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Santa Maria Formosa

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Santa Maria Formosa

Lo spazio di Codussi (1492): il Rinascimento veneziano in chiaro

Nel cuore del sestiere di Castello, Santa Maria Formosa si erge su uno dei campi più vivaci di Venezia, una piazza irregolare che il mercato, i caffè e i palazzi affacciati animano ogni giorno. La chiesa è tra le più antiche fondazioni mariane della città: la tradizione ne fa risalire l'origine al VII secolo, attribuendola al leggendario vescovo di Castello, san Magno (San Magno), al quale la Vergine sarebbe apparsa nelle sembianze di una bella e florida matrona — da cui l'epiteto «Formosa», che il latino rende con «bella», «ben fatta», «rigogliosa». Questo nome, unico a Venezia, dice a sufficienza quanto la devozione locale abbia associato la bellezza carnale e la dolcezza materna nell'immagine di Maria.

L'edificio che si visita oggi è il frutto di una ricostruzione avviata, a quanto pare, a partire dal 1492 e affidata a Mauro Codussi (Coducci), uno dei grandi protagonisti dell'architettura veneziana del tardo Quattrocento. Formatosi nella tradizione lombarda e attento alle novità del Rinascimento toscano e romano, Codussi aveva già dato a Venezia San Michele in Isola e lavorato a San Zaccaria; a Santa Maria Formosa firma quella che passa per una delle sue riuscite più compiute in materia di spazialità. Avrebbe ripreso il tracciato di una chiesa precedente a pianta cruciforme, il che spiega la notevole sintesi tra croce greca (i bracci di uguale lunghezza attorno al quadrato centrale) e croce latina (la navata allungata verso l'ingresso), articolata sotto una cupola centrale.

La forza dell'edificio sta meno nella decorazione che nell'organizzazione luminosa e ritmica del volume. Codussi modula lo spazio con un sistema di campate scandito da pilastri cruciformi affiancati da colonne, dove si alternano grandi arcate e piccole cupole a coprire le navate laterali. Le cappelle laterali aprono prospettive secondarie; la luce, filtrata dalle finestre alte e dalla cupola, scivola sulla pietra d'Istria grigia (pietra d'Istria) che sottolinea archi, cornici e imposte secondo il principio veneziano del disegno architettonico stagliato sulle superfici chiare. Questa chiarezza geometrica, questo modo di far respirare lo spazio incastrando moduli quadrati ed emicicli, legano pienamente la chiesa allo spirito del Rinascimento: la bellezza vi nasce dalla proporzione e dalla luce, non dall'ornamento sovraccarico. Santa Maria Formosa è spesso considerata uno dei laboratori in cui Codussi mette a punto una grammatica spaziale che la Venezia del Cinquecento avrebbe prolungato.

Occorre qui distinguere nettamente questo nucleo rinascimentale da tutto ciò che l'ha poi rivestito. Le facciate, infatti, sono posteriori e appartengono a un linguaggio barocco nascente, da tenere fuori dalla lettura codussiana. La facciata rivolta verso il rio (la facciata d'acqua, sul piccolo canale) risalirebbe agli anni intorno al 1542; la facciata sul campo, più monumentale, agli anni intorno al 1604. Sarebbero state finanziate, secondo la tradizione, dalla famiglia Cappello, di cui si ritrovano le figure commemorative. Quanto al campanile, innalzato più tardi (verso la fine del Seicento), è rimasto celebre per il mascherone grottesco che ne orna la base — un volto deforme, spesso commentato dai viaggiatori e interpretato nell'Ottocento come esempio di «bruttezza» barocca. Questi elementi, facciate e campanile, appartengono a un'altra epoca e a un altro gusto: incorniciano l'opera di Codussi senza appartenerle, e conviene non attribuire loro la qualità propriamente rinascimentale dell'interno.

La Santa Barbara di Palma il Vecchio: una bellezza monumentale

Il tesoro pittorico della chiesa è, senza dubbio, il polittico di Santa Barbara dipinto da Palma il Vecchio (Jacopo Negretti, ca. 1480-1528), generalmente datato agli anni 1522-1524 e tuttora conservato in situ, nella cappella della confraternita dei bombardieri (gli artiglieri), di cui santa Barbara è la patrona. L'insieme accosta, attorno alla figura centrale, più scomparti con altri santi e, in alto, una Pietà; ma è la santa titolare a concentrare l'ammirazione.

In piedi, monumentale, avvolta in una veste rossa e in un manto che cade in ampie pieghe, santa Barbara regge la palma del martirio e si staglia davanti alla torre a tre finestre che è il suo attributo — memoria della torre in cui la leggenda vuole fosse rinchiusa dal padre. La figura incarna alla perfezione l'ideale della bellezza veneziana del Rinascimento: un canone pieno, un incarnato luminoso, un portamento regale, un volto sereno improntato a una gravità dolce. Palma, colorista erede di Giovanni Bellini e contemporaneo di Tiziano e di Giorgione, vi dispiega quella «maniera» veneziana in cui il colore costruisce la forma, in cui la carne e le stoffe gareggiano in pienezza. Questa Santa Barbara è stata spesso indicata come una delle più belle incarnazioni femminili della pittura della Serenissima — figura sacra senza dubbio, ma anche immagine di una salute e di una maestà tutte terrene, quasi in accordo con il nome «Formosa» della chiesa che la ospita.

