Contributi e opere
Esistono due Machiavelli, e il secondo ha divorato il primo. Di lui si ricorda il pensatore cinico; si dimentica il funzionario zelante che, per quattordici anni, servì la sua Repubblica con la lealtà di un buon soldato. Nato a Firenze nel 1469, Niccolò entra nella storia nel 1498, alla caduta del profeta Savonarola: eccolo segretario della Seconda Cancelleria, ingranaggio essenziale della diplomazia fiorentina. Percorre le strade d'Europa, osserva i potenti da vicinissimo — Luigi XII, l'imperatore Massimiliano, il papa — e soprattutto, in Romagna, non stacca gli occhi da una giovane belva di nome Cesare Borgia. Lì, nell'astuzia e nella rapidità di quel principe intento a ritagliarsi uno Stato, tiene già in mano, vivo, il modello del libro a venire. All'uomo di terreno si aggiunge il riformatore: diffidente verso i mercenari che si vendono al miglior offerente, riorganizza una milizia di cittadini e contribuisce alla riconquista di Pisa nel 1509.
Poi la ruota gira. Nel 1512 i Medici rientrano, la Repubblica cade. Machiavelli è destituito, sospettato di aver preso parte alla congiura Boscoli, gettato in carcere e consegnato alla tortura — la strappado, la corda, sei tratti che ti slogano le spalle. Ne esce vivo, confinato nella sua piccola proprietà di Sant'Andrea in Percussina, presso San Casciano. È proprio questo esilio, questa disgrazia, a partorire l'opera. Escluso dal potere, scrive il potere. Nasce il De Principatibus — il Principe (1513, pubblicato solo dopo la sua morte, nel 1532) —, dedicato invano ai Medici nella speranza di rientrare in grazia. Il gesto è inaudito: separa la politica dalla morale e dalla religione, guarda gli uomini per quello che sono e non per come li si sogna. Oppone la virtù del capo alla fortuna che governa il mondo, sentenzia che è meglio essere temuti che amati quando non si possono avere entrambe le cose, vuole il principe insieme volpe e leone, e chiude il libro con un grido: liberare l'Italia dai barbari.
Ma ridurre Machiavelli al Principe significa tradirlo. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, più ampi e spesso dimenticati, si esprime un uomo del tutto diverso: un repubblicano che ama la libertà, che ritiene il conflitto civile fecondo e che confida nella virtù del popolo. L'uomo diventato sinonimo di tirannide fu prima di tutto un patriota. Darà ancora l'Arte della guerra, le Istorie fiorentine commissionate da Clemente VII — e, prova che il pensatore tragico celava un uomo capace di ridere, la Mandragola, capolavoro del teatro comico italiano, satira mordace e divertente della stoltezza umana.
Aneddoto memorabile
Dicembre 1513. In una lettera all'amico Francesco Vettori, Machiavelli racconta le sue giornate di esiliato, ed è una delle pagine più belle del Rinascimento. Di giorno scende all'osteria: gioca a carte, litiga e sbraita con i macellai, i mugnai e gli osti del luogo, rotolandosi, dice, in quella sordidezza per impedire alla propria mente di ammuffire. Ma quando cala la sera, tutto cambia. Rientra, si toglie sulla soglia gli abiti coperti di fango e di melma, e indossa panni regali e curiali. Vestito così di pulito, varca una porta invisibile: entra nelle antiche corti degli uomini antichi. Lì li interroga, ed essi, cortesemente, gli rispondono; per quattro ore dimentica la noia, la paura, la povertà, la morte stessa. Da queste conversazioni con i morti, confessa a Vettori, ha tratto un opuscolo: il De Principatibus. Il Principe è nato da un uomo che, ogni sera, si vestiva per cenare con l'Antichità.
Influenze ricevute
Si nutre degli storici dell'Antichità, Tito Livio per primo, di cui commenta la prima deca e presso il quale cerca lezioni di politica senza tempo. Ma il suo altro maestro sono i fatti: quattordici anni di diplomazia e l'osservazione diretta di Cesare Borgia e dei giochi di potere del suo tempo, che gli danno lo sguardo freddo di chi ha visto i principi agire.
Influenze esercitate
Lo si considera il fondatore della scienza politica moderna: il primo a pensare lo Stato per se stesso, sciolto dalla morale e dalla teologia. Dalla nozione di ragion di Stato fino al pensiero politico contemporaneo, non c'è quasi riflessione sul potere che non dialoghi, ammirandola o combattendola, con l'ombra del segretario fiorentino.
Importanza storica
Machiavelli è uno di quei rari autori il cui nome è diventato parola comune — al prezzo di un fraintendimento tenace. Machiavellico ha finito per dire il cinismo e la doppiezza, mentre l'uomo si limitava a nominare senza infingimenti ciò che i potenti praticavano in silenzio. Il suo Principe resta teso da un'ambiguità che ne fa la forza: manuale a uso dei tiranni, o rivelazione lucida dei loro metodi offerta a chi li subisce? Il dibattito non è chiuso. Eppure conta meno per la risposta che per il gesto: aver osato guardare il potere in faccia, per quello che è. È questa libertà di spirito, questa audacia dello sguardo, a farne un fondatore — e l'amarezza del grande funzionario messo da parte, che mendica un incarico e muore nel 1527 subito dopo il Sacco di Roma senza aver visto riconosciuta la propria opera, non toglie nulla alla sua grandezza: la rende umana.
