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Rinascimento italiano

La Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni

Venise

La Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni

Una confraternita della diaspora adriatica

In una calle discreta del sestiere di Castello, a pochi passi dalla riva degli Schiavoni, si nasconde uno dei gioielli più intimi e meglio conservati del Rinascimento veneziano. La Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni non ha nulla della magnificenza delle grandi scuole cittadine: è un edificio modesto, quasi umile, che custodisce però un tesoro unico nel suo genere.

Le scuole erano a Venezia confraternite laiche che intrecciavano devozione religiosa, mutuo soccorso e solidarietà professionale o comunitaria. Questa fu fondata nel 1451 dalla comunità dei Dalmati, chiamati a Venezia Schiavoni, originari della sponda orientale dell'Adriatico — la Dalmazia, allora in gran parte sotto dominio veneziano. Marinai, artigiani e mercanti giunti da città come Zara, Spalato, Sebenico o Ragusa (Dubrovnik), questi immigrati formavano a Venezia una comunità numerosa e attiva, unita da una lingua e da una cultura comuni. La loro confraternita si pose sotto il patronato di tre santi cari alla Dalmazia: san Giorgio, san Trifone (patrono di Cattaro / Kotor) e san Girolamo, quest'ultimo ritenuto nativo della regione di Stridone, ai confini tra Dalmazia e Pannonia, e considerato una gloria nazionale degli Slavi del Sud.

L'edificio attuale è frutto di una ricostruzione del primo Cinquecento. La facciata, sobria ed elegante, in pietra d'Istria, reca la data del 1551 e sarebbe dovuta, secondo la tradizione, a Giovanni de Zan (o Giovanni De Zan), che l'avrebbe disegnata su un progetto forse ispirato a Jacopo Sansovino; l'attribuzione resta tuttavia da confermare. È ornata da un bassorilievo di san Giorgio che abbatte il drago e da un tondo con la Vergine. All'interno lo spazio si distribuisce su due livelli: una sala terrena (il sottosala) e, al piano superiore, la sala del capitolo (sala del capitolo) dal bel soffitto ligneo. Ma l'essenziale non è qui: ciò che rende assolutamente celebre il luogo si dispiega sulle pareti della sala inferiore, ad altezza d'uomo.

Il ciclo di Carpaccio, conservato in situ

È qui che risiede il miracolo. Tra il 1502 e il 1507 circa, la confraternita commissionò a Vittore Carpaccio (1465 ca. - 1525/1526), uno dei più grandi pittori narrativi del Rinascimento veneziano, un ciclo di teleri destinati a ornare la sua sala. Ebbene, quel ciclo ci è giunto integro e nella sua collocazione originaria — caso rarissimo a Venezia, dove tanti insiemi sono stati dispersi, venduti o spostati nel corso dei secoli. Entrare in questa piccola sala significa ritrovarsi avvolti da un'opera pensata come un tutto unico, nella luce e nelle proporzioni volute dall'artista. In nessun altro luogo si coglie altrettanto bene l'arte di Carpaccio narratore.

Il ciclo si organizza attorno ai tre santi patroni. Tre teleri sono dedicati a san Giorgio. Nel celeberrimo San Giorgio e il drago, il cavaliere lancia il destriero al galoppo, la lancia in avanti, contro un drago mostruoso; il suolo cosparso di teschi, ossa e membra semidivorate compone un paesaggio di desolazione di realismo impressionante, mentre sullo sfondo la principessa e una città orientaleggiante sono immerse in una luce limpida. Il Trionfo di san Giorgio (talvolta detto San Giorgio che uccide il drago nella versione urbana) mostra il santo che finisce la belva nel cuore della città, sotto gli occhi della folla e del re; il Battesimo dei Seleniti (i pagani) lo raffigura mentre converte il sovrano e il suo popolo, entro una fastosa scenografia architettonica. Al ciclo si accosta spesso anche una scena di san Trifone che esorcizza la figlia dell'imperatore Gordiano, dove il demonio prende le sembianze di un curioso piccolo basilisco.

Altri due teleri, tra i più commoventi, celebrano san Girolamo. San Girolamo e il leone (nel convento) illustra l'episodio leggendario in cui il santo riporta al monastero un leone che ha guarito togliendogli una spina dalla zampa: il panico comico dei monaci che fuggono in ogni direzione, la mansuetudine della belva addomesticata, la bellezza del chiostro compongono una scena piena di spirito e di tenerezza. I Funerali di san Girolamo (talvolta detti Morte di san Girolamo) mostrano il corpo del santo vegliato dai compagni, in un raccoglimento grave.

