« Fu un pittore inquieto, sempre in cammino, mai del tutto a casa in nessun luogo. »
Contributi e opere
Lorenzo Lotto è uno dei grandi ritrattisti del Rinascimento, e senza dubbio il più psicologo di tutti. Là dove i suoi contemporanei veneziani cercano la pompa e lo sfarzo, lui scruta i volti. I suoi modelli sembrano colti in flagrante mentre esistono: sguardi di traverso, sopracciglia tese, mani che tradiscono un nervosismo, una malinconia, un pensiero che sfugge. Attorno a loro dissemina oggetti che parlano — un petalo, un teschio, un anello, una tenda socchiusa — altrettanti indizi che lo spettatore è invitato a decifrare. Ogni ritratto diventa un piccolo enigma, una confidenza cifrata.
La stessa intelligenza del dettaglio irriga i suoi grandi soggetti religiosi. Nell'Annunciazione di Recanati osa ciò che nessuno aveva osato: in primo piano un gatto spaventato fugge di traverso alla scena sacra, la schiena inarcata, mentre la Vergine si volta verso di noi, sopraffatta dall'apparizione. L'istante divino diventa un istante vissuto, brusco, quasi domestico. È tutto Lotto: far entrare la vita, il movimento e l'imprevisto nei soggetti più solenni.
La sua audacia è prima di tutto un'audacia di percorso. Nato a Venezia, nella città di Tiziano e di Giorgione, rifiuta di piegarsi al loro stampo. Anziché contendere il posto in cima, sceglie i margini — le Marche, Bergamo, Treviso, Ancona, Loreto — e vi dispiega una pittura nervosa, colorata, intima, risolutamente controcorrente rispetto al grande stile veneziano. Non è un fallito che fugge dalla capitale: è un temperamento che, per restare sé stesso, preferisce la provincia dove può inventare liberamente.
Lotto ci lascia infine un documento rarissimo per un pittore del suo tempo: il suo « Libro di spese diverse », un libro dei conti tenuto nei suoi ultimi decenni. Vi si leggono i prezzi delle sue tele, i debiti, i doni, gli acquisti, gli accordi con i committenti. Attraverso questa contabilità minuziosa si entra nella quotidianità concreta di un artista del Rinascimento come in quasi nessun altro caso — un tesoro per gli storici e insieme un autoritratto involontario dell'uomo, metodico e ansioso.
Aneddoto memorabile
Il gatto dell'Annunciazione di Recanati è rimasto celebre: nel momento più sacro, quello in cui l'angelo si rivolge a Maria, un piccolo gatto spaventato scappa in mezzo al dipinto. Dettaglio insolito, quasi comico, rompe tutti i codici della pittura religiosa del suo tempo e dice tutto dello spirito di Lotto — un pittore che rifiutava che il divino fosse immobile, e che faceva scivolare la vita, imprevedibile, fin dentro le scene più gravi.
Influenze ricevute
Formatosi nell'ambiente veneziano, Lotto ne conserva il senso del colore e della luce, ereditato da Giovanni Bellini e dalla generazione di Giorgione; le modalità esatte della sua formazione restano tuttavia discusse. I suoi viaggi gli fanno incrociare altri centri: gli si attribuisce una sensibilità ai modelli nordici, al loro gusto del dettaglio e dell'espressione, oltre a un contatto con l'arte dell'Italia centrale, in particolare durante il suo soggiorno a Roma. È da questo crogiolo, più che da una sola scuola, che nasce la sua maniera singolare.
Influenze esercitate
In vita l'influenza di Lotto resta discreta, a misura di un'esistenza condotta lontano dai grandi centri. La sua vera fortuna è tardiva: riscoperto nel Novecento, in particolare grazie allo sguardo di Bernard Berenson che gli dedica uno studio pionieristico, diventa allora un riferimento per tutti coloro che cercano, nel Rinascimento, una voce più interiore e più inquieta di quella dei maestri ufficiali. Il suo modo di caricare il ritratto di simboli e di tensione psicologica parla in modo particolare alla sensibilità moderna.
Importanza storica
L'importanza di Lotto risiede in un paradosso commovente. Genio autentico, inventore di un ritratto psicologico di rara profondità, fu in vita mal compreso e mal pagato, mai riconosciuto al suo giusto valore. Rovinato, sfinito, finisce per ritirarsi come oblato nel santuario di Loreto, dove muore povero, lontano dalla gloria. Bisognerà attendere il Novecento perché la critica lo tragga dall'oblio e lo collochi finalmente tra i primissimi del suo secolo. Il suo destino è il contrasto stesso: non quello di un vizio, ma quello di un valore ignorato troppo a lungo — il monito che il talento più originale è spesso quello che la sua epoca fatica a vedere. Oggi la sua pittura nervosa e abitata ci tocca proprio per ciò che ha di inattuale: un'audacia tranquilla, rimasta fedele a sé stessa contro tutti.
