A pochi passi dal Pantheon, su una piazza appartata dominata da un curioso elefantino di marmo, sorge una chiesa che spiazza ogni aspettativa romana. Roma è la città del travertino dorato, delle facciate barocche e delle cupole rinascimentali; Santa Maria sopra Minerva, invece, innalza verso il cielo volte a crociera e un azzurro trapunto di stelle che sembrano trasportati da una cattedrale del Nord. Porta nel nome stesso la memoria della città antica: «sopra Minerva» perché la basilica domenicana si sarebbe elevata sopra o accanto a un santuario antico a lungo associato alla dea. La tradizione parla di un tempio di Minerva, l'archeologia propende piuttosto per un santuario di Iside legato al Campo Marzio. Poco importa quale divinità sia quella giusta: ciò che conta è questa sovrapposizione, questo palinsesto in cui Antichità, Medioevo e Rinascimento si rispondono sotto un'unica navata.
L'unica grande chiesa gotica di Roma
Va detto subito, per non sbagliare epoca: l'ossatura di Santa Maria sopra Minerva non appartiene al Rinascimento. La sua costruzione, promossa dall'ordine domenicano, sarebbe iniziata nella seconda metà del Duecento per proseguire, a più riprese, fino al Quattrocento, con rimaneggiamenti ben più tardi. La pianta, le grandi arcate, le volte a crociera ogivale parlano un linguaggio gotico che Roma, quasi unica fra le grandi città italiane, ha coltivato pochissimo. La città dei papi è rimasta fedele alle basiliche paleocristiane a capriate e ai modelli antichi; il vocabolario degli archi acuti vi appare come un'eccezione. È proprio questo a conferire alla Minerva il suo carattere tanto singolare, quasi spaesante.
La decorazione interna che ammiriamo oggi — quel cielo oltremare cosparso di stelle, quei costoloni ravvivati d'oro — è in gran parte frutto di restauri neogotici dell'Ottocento, che hanno reinventato non meno di quanto abbiano restituito l'atmosfera medievale. La facciata sulla piazza, sobria e tarda, non lascia presagire nulla della foresta di pilastri che attende all'interno. Questo riserbo esterno fa parte del fascino: nulla prepara il visitatore a scivolare, varcata la soglia, fuori dalla Roma barocca.
Su questa ossatura gotica si è innestata, tra Quattrocento e Cinquecento, una straordinaria stratificazione rinascimentale. È questa a interessare in primo luogo l'amante del Rinascimento italiano, ed è questa che occorre saper isolare dal resto.
La cappella Carafa, capolavoro di Filippino Lippi
Il gioiello rinascimentale della basilica è senza dubbio la cappella Carafa, nel transetto destro. Commissionata dal cardinale napoletano Oliviero Carafa, sarebbe stata affrescata dal fiorentino Filippino Lippi tra il 1488 e il 1493 circa, durante il soggiorno romano dell'artista. Figlio di Fra Filippo Lippi e formatosi nell'orbita del Botticelli, Filippino dispiega qui un'arte nervosa ed elegante, nutrita delle antichità romane appena riscoperte.
La cappella è dedicata a san Tommaso d'Aquino, gloria dell'ordine domenicano. Sulla parete dell'altare, l'Annunciazione si sdoppia in una scena in cui il cardinale Carafa, presentato dal santo, è inginocchiato davanti alla Vergine. Al di sopra si distende un'Assunzione popolata di angeli musicanti. Ma l'affresco più celebre è il Trionfo di san Tommaso d'Aquino sulla parete laterale: il dottore della Chiesa siede in maestà, circondato dalle personificazioni delle arti liberali e delle scienze, mentre ai suoi piedi giacciono gli eretici sconfitti, con i libri rovesciati. Filippino vi moltiplica le architetture fittizie, le grottesche ispirate ai resti antichi, i panneggi animati da un soffio quasi manierista in anticipo sui tempi. L'insieme è tra i cicli ad affresco più compiuti della Roma di fine Quattrocento. La cappella accoglie inoltre il sepolcro di papa Paolo IV — Gian Pietro Carafa, nipote del committente —, a ricordare quanto questa famiglia napoletana abbia segnato il luogo.
Il Cristo di Michelangelo e il pantheon della devozione
L'altro grande nome del Rinascimento presente alla Minerva è Michelangelo. Contro un pilastro vicino al coro si erge il Cristo della Minerva, detto anche Cristo risorto o Cristo portacroce, statua marmorea compiuta intorno al 1521. Si tratta in realtà di una seconda versione: una prima, avviata attorno al 1514-1515, sarebbe stata abbandonata a causa di una vena nera affiorata nel marmo all'altezza del volto. Michelangelo riprese l'opera a Firenze, e il suo completamento a Roma fu affidato in parte a un collaboratore, il che spiegherebbe certe debolezze d'esecuzione talvolta rilevate. Il Cristo, in origine interamente nudo — il panneggio di bronzo dorato fu aggiunto in seguito per pudore —, regge la Croce non come uno strumento di supplizio ma come un trofeo sereno. La levigatezza del marmo, la torsione trattenuta del corpo recano l'impronta del maestro, anche là dove hanno lavorato altre mani.
La basilica è infine un vero e proprio pantheon della fede e dell'arte. Sotto l'altare maggiore riposa il corpo di santa Caterina da Siena, dottora della Chiesa e figura maggiore dell'ordine domenicano, morta a Roma nel 1380; il suo capo, invece, è venerato a Siena. Poco distante, una lastra e un giacente onorano il Beato Angelico, il pittore domenicano Guido di Pietro, morto a Roma verso il 1455: colui che fece del colore una preghiera riposa così nella chiesa del proprio ordine. Il coro accoglie inoltre i monumenti funebri di due papi Medici, Leone X e Clemente VII, i cui progetti sepolcrali avrebbero coinvolto artisti della prima metà del Cinquecento. Innumerevoli cardinali, prelati e umanisti vollero questo luogo come ultima dimora, facendo della Minerva un condensato di memoria ecclesiastica e fiorentina nel cuore di Roma.
Nota da scartare: sulla piazza davanti alla chiesa, il celebre obelisco egizio issato su un elefante di marmo — il «pulcino della Minerva» — è una creazione di Gian Lorenzo Bernini, realizzata attorno al 1667. Arguta e spiritosa, appartiene a pieno titolo al barocco e non al Rinascimento: da ammirare, ma da non confondere con la stratificazione di cui qui ci occupiamo.
Cosa vedere assolutamente
- La cappella Carafa e il suo ciclo ad affresco attribuito a Filippino Lippi: Annunciazione, Assunzionee soprattutto ilTrionfo di san Tommaso d'Aquino.
- Il Cristo della Minerva di Michelangelo (verso il 1521), vicino al coro, con il panneggio di bronzo dorato aggiunto in un secondo momento.
- Le volte gotiche dal cielo stellato, uniche a Roma per una grande chiesa (decorazione largamente reinventata nell'Ottocento).
- La tomba del Beato Angelico e il corpo di santa Caterina da Siena sotto l'altare maggiore.
- I monumenti funebri dei papi Medici Leone X e Clemente VII nel coro.
Informazioni pratiche
Santa Maria sopra Minerva è una basilica e un luogo di culto attivo, retto dall'ordine domenicano, in Piazza della Minerva, subito dietro il Pantheon, nel centro storico di Roma (iscritto nel patrimonio mondiale dell'UNESCO all'interno dell'insieme «Centro storico di Roma», 1980). L'ingresso è in linea di principio libero e gratuito. È richiesto un abbigliamento decoroso, con spalle e ginocchia coperte, come nelle chiese romane. Gli orari di apertura variano e possono essere ridotti durante le funzioni: è prudente verificarli prima della visita. L'accesso ad alcune cappelle o l'illuminazione degli affreschi possono essere soggetti a condizioni.
Quiz
- Che cosa ha di particolare Santa Maria sopra Minerva nel paesaggio religioso romano?
- È l'unica grande chiesa in stile gotico di Roma
- È la più antica basilica paleocristiana della città
- Fu interamente progettata da Michelangelo
- Chi avrebbe dipinto il ciclo di affreschi della cappella Carafa?
- Sandro Botticelli
- Filippino Lippi
- Beato Angelico
- L'obelisco sull'elefante che si erge sulla piazza davanti alla chiesa è un'opera:
- Del Rinascimento fiorentino
- Barocca, attribuita a Gian Lorenzo Bernini
- Dell'Antichità romana intatta