Ma il vertice del ciclo è senza dubbio il telero noto con il titolo di Visione di sant'Agostino — più esattamente sant'Agostino nel suo studiolo. Secondo una tradizione medievale, Agostino, in procinto di scrivere a Girolamo, avrebbe ricevuto in quello stesso istante la rivelazione soprannaturale della sua morte: una luce improvvisa invade lo studiolo, e il santo si arresta, la penna sospesa, lo sguardo levato. Carpaccio fa di questa scena uno straordinario ritratto di uno studiolo umanistico del Rinascimento: libri aperti, spartiti, strumenti scientifici, oggetti d'arte, una statuetta del Cristo risorto e, in primo piano, un cagnolino bianco attento, divenuto uno degli animali più celebri della pittura. La luce, l'ordine sereno dell'ambiente, la sospensione del gesto: tutto concorre a un'atmosfera di silenzio abitato.

L'arte narrativa di Carpaccio

Ciò che rende così prezioso questo ciclo, al di là della sua conservazione eccezionale, è che dà a vedere, in un unico spazio, tutto il genio proprio di Carpaccio. Là dove Giovanni Bellini eccelle nella meditazione sacra e dove Giorgione apre la via al paesaggio poetico, Carpaccio è anzitutto un narratore: dispiega i suoi racconti come scene di teatro, popolate di figure pittoresche, di costumi cangianti — turbanti, broccati, armature —, di architetture fantasiose che mescolano Oriente e Occidente, di animali osservati con evidente compiacimento (cavalli, cani, uccelli, il leone, il drago). La sua luce, chiara e uniforme, ritaglia le forme con nitidezza e conferisce a ogni dettaglio una presenza quasi tattile.

Questa pittura di racconto si iscrive nella grande tradizione veneziana dei teleri, quelle vaste tele narrative che sostituivano l'affresco, mal adatto all'aria salmastra della laguna. Carpaccio ne aveva già dato un capolavoro con il ciclo di sant'Orsola (oggi alle Gallerie dell'Accademia). Ma a San Giorgio degli Schiavoni il formato più ridotto e la scala intima della sala creano un rapporto unico tra lo spettatore e l'opera: si è letteralmente immersi nelle storie, a portata di mano delle figure. L'unità del luogo, l'omogeneità del ciclo, la freschezza della conservazione compongono un'esperienza che né un museo né un libro possono restituire. È, in scala ridotta, una cappella Sistina della pittura narrativa veneziana — e uno dei vertici di tutta l'arte del narrare del Rinascimento.

Cosa vedere assolutamente

  • Il San Giorgio e il drago di Carpaccio e il suo terrificante primo piano cosparso di ossa e resti umani, brano di bravura del ciclo.
  • La Visione di sant'Agostino (sant'Agostino nello studiolo): uno studiolo umanistico ricostruito nei minimi dettagli e il cagnolino bianco divenuto un'icona.
  • San Girolamo e il leone: la fuga comica dei monaci davanti alla belva addomesticata, vertice di umorismo e di tenerezza.
  • L'intero ciclo percepito come un tutto unico, in situ, ad altezza d'uomo — un'immersione impossibile altrove a Venezia.
  • La sobria facciata in pietra d'Istria del 1551 con il suo rilievo di san Giorgio, oltre alla sala del capitolo al piano superiore.

Informazioni pratiche

La Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni si trova nel sestiere di Castello, in calle dei Furlani, a breve distanza dalla riva degli Schiavoni e dalla chiesa di San Giovanni in Bràgora. Vi si accede a piedi da piazza San Marco (circa 10-15 minuti) oppure con i vaporetti che servono le fermate della riva (in particolare San Zaccaria). Il luogo, tuttora proprietà della confraternita dalmata, è visitabile; è di dimensioni modeste, il che rende sensibile l'affluenza. Orari e tariffe possono variare e non sono qui riportati: conviene verificarli prima della visita presso la Scuola o un ufficio turistico ufficiale. Essendo la sala inferiore poco illuminata per sua natura, una visita di giorno valorizza al meglio i colori di Carpaccio.

Quiz

  1. Quale pittore realizzò il ciclo integrale conservato in situ nella Scuola Dalmata?
  • a) Giovanni Bellini
  • b) Vittore Carpaccio
  • c) Tiziano
  1. Che cosa raffigura il telero detto Visione di sant'Agostino?
  • a) Sant'Agostino che battezza dei pagani
  • b) Sant'Agostino nello studiolo, nell'istante in cui gli è rivelata la morte di san Girolamo
  • c) Sant'Agostino che abbatte un drago
  1. Da dove provenivano gli Schiavoni, membri di questa confraternita?
  • a) Dalla costa dalmata, sull'Adriatico orientale
  • b) Dalla Sicilia
  • c) Dalle Fiandre