Un manifesto dell'architettura rinascimentale nel Castello
Raccolta in un angolo tranquillo del sestiere di Castello, lontano dai grandi flussi turistici, San Francesco della Vigna è una delle chiese più significative del Rinascimento veneziano. Il suo nome, «della Vigna», rimanderebbe a un antico vigneto lasciato in eredità ai frati francescani, che si stabilirono sul sito nel XIII secolo. Ma l'edificio che vediamo oggi è il frutto di un'ambiziosa rifondazione avviata nel Cinquecento, sostenuta da una rara concomitanza di talenti. È infatti uno dei pochissimi monumenti al mondo in cui si incontrano, su uno stesso edificio, due dei più grandi architetti del loro tempo: Jacopo Sansovino, autore del corpo della chiesa, e Andrea Palladio, autore della facciata. Questo incontro ne fa una tappa obbligata per comprendere l'evoluzione dell'architettura italiana del Cinquecento.
L'iniziativa della ricostruzione spetta al doge Andrea Gritti, figura politica di primo piano della Venezia di inizio Cinquecento. Gritti, che aveva fatto carriera nel commercio e nella diplomazia prima di accedere al dogado nel 1523, coltivava un vasto progetto di rinnovamento urbano, la celebre renovatio urbis, destinata a dotare Venezia di un linguaggio architettonico all'altezza del suo prestigio, in dialogo con la Roma antica e moderna. San Francesco della Vigna si inserisce pienamente in questa politica: il doge, legato ai francescani, scelse di porvi la prima pietra del nuovo edificio nel 1534, e la sua stessa tomba avrebbe dovuto trovarvi posto. La chiesa è così tanto un'impresa religiosa quanto un manifesto culturale e politico.
Il cantiere fu affidato a Jacopo Sansovino (1486-1570), architetto e scultore fiorentino giunto a Venezia dopo il sacco di Roma del 1527 e presto nominato proto (architetto capo) della Serenissima. A lui si devono in città la Biblioteca Marciana, la Loggetta del campanile e la Zecca, opere che importarono a Venezia la grammatica classica romana. A San Francesco della Vigna egli avrebbe concepito un ampio vaso a navata unica, fiancheggiato da cappelle laterali, con transetto e coro profondo, in un vocabolario sobrio e monumentale. L'insieme avrebbe dovuto offrire ai frati osservanti uno spazio di predicazione chiaro e luminoso, affermando al tempo stesso la dignità classica della committenza dogale.
Le proporzioni armoniche: una chiesa fondata sui numeri
Ciò che distingue il progetto del Sansovino, al di là della sua qualità plastica, è il fondamento teorico del suo impianto. Il programma dimensionale della chiesa fu infatti sottoposto, intorno al 1535, al parere del frate francescano Francesco Zorzi (o Giorgi, 1466-1540), teologo e umanista veneziano, autore del trattato De harmonia mundi. Zorzi avrebbe redatto un memorandum, oggi celebre tra gli storici dell'architettura, in cui proponeva di regolare le proporzioni dell'edificio su rapporti numerici semplici tratti dalla teoria musicale e dal pensiero neoplatonico. L'idea, di ispirazione pitagorica, era che gli stessi rapporti che producono la consonanza in musica — l'ottava (2:1), la quinta (3:2), la quarta (4:3) — generino anche l'armonia visiva e spirituale nello spazio costruito. La chiesa diventava così un'immagine sensibile dell'armonia del cosmo, un accordo silenzioso tra i numeri, l'architettura e il divino.
Questo documento, avallato da diversi consulenti tra i quali si riferisce vi fossero il pittore Tiziano e l'umanista Serlio, è una delle testimonianze più esplicite del modo in cui la cultura umanistica veneziana concepiva l'architettura sacra come una disciplina matematica e teologica. Zorzi raccomandava per esempio una larghezza di navata di nove passi e una lunghezza di ventisette, cappelle di tre passi, in una progressione regolata che declinava il numero tre, simbolo trinitario. Che l'impianto infine eseguito abbia o no seguito alla lettera queste prescrizioni resta oggetto di dibattito, ma l'episodio illustra in modo eloquente l'ambizione intellettuale del progetto. San Francesco della Vigna è, a questo titolo, un caso di scuola citato in tutte le storie della teoria delle proporzioni nel Rinascimento, in particolare negli studi dedicati al «principio armonico» dell'architettura umanistica.
La facciata del Palladio: due templi incastrati
Se il Sansovino diede alla chiesa il suo corpo, ne lasciò la facciata incompiuta. Ad Andrea Palladio (1508-1580) spettò, intorno al 1562-1572, il compito di concepirla, su commissione della famiglia Grimani, in particolare del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani. Palladio, allora al culmine della sua arte, vi avrebbe risolto un problema che gli architetti del Rinascimento affrontavano da decenni: come applicare il linguaggio del tempio antico, con il suo frontone triangolare, alla sezione di una chiesa cristiana a navata alta affiancata da navate laterali più basse. La sua risposta, di un'eleganza decisiva, consiste nel sovrapporre e incastrare due sistemi di templi. Un grande ordine di colonne addossate, erette su alti piedistalli e coronate da un frontone maggiore, corrisponde alla navata centrale; un ordine più piccolo, con semifrontoni laterali, asseconda l'altezza delle cappelle laterali. I due ordini si compenetrano, creando una composizione ritmata in cui i pieni e i vuoti, gli aggetti e i ritiri, giocano d'ombra e di luce.