Il dipinto vale anche per la sua funzione: commissionato da una confraternita di artiglieri, ricorda che santa Barbara, invocata contro il fulmine e le esplosioni, era la protettrice dei mestieri del fuoco e della polvere. Palma, che visse e lavorò a Venezia dopo essere giunto dalla regione di Bergamo, muore nel 1528; quest'opera tarda è tra i vertici della sua carriera e tra le ragioni principali per spingere la porta della chiesa. La sua presenza continua, nel luogo stesso per cui fu concepita, ne fa un caso prezioso di devozione e mecenatismo corporativi conservati nel loro contesto d'origine.

Il trittico di Vivarini e l'eredità del Quattrocento

Accanto a Palma, la chiesa conserva un testimone più antico della pittura veneziana: il trittico della Misericordia (Madonna della Misericordia) di Bartolomeo Vivarini, firmato e datato 1473. Membro della celebre dinastia dei Vivarini di Murano — con Antonio, il fratello maggiore, e Alvise, il nipote —, Bartolomeo appartiene alla generazione che, a metà del Quattrocento, assicura la transizione tra il tardo gotico e le prime seduzioni del Rinascimento, aprendosi a poco a poco alla plasticità di Mantegna e alla dolcezza di Bellini.

Il pannello centrale mostra la Vergine della Misericordia: Maria in piedi, che scosta i lembi del suo grande manto per accogliere sotto la sua protezione una folla di fedeli inginocchiati, motivo di pietà assai diffuso nell'Italia del tardo Medioevo e caro alle confraternite. Gli scomparti laterali e il coronamento riuniscono santi trattati con la precisione minuziosa propria dei Vivarini: linee nette, colori franchi ravvivati d'oro, senso del dettaglio delle stoffe e dei volti. Vi si avverte ancora l'attaccamento al fondo oro e alla struttura a scomparti del polittico medievale, ma la presenza delle figure, il loro radicamento nello spazio, annunciano la modernità che presto trionferà.

Mettere a confronto il Vivarini del 1473 e il Palma degli anni Venti del Cinquecento offre al visitatore una sintesi impressionante dell'evoluzione della pittura veneziana in mezzo secolo: da un lato il rigore ornato, ancora tardogotico, di un'arte della superficie e dell'oro; dall'altro, la pienezza colorata, sensuale e unificata del pieno Cinquecento. Tra i due, l'architettura di Codussi occupa esattamente il suo posto, quello dello snodo: lo spazio chiaro, proporzionato, misurato, che dà ai dipinti la loro cornice. La chiesa riunisce così, in un solo luogo, tre momenti e tre arti del Rinascimento veneziano — l'architetto, il pittore del tardo Quattrocento, il maestro del Cinquecento —, ciò che ne fa ben più di una parrocchia: un condensato di storia dell'arte. Vi si trovano anche altre opere e monumenti funebri di epoche diverse, ma questi tre capisaldi bastano a fissarne l'importanza.

Cosa vedere assolutamente

  • L'interno di Codussi (1492): la sintesi croce greca / croce latina sotto la cupola, il ritmo delle campate e il gioco di luce sulla pietra d'Istria — la vera lezione rinascimentale del luogo.
  • La Santa Barbara di Palma il Vecchio (ca. 1522-1524), in situ nella cappella dei bombardieri: figura monumentale in veste rossa davanti alla sua torre, icona della bellezza veneziana.
  • Il trittico della Misericordia di Bartolomeo Vivarini (1473): la Vergine dal grande manto protettore, testimone raffinato del Quattrocento.
  • Il mascherone grottesco del campanile (barocco, fine Seicento): da guardare come una curiosità tardiva, non come un elemento rinascimentale.
  • Il contrasto Vivarini / Palma il Vecchio: mezzo secolo di pittura veneziana condensato in una sola chiesa.

Informazioni pratiche

Santa Maria Formosa si trova nel sestiere di Castello, a breve distanza da piazza San Marco e dal Campo Santi Giovanni e Paolo, su un campo animato dove si tiene un mercato e dove convivono caffè e palazzi (tra cui il vicino palazzo Querini Stampalia). Vi si accede facilmente a piedi per le calli da Rialto o San Marco; la fermata di vaporetto più comoda è quella del settore Rialto / San Zaccaria secondo l'itinerario. L'accesso all'interno può essere soggetto al circuito delle chiese di Venezia (eventuale biglietto, orari propri): meglio verificare sul posto o presso gli enti ufficiali, poiché gli orari e le tariffe non sono qui garantiti e variano secondo le stagioni e le funzioni religiose.

Quiz

  1. A chi si deve la ricostruzione di Santa Maria Formosa nel 1492?
  • A) Andrea Palladio
  • B) Mauro Codussi
  • C) Jacopo Sansovino
  1. Quale opera, in situ, è considerata un'icona della bellezza veneziana in questa chiesa?
  • A) La Santa Barbara di Palma il Vecchio
  • B) L'Assunta di Tiziano
  • C) La Tempesta di Giorgione
  1. Come vanno considerati le facciate e il campanile col mascherone della chiesa?
  • A) Sono opera dello stesso Codussi
  • B) Sono medievali, anteriori al 1492
  • C) Sono posteriori e di gusto barocco, da distinguere dal nucleo rinascimentale