Una pianta centrale nel solco di Mauro Codussi
San Felice è una di quelle piccole parrocchie veneziane che il passante affrettato lungo la Strada Nova rischia di oltrepassare senza notarle, e che pure racchiudono una delle più affascinanti testimonianze dell'architettura religiosa del Rinascimento a Venezia. Una comunità cristiana è attestata sul sito fin dall'alto Medioevo: la chiesa primitiva viene tradizionalmente ricondotta ai secoli longobardi o carolingi, per poi essere ricostruita più volte, come era d'uso in una città sempre minacciata dall'acqua, dal fuoco e dal cedimento delle fondamenta. L'edificio che si visita oggi è il frutto di una campagna di ricostruzione che si colloca in genere intorno al 1531-1556, nel cuore di quel momento in cui l'architettura veneziana assimila pienamente il vocabolario del Rinascimento dopo le prime lezioni di Mauro Codussi e l'arrivo di Jacopo Sansovino.
Il tratto più notevole di San Felice risiede nel suo partito di pianta: una croce greca inscritta in un quadrato, formula sapiente in cui quattro bracci uguali si dispiegano attorno a uno spazio centrale coperto da una cupola, il tutto contenuto entro un perimetro rettangolare da cui emergono le cappelle d'angolo. Questo schema, di ascendenza bizantina e paleocristiana, era stato reintrodotto a Venezia da Mauro Codussi (v. 1440-1504), il grande importatore delle forme toscane e albertiane nella laguna, in particolare a Santa Maria Formosa e a San Giovanni Crisostomo. San Felice appartiene senza dubbio a questa linea codussiana: senza che si possa accettare un'attribuzione diretta all'architetto, morto agli inizi del Cinquecento — la cronologia lo impedisce —, la chiesa prolunga e miniaturizza il modello che egli aveva acclimatato. Si parlerà dunque con prudenza di un edificio del cerchio di Codussi, opera di una maestranza rimasta anonima o mal documentata, fedele a una grammatica spaziale divenuta, a Venezia, una vera e propria firma della modernità rinascimentale.
L'interesse di questa pianta centrale sta nel fatto che sostituisce alla lunga navata processionale della tradizione medievale uno spazio concentrico e unificato, dove lo sguardo converge verso la cupola e l'altare maggiore anziché fuggire verso un coro lontano. Alla scala ridotta di San Felice, questa organizzazione produce un'impressione di equilibrio e di raccoglimento denso, quasi intimo, molto diversa dall'ampiezza teatrale delle grandi chiese conventuali veneziane come i Frari o i Santi Giovanni e Paolo. È proprio questa corrispondenza tra una pianta ambiziosa e un piccolo sedime fondiario a fare della chiesa un caso esemplare: essa mostra come il modello codussiano potesse scendere dal registro monumentale a quello della modesta chiesa di quartiere.
La facciata d'Istria e lo spazio interno
All'esterno, San Felice si segnala per una sobria facciata in pietra d'Istria, quel calcare compatto e lievemente luminoso, estratto dalle cave della costa istriana, che Venezia impiegava largamente perché resiste in modo notevole all'umidità salina e si presta al lavoro delicato delle modanature. La facciata principale, rivolta verso il campo, presenta una composizione di grande sobrietà: un ordine di paraste, un coronamento a frontone, linee chiare prive di sovraccarico decorativo. Siamo lontani dall'esuberanza scolpita che altre facciate veneziane dispiegheranno nell'età barocca; qui regna la misura classica ereditata dal primo Rinascimento, dove la bellezza nasce dalle proporzioni e dalla qualità della pietra più che dall'ornamento. Questa sobrietà si deve senza dubbio tanto alla modestia dei mezzi di una parrocchia di quartiere quanto a una scelta estetica deliberata, ma serve mirabilmente la lettura dell'architettura.
Va notato che San Felice occupa un sito angusto, stretto tra il rio che la costeggia e il tessuto fitto delle case di Cannaregio; per questo la chiesa presenta più fronti lavorati, e si coglie dall'acqua come dalla terra la stessa volontà di ordine in pietra chiara. Il campanile, robusto e senza leziosità, completa questa sagoma discreta che partecipa pienamente al paesaggio urbano della Strada Nova, quell'ampia arteria aperta nell'Ottocento che collega la stazione al Rialto.
All'interno, il visitatore ritrova la logica della pianta centrale: quattro bracci brevi articolati attorno alla campata mediana, archi a tutto sesto, una cupola o una volta centrale che raccoglie la luce, e un apparato di paraste e trabeazioni che ritma le pareti con una chiarezza tutta rinascimentale. Lo spazio, bianco e grigio, gioca sulla geometria più che sul colore, e lascia alle poche opere dipinte il compito di trattenere lo sguardo. Vi si trovano un arredo liturgico e altari laterali ornati di dipinti, le cui attribuzioni e datazioni richiedono, come spesso avviene nelle chiese veneziane meno studiate, di essere maneggiate con prudenza. L'insieme conserva comunque quell'omogeneità di concezione che fa il valore dell'edificio: poche cose vi contraddicono il progetto originario, e vi si legge ancora, quasi intatta, l'idea di uno spazio sacro pensato come un microcosmo centrale.
