oro proprio nell'epoca in cui pittori e architetti codificavano la prospettiva lineare. Gli intarsiatori ne fecero il loro terreno d'elezione: nulla si prestava meglio alla dimostrazione prospettica di quelle superfici piane, in cui il punto di fuga poteva essere calcolato con la precisione di un geometra.

In Fra Giovanni, questa padronanza tocca un vertice. Le sue architetture obbediscono a una costruzione prospettica impeccabile, e le sue nature morte giocano con le ombre portate, i riflessi e le trasparenze con una virtuosità che rivaleggia con la pittura coeva. Vi si misura quanto il Rinascimento sia stato un movimento trasversale: la stessa scienza dello spazio irrorava l'affresco, il quadro, il rilievo e, fin dentro il coro di una chiesa, il legno pazientemente ritagliato e assemblato da un monaco.

La pittura veronese

Santa Maria in Organo non è soltanto un santuario della tarsia: conserva un bell'insieme di pittura del Rinascimento veronese. Vi si citano volentieri Francesco Morone e Domenico Morone, Nicola Giolfino, Paolo Cavazzola e Francesco Torbido, detto il Moro — nomi che, a diverso titolo e con riserva di attribuzione, scandiscono le decorazioni ad affresco, le pale d'altare e le tele della chiesa. Questi artisti appartengono alla scuola veronese a cavallo tra Quattro e Cinquecento, quella generazione raffinata che preparò il terreno a Paolo Veronese.

L'insieme compone così un panorama abbastanza completo del gusto veronese del Rinascimento: il fervore limpido dei Morone, la verve narrativa del Giolfino, la dolcezza atmosferica del Cavazzola vi si rispondono, prolungando in colore ciò che le boiserie dicevano nella prospettiva del legno.

Gli strati da distinguere

Come spesso a Verona, la lettura dell'edificio richiede di separare le epoche. C'è l'ossatura medievale, con la sua cripta e i suoi elementi anteriori al Rinascimento; c'è il grande momento rinascimentale, quello delle tarsie di Fra Giovanni e dei pittori veronesi, che dà alla chiesa la sua identità artistica; e ci sono infine le aggiunte e i rimaneggiamenti barocchi, altari, ornamenti e decorazioni posteriori che, senza cancellare gli strati più antichi, hanno modificato l'atmosfera di alcune cappelle. Distinguere questi strati significa evitare l'equivoco che attribuirebbe al Rinascimento ciò che appartiene al Medioevo o all'età barocca, e apprezzare ogni apporto per ciò che è.

Portata

Santa Maria in Organo occupa un posto singolare nella storia dell'arte del Rinascimento: è uno dei luoghi in cui l'intarsia si afferma come arte maggiore, alla pari della pittura e della scultura. Il giudizio di Vasari, che collocava queste tarsie al primo posto, ha fissato durevolmente la fama di Fra Giovanni e ha fatto della chiesa una tappa obbligata per chi voglia comprendere come la scienza prospettica del Rinascimento abbia irrorato tutte le tecniche, comprese quelle in apparenza più umili. È anche una testimonianza preziosa della spiritualità olivetana, che seppe fare del lavoro del legno una forma di meditazione dotta.

Cosa vedere assolutamente

  • Gli stalli del coro di Fra Giovanni da Verona, con i loro pannelli di tarsia in prospettiva.
  • Gli armadi della sagrestia, vertice dei trompe-l'œil di studioli dagli oggetti di un realismo impressionante.
  • Il leggio intarsiato, capolavoro autonomo della bottega di Fra Giovanni.
  • Le vedute di architettura ideale e le nature morte nascoste nelle ante socchiuse.
  • Gli affreschi e le pale della scuola veronese (intorno ai Morone, Giolfino, Cavazzola).
  • Gli elementi medievali, tra cui la cripta, da distinguere dalle decorazioni barocche posteriori.

Informazioni pratiche

Santa Maria in Organo è anzitutto un luogo di culto, da visitare nel rispetto delle funzioni e del silenzio. L'accesso alle boiserie del coro e della sagrestia può essere soggetto a orari particolari o a un piccolo contributo per l'illuminazione; è prudente informarsi sul posto o presso la diocesi prima di recarvisi. La fotografia con flash è generalmente sconsigliata per la conservazione delle tarsie.

Quiz

Quale monaco olivetano realizzò le celebri tarsie di Santa Maria in Organo? Fra Giovanni da Verona, verso il 1491-1499.

Quale tecnica artistica fa la gloria del coro e della sagrestia? L'intarsia, o tarsia lignea, in prospettiva illusionistica.

Quale storico dell'arte giudicava queste tarsie tra le più belle d'Italia? Giorgio Vasari, nelle sue Vite.