HitsMap

Rinascimento italiano

Santa Maria Mater Domini

Venise

Santa Maria Mater Domini

Un puro spazio rinascimentale veneziano, lontano dalla folla

Nascosta nel sestiere di Santa Croce, a pochi passi dal Rio Marin e dall'asse che collega la stazione al Rialto, la chiesa di Santa Maria Mater Domini — «Santa Maria Madre del Signore» — appartiene a quegli edifici veneziani che il visitatore frettoloso oltrepassa senza vederli. È proprio questo il suo pregio: lontana dagli itinerari saturi, essa ha conservato, forse meglio di molti monumenti più celebri, la limpidezza di uno spazio del primo Rinascimento. Una parrocchia è attestata su questo sito fin dall'alto Medioevo, ma l'edificio attuale è frutto di una ricostruzione che si colloca generalmente nel primo terzo del Cinquecento, tra il 1502 e il 1540 circa.

La paternità del progetto resta discussa, e qui conviene mantenere la prudenza. La tradizione e una parte della critica ricollegherebbero l'ideazione all'ambiente che gravita attorno a Mauro Codussi — l'architetto di origine bergamasca che, a cavallo tra Quattro e Cinquecento, acclimatò a Venezia un classicismo di ispirazione toscana e albertiana — nonché allo scultore-architetto Giovanni Buora e alla sua bottega. Queste attribuzioni, seducenti per la coerenza stilistica che presuppongono, andrebbero tuttavia maneggiate al condizionale: poggiano più su accostamenti formali che su una documentazione d'archivio salda. Ciò che colpisce, invece, non si discute: il partito architettonico.

La chiesa adotta infatti una pianta a croce greca di notevole purezza, ossia quattro bracci di lunghezza sensibilmente uguale che si irradiano attorno a uno spazio centrale coperto da una cupola. Questo tipo di pianta, carico per gli uomini del Rinascimento di un valore ideale — la figura del cerchio e del quadrato, l'immagine di una perfezione geometrica associata al sacro —, conobbe a Venezia e nel Veneto un favore particolare, da Santa Maria dei Miracoli ai progetti centrici che avrebbero poi ossessionato Palladio. Qui l'interno dispiega un'elevazione sobria, ritmata da lesene e archi, dove la luce cade dalle finestre alte a modellare volumi di una chiarezza quasi astratta. Vi si legge quell'ideale rinascimentale di uno spazio misurato, armonico, concepito come un accordo di proporzioni più che come una navata processionale. Basterebbe questo, probabilmente, a giustificare la visita; eppure è soltanto l'inizio.

La facciata, il giovane Tintoretto e il Catena

All'esterno, la facciata in pietra d'Istria — quel calcare bianco e compatto, resistente all'umidità lagunare, che dà a tanti monumenti veneziani il loro splendore luminoso — si distingue per il suo ordinamento classico: registri sovrapposti, lesene, coronamento ritmato in modo da rispondere alla pianta centrica dell'aula. La tradizione la attribuisce a Jacopo Sansovino, l'architetto-scultore fiorentino giunto a Venezia dopo il Sacco di Roma del 1527, che avrebbe ridefinito il volto monumentale della città, dalla Libreria Marciana alla Loggetta. Anche qui, prudenza: l'attribuzione è plausibile sul piano cronologico e stilistico — la facciata apparterrebbe allora alla fase di completamento del cantiere, negli anni 1530-1540 — ma resta un'ipotesi che conviene enunciare come tale. Quale che sia il nome, la facciata offre un esempio caratteristico di quella «pietra d'Istria» lavorata in un chiaroscuro dominato, di cui Venezia ha fatto la propria firma.

L'interno, insieme modesto e raffinato, riserva due sorprese di prim'ordine per l'amatore della pittura veneziana. La più celebre è un Tintoretto giovanile, l'Invenzione della Vera Croce (ossia il ritrovamento della Croce da parte di sant'Elena, madre di Costantino), databile intorno al 1560 e conservato in situ. Vi si riconosce già la maniera del maestro: composizione in diagonale, figure travolte in un movimento collettivo, illuminazione contrastata che strappa i corpi alla penombra. Vedere un Tintoretto al suo posto d'origine, nella luce e nella scala per cui fu concepito, costituisce un'esperienza ben diversa dall'incontro con un dipinto isolato su una parete di museo: riprende vita tutto il senso della devozione e della committenza.

La seconda tela maggiore è il Martirio di santa Cristina, opera di Vincenzo Catena, pittore veneziano della generazione di Giorgione e Giovanni Bellini, databile verso il 1520. Catena, a lungo sottovalutato, incarna quella pittura veneziana del primo Cinquecento in cui la dolcezza belliniana si tinge delle nuove atmosfere del «tonalismo» giorgionesco: colori fusi, sentimento pacato, presenza meditativa delle figure. Il soggetto — il martirio della santa cui la chiesa vota una devozione particolare — vi si dispiega in una gamma cromatica trattenuta e luminosa. Il confronto, sotto una stessa volta, tra questo Catena ancora impregnato del primo Cinquecento e il Tintoretto già interamente volto al manierismo e al nascente barocco offre, a chi si concede il tempo di guardare, una folgorante sintesi dell'evoluzione della pittura veneziana in una quarantina d'anni.

