« Nessuno dipinse l'oro come Gentile — e nessuno, prima di lui, aveva guardato una bestia o una stella così da vicino. »
Contributi e opere
Gentile da Fabriano fu, in vita, l'uomo che aveva capito tutto di un'arte di cui portava lo splendore al suo punto più alto. Nato verso il 1370 nella piccola città di Fabriano, nel cuore delle Marche, diventa il maestro supremo del gotico internazionale in Italia: quell'arte di corte, raffinata, ondeggiante, dove l'oro non è un fondo ma una materia viva. Le sue tavole non raccontano soltanto storie sacre; dispiegano cortei principeschi, stoffe pesanti di broccato, corone cesellate, cavalli bardati, falchi e leopardi. Vi si respira il lusso di un mondo che ama guardarsi brillare.
Il suo capolavoro è l'Adorazione dei Magi, compiuta a Firenze nel 1423 per la cappella del ricchissimo mercante Palla Strozzi. È il vertice assoluto del genere: una processione di re giunta dall'orizzonte fino alla soglia della stalla, una sfilata in cui ogni volto, ogni cavalcatura, ogni animale esotico è trattato con cura d'orafo. L'oro vi è ovunque — rilevato, inciso, morso nella materia — eppure il dipinto non si riduce mai a decorazione. Brulica di vita osservata, come se il pittore avesse voluto che si entrasse nel corteo anziché ammirarlo da lontano.
Perché sotto lo sfarzo veglia uno sguardo nuovo. Là dove altri si accontentavano di convenzioni, Gentile osserva. I suoi animali hanno l'esattezza di un naturalista; le inquadrature, la profondità dei piani, l'attenzione alle stoffe e agli incarnati tradiscono un occhio che interroga il reale. Nella predella dell'Adorazione, la scena della Natività è immersa in una luce notturna rara per l'epoca: il chiarore irradia dal Bambino stesso, modellando i volti nella penombra. È lì, in quelle piccole scene in basso alla pala, che si insinua l'audacia più grande — un pittore dello sfarzo che, con nonchalance, si mette a dipingere la luce come un fenomeno.
Conteso da Venezia a Firenze, da Siena a Roma, Gentile fu senza dubbio l'artista più celebre e meglio pagato del suo tempo. Lavorò per il doge, per le grandi famiglie, per il papa; morì a Roma nel 1427, in piena impresa degli affreschi di San Giovanni in Laterano, lasciati incompiuti. La sua fama era tale che i più grandi, dopo di lui, si sarebbero richiamati al suo esempio.
Aneddoto memorabile
La gloria di Gentile non stava solo nei suoi dipinti: si riverberava su chi lo aveva avvicinato. Il grande architetto e teorico del Rinascimento, Leon Battista Alberti, lo citò tra gli artisti moderni degni d'ammirazione, accanto a figure che pure incarnavano l'arte nuova. E una generazione più tardi, si raccontava ancora che gli affreschi romani da lui lasciati incompiuti erano stati affidati, per essere terminati, a un altro maestro di primo piano: segno che un'impresa di Gentile non si rimetteva nelle mani del primo venuto.
Influenze ricevute
Gentile eredita il gotico internazionale nella sua forma più cortese e ornamentale, quella che circolava tra le corti d'Europa allo snodo tra XIV e XV secolo: gusto del dettaglio prezioso, delle linee morbide, degli ori lavorati, delle scene di fasto aristocratico. Le Marche e l'Italia del Nord, dove si forma e lavora presto, lo nutrono di questa tradizione. Il suo viaggio attraverso la penisola — Venezia, la Lombardia, la Toscana — lo espone anche a un'attenzione crescente al mondo visibile, che assimila senza mai rinnegare lo splendore del suo stile.
Influenze esercitate
La sua bottega e il suo esempio segnarono a lungo la pittura. Tra i suoi vicini e continuatori si conta Jacopo Bellini, che lo avrebbe seguito e la cui discendenza — i Bellini di Venezia — avrebbe dominato l'arte veneziana. A Venezia, l'impronta del suo luminismo