Il Tintoretto in situ: un santo guerriero e il suo donatore
Il tesoro pittorico di San Felice è una tela di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (1518-1594), uno dei tre grandi maestri del Cinquecento veneziano con Tiziano e Veronese. L'opera, che si data in genere intorno al 1547, raffigurerebbe un santo militare in armatura accompagnato da un donatore inginocchiato; l'identità del santo è oggetto di dibattito, oscillando la tradizione tra san Demetrio di Tessalonica e san Giorgio, due santi guerrieri la cui iconografia — elmo, corazza e attitudine marziale — si sovrappone ampiamente. Questa incertezza sul soggetto, che conviene menzionare al condizionale, è frequente per i santi corazzati privi di un attributo assolutamente distintivo come il drago.
Ciò che invece non lascia molti dubbi è la maniera: vi si riconosce l'impeto del giovane Tintoretto, quel pittore che sconvolse la pittura veneziana iniettando nel colorismo locale un'energia del disegno e del movimento ereditata, si diceva, dalla sua ambizione di unire «il disegno di Michelangelo e il colore di Tiziano». Verso il 1547 il Tintoretto è un artista ancora giovane ma già audace, a pochi anni dal suo grande Miracolo dello schiavo che lo rese celebre nel 1548. Il dipinto di San Felice appartiene a quel momento di maturazione in cui il pittore lavora i riflessi metallici dell'armatura, la torsione dei corpi e lo scambio muto tra il santo protettore e il fedele che a lui si affida. La presenza di un donatore inscrive l'opera nella pietà privata di una famiglia della parrocchia, desiderosa di porre la propria salvezza sotto il patronato di un santo cavalleresco.
Il valore di questa tela sta anche nel suo mantenimento in situ: a Venezia tante opere sono emigrate verso i musei dell'Accademia o all'estero che vedere un Tintoretto nella chiesa per cui, con ogni probabilità, fu concepito costituisce un privilegio divenuto raro. Il dipinto vi dialoga con l'architettura, con la luce naturale e con la funzione devozionale dello spazio, nelle stesse condizioni che il pittore poteva immaginare. San Felice offre così, in un luogo modesto e poco frequentato, l'incontro di due grandi momenti del Rinascimento veneziano: lo spazio centrale del cerchio di Codussi e la pittura di un Tintoretto ai suoi esordi. È questo concentrato, lontano dai grandi circuiti, a fare il pregio di una visita per chi sappia fermarsi.
Cosa vedere assolutamente
- La pianta a croce greca inscritta in un quadrato, spazio centrale coronato dalla sua cupola, esempio in piccola scala del modello codussiano acclimatato a Venezia.
- La facciata in pietra d'Istria, di sobrietà classica, dove la bellezza nasce dalle proporzioni e dalla qualità del calcare più che dall'ornamento.
- Il Tintoretto raffigurante un santo guerriero in armatura e il suo donatore (v. 1547), conservato in situ, con i suoi riflessi d'acciaio e l'energia del giovane maestro.
- L'unità di concezione dell'interno, gioco di paraste, archi a tutto sesto e luce raccolta sotto la campata centrale.
- La sagoma urbana della chiesa sulla Strada Nova, tra il rio e le case di Cannaregio, campanile discreto compreso.
Informazioni pratiche
La chiesa di San Felice si trova nel sestiere di Cannaregio, sulla Strada Nova, l'asse pedonale principale che collega la stazione di Santa Lucia al Rialto; è facilmente raggiungibile a piedi da entrambi i poli, e il vaporetto serve le fermate vicine lungo il Canal Grande (Ca' d'Oro in particolare). Come la maggior parte delle piccole parrocchie veneziane ancora officiate, San Felice osserva orari di apertura ristretti, spesso legati alle funzioni: informarsi sul posto o presso il Patriarcato di Venezia prima di recarvisi. L'ingresso alle chiese parrocchiali di questo tipo è per lo più libero, e la visita va compiuta nel rispetto del silenzio e delle celebrazioni. (Orari e condizioni di accesso da verificare presso fonti ufficiali; non affidarvisi senza conferma.)
Quiz
- Quale tipo di pianta caratterizza la chiesa di San Felice?
- Una navata unica con abside piatta
- Una croce greca inscritta in un quadrato
- Una pianta basilicale a cinque navate
- A quale architetto si ricollega la linea della pianta centrale di San Felice?
- Andrea Palladio
- Baldassare Longhena
- Mauro Codussi
- Quale grande pittore veneziano ha lasciato a San Felice un santo guerriero e il suo donatore (v. 1547)?
- Tiziano
- Il Tintoretto
- Giovanni Bellini