Un cortocircuito dei secoli: i rilievi bizantini reimpiegati

Il tratto più singolare di Santa Maria Mater Domini sta forse in ciò che, a prima vista, sfugge: la presenza, inseriti nell'edificio, di rilievi scolpiti di epoca bizantina, reimpiegati. Venezia, lo si dimentica talvolta, fu a lungo una potenza rivolta verso l'Oriente, erede e rivale di Bisanzio; le sue mura hanno assorbito quantità di lastre, patere e frammenti scolpiti — spesso in marmo greco — provenienti da edifici anteriori, da trofei riportati dall'Oriente, o dal grande serbatoio di spolia che circolava nella laguna. Occorre qui restare misurati sull'origine e la datazione precisa di ciascun pezzo, che richiederebbero un esame sul posto; ma il principio del reimpiego è un fatto squisitamente veneziano.

L'interesse di questi reimpieghi, in un edificio peraltro così nettamente rinascimentale, è di creare un contrasto cronologico che pochi monumenti offrono con tanta nitidezza. Da un lato, lo spazio centrico, misurato, tutto proporzioni sapienti, esprime la fiducia razionale del Cinquecento e la sua rilettura dell'Antichità classica; dall'altro, questi rilievi più antichi, dalla frontalità ieratica e dall'ornamento stilizzato, parlano la lingua di un mondo tutto diverso, medievale e orientale. Farli convivere non aveva nulla di incongruo per i Veneziani: significava affermare una continuità, iscrivere la città in una lunga durata che risaliva, al di là del Rinascimento, fino alle sue radici bizantine. Per il visitatore di oggi, questo cortocircuito è una lezione di storia condensata in pochi metri quadrati di pietra — e una ragione in più per rallentare, alzare lo sguardo e cercare, sulle pareti, questi testimoni di un tempo anteriore.

Poco frequentata, silenziosa, Santa Maria Mater Domini non ha nulla di un monumento spettacolare, e in questo sta la sua virtù: offre, nella sua integrità, uno degli spazi rinascimentali meglio conservati di Venezia, raddoppiato da due dipinti d'eccezione e da un raro dialogo tra i secoli. Una sosta per intenditori, da assaporare senza fretta.

Cosa vedere assolutamente

  • La pianta a croce greca e il suo spazio centrale sotto la cupola: uno degli interni del primo Rinascimento veneziano meglio conservati, da abbracciare con un solo sguardo dal centro.
  • L'Invenzione della Vera Croce del Tintoretto (v. 1560), opera giovanile conservata in situ: composizione dinamica e illuminazione contrastata già pienamente «tintorettesche».
  • Il Martirio di santa Cristina di Vincenzo Catena (v. 1520), delicata testimonianza della pittura veneziana all'uscita dell'età di Bellini e Giorgione.
  • I rilievi bizantini reimpiegati inseriti nell'edificio: un sorprendente contrasto cronologico tra Rinascimento ed eredità orientale.
  • La facciata in pietra d'Istria (attribuita al Sansovino): classicismo luminoso del calcare istriano, da osservare prima di entrare.

Informazioni pratiche

Chiesa situata nel sestiere di Santa Croce, a Venezia, in prossimità del Campo Santa Maria Mater Domini, non lontano dal Rio Marin e dall'asse che collega la stazione di Santa Lucia al Rialto. Accesso unicamente a piedi (o in vaporetto fino alle fermate che servono la zona, poi qualche minuto di cammino tra le calli). Si tratta di una piccola chiesa parrocchiale poco frequentata, con orari di apertura limitati e talvolta irregolari; si consiglia vivamente di verificare i giorni e gli orari di accesso presso le risorse locali (patriarcato di Venezia, uffici del turismo, associazioni che gestiscono l'apertura delle chiese) prima di recarvisi. Orari, condizioni di accesso ed eventuale contributo non sono qui indicati e vanno confermati sul posto. Prevedere un abbigliamento decoroso, trattandosi di un luogo di culto.

Quiz

  1. Quale pianta architettonica, simbolo di perfezione geometrica nel Rinascimento, caratterizza Santa Maria Mater Domini?
  • a) Una pianta basilicale a tre navate
  • b) Una pianta a croce greca
  • c) Una pianta ellittica barocca
  1. Quale pittore realizzò, verso il 1560, l'Invenzione della Vera Croce conservata nella chiesa?
  • a) Il Tintoretto (giovane)
  • b) Tiziano
  • c) Veronese
  1. Quale elemento crea nell'edificio un contrasto cronologico con lo spazio rinascimentale?
  • a) Delle vetrate gotiche
  • b) Dei mosaici del Settecento
  • c) Dei rilievi bizantini reimpiegati