« Aveva nei gesti, nelle parole e in tutta la persona tanta grazia, che pareva, più che un uomo, uno spirito divino. » — Giorgio Vasari, a proposito del Parmigianino
Contributi e opere
Francesco Mazzola, che tutta l'Italia chiamò « il Parmigianino » — il piccolo parmense, in omaggio alla sua città natale — impose un modo nuovo di dipingere il corpo umano. Là dove la Rinascenza classica cercava la giusta proporzione, lui allunga, distende, affila: colli smisurati, dita affusolate, sagome serpentine. Questa eleganza deliberatamente antinaturale, questa raffinatezza spinta fino alla stranezza, ne fa uno degli inventori del manierismo e uno dei suoi rappresentanti più puri.
Il suo capolavoro, la « Madonna dal collo lungo » (1534-1540 circa, oggi agli Uffizi di Firenze), condensa tutta la sua arte: una Vergine dal collo di cigno, un Bambino stranamente languido, una colonna solitaria che non regge nulla, una composizione irreale e sospesa. Il dipinto, rimasto incompiuto alla sua morte, è diventato l'emblema assoluto della bellezza manierista. In un registro più intimo, la « Schiava turca » (1533 circa, Parma) offre uno dei ritratti femminili più seducenti del secolo: uno sguardo obliquo, un sorriso trattenuto, una distinzione sovrana.
Il Parmigianino fu anche un audace fin dalla giovinezza. Verso i vent'anni dipinge il suo « Autoritratto entro uno specchio convesso » (1524 circa, Vienna): una prodezza di virtuosismo in cui riproduce fedelmente la deformazione ottica di uno specchio bombato, la sua mano in primo piano che diventa enorme, l'ambiente che si incurva tutt'intorno. Quando arriva a Roma con questa tavola, essa lascia stupefatta la corte pontificia e, secondo Vasari, stupisce lo stesso papa Clemente VII. È il biglietto da visita di un prodigio che osa giocare con la percezione.
Infine, egli figura tra i grandi pionieri dell'incisione in Italia. Si interessò da vicino all'acquaforte e alla tecnica del chiaroscuro su legno, portando nella stampa la stessa distinzione lineare, la stessa grazia nervosa delle sue pitture, e contribuendo a fare dell'incisione un'arte d'espressione autonoma.
Aneddoto memorabile
La fine della sua vita precipita in un'ossessione che divorò il suo genio: l'alchimia. Il Parmigianino si convinse di poter fabbricare l'oro e cominciò a trascurare i pennelli per i suoi fornelli e le sue storte. Incaricato di decorare ad affresco la volta della chiesa di Santa Maria della Steccata a Parma, lasciò il cantiere trascinarsi per anni senza portarlo a termine. I suoi committenti, ormai esausti, lo citarono in giudizio per rottura di contratto e lo fecero brevemente imprigionare. Secondo Vasari, l'elegante giovane di un tempo morì a trentasette anni, ispido, trasandato, quasi selvatico — il principe della grazia perduto nel sogno dell'oro.
Influenze ricevute
Si forma a Parma sulla scia del Correggio, di cui assimila la dolcezza e lo sfumato prima di distaccarsene. Il suo viaggio a Roma lo mette di fronte ai giganti: Raffaello, di cui trattiene l'ideale di grazia, e Michelangelo, di cui spinge all'estremo la torsione dei corpi. Da questo confronto nasce la sua maniera personale, in cui il modello classico è deliberatamente affilato e allungato.
Influenze esercitate
Il Parmigianino divenne uno dei riferimenti maggiori del manierismo europeo. La sua figura serpentinata, le sue proporzioni allungate e la sua eleganza raffinata irrigarono l'arte del suo secolo ben oltre Parma, e la sua diffusione attraverso l'incisione portò il suo stile lontano in Europa. Il suo « Autoritratto entro uno specchio convesso » non ha mai cessato di affascinare: ispira ancora poeti e artisti secoli più tardi.
Importanza storica
Il Parmigianino occupa un posto a parte nella storia dell'arte: quello del genio precoce e fulmineo, morto a trentasette anni, che sarà bastato a definire un ideale di bellezza. Maestro della grazia manierista, egli incarna il passaggio da una Rinascenza dell'equilibrio a una Rinascenza dell'artificio assunto, dove l'eleganza vale più dell'esattezza. Il suo destino — l'audacia abbagliante della giovinezza e poi la deriva verso l'alchimia e l'abbandono delle commissioni — ne fa anche una delle grandi figure romantiche ante litteram: quella dell'artista che il proprio sogno consuma.