Questa soluzione dei «due ordini incastrati» è fondamentale nella storia dell'architettura: Palladio la riprende e la perfeziona poco dopo per la facciata di San Giorgio Maggiore, dall'altra parte del bacino di San Marco, e poi per il Redentore. San Francesco della Vigna ne costituisce in un certo senso il primo grande enunciato monumentale, un laboratorio in cui il vocabolario palladiano della facciata di chiesa trova la sua formula. Realizzata in pietra d'Istria di un bianco luminoso, la facciata si erge in fondo a un piccolo campo, offrendo un contrasto saggiante con il tessuto di mattoni del quartiere. Il visitatore avvertito coglierà la feconda ironia dell'edificio: un corpo pensato secondo i numeri armonici di Zorzi, una facciata regolata secondo la teoria degli ordini del Palladio, due visioni della proporzione riunite in un solo luogo.
Un tesoro di pittura e di scultura
L'interno, salvo i rimaneggiamenti successivi, conserva un insieme di opere di primissimo ordine. Il gioiello ne è senza dubbio la Madonna col Bambino tra santi di Giovanni Bellini, una Sacra Conversazione datata intorno al 1507, conservata nella cappella Santa (o nella sacrestia a seconda dei periodi). Questo dipinto tardo del maestro veneziano, tutto morbidezza atmosferica e sereno equilibrio, testimonia l'arte del Bellini al suo apice, quando la luce diventa il legante della composizione e l'accordo dei colori una meditazione. Altro capolavoro, di tutt'altro registro: la Madonna in trono di Antonio da Negroponte, dipinta intorno al 1450-1460, spettacolare pala d'altare in cui il tardo gotico internazionale si fonde con le novità del Rinascimento in una profusione ornamentale di fiori, uccelli e ghirlande; è una delle poche opere note di questo enigmatico artista.
La chiesa è anche un museo della scultura veneziana. La cappella Giustiniani conserva un notevole apparato di rilievi marmorei attribuiti alla bottega dei Lombardo — Pietro Lombardo e i suoi figli —, la cui raffinata arte del bassorilievo all'antica, con figure di santi e profeti finemente cesellate, illustra il classicismo scolpito che fiorì a Venezia a cavallo tra XV e XVI secolo. La cappella Grimani, invece, fu ornata in spirito manierista da pittori come Federico Zuccari e Battista Franco, quest'ultimo autore di decorazioni interrotte dalla sua morte e completate da altre mani. Vi si ammira inoltre una Sacra Famiglia attribuita a Paolo Veronese, che apporta all'insieme il tocco di uno dei più grandi coloristi del secondo Rinascimento veneziano. Attraverso queste opere scaglionate su oltre un secolo, San Francesco della Vigna offre un panorama vivo dell'evoluzione dell'arte veneziana, dal crepuscolo gotico al manierismo compiuto.
Cosa vedere assolutamente
- La facciata di Andrea Palladio in pietra d'Istria, e la sua soluzione dei due ordini di templi incastrati, matrice di San Giorgio Maggiore.
- La Madonna col Bambino tra santi di Giovanni Bellini (v. 1507), vertice di luminosa morbidezza nella cappella Santa.
- La Madonna in trono di Antonio da Negroponte (v. 1450-60), abbagliante pala al confine tra gotico e Rinascimento.
- I rilievi marmorei della cappella Giustiniani, attribuiti alla bottega dei Lombardo.
- La cappella Grimani, decorata nel gusto manierista (Zuccari, Battista Franco), e la Sacra Famiglia attribuita al Veronese.
Informazioni pratiche
La chiesa si trova nel sestiere di Castello, in fondo al campo San Francesco della Vigna, a nord-est di Venezia, lontano dai grandi itinerari turistici. Vi si accede a piedi dalle Fondamente Nove o dalla zona dell'Arsenale; le fermate di vaporetto più vicine servono questi settori. È un luogo di culto francescano tuttora attivo, ancora officiato da una comunità religiosa. Gli orari di apertura e le eventuali condizioni di visita non sono qui precisati e vanno verificati presso fonti ufficiali prima di ogni spostamento; conviene osservare l'abbigliamento e il silenzio dovuti in un edificio consacrato.
Quiz
- Chi ha progettato la facciata di San Francesco della Vigna?
- Jacopo Sansovino
- Andrea Palladio
- Baldassare Longhena
- Su quale principio si fonda l'impianto del corpo della chiesa, esaminato da Francesco Zorzi?
- Le proporzioni armoniche ispirate alla teoria musicale dei numeri
- Il numero aureo in via esclusiva
- La pianta centrale a croce greca
- Quale maestro ha dipinto la Sacra Conversazione (v. 1507) conservata nella chiesa?
- Tiziano
- Paolo Veronese
- Giovanni Bellini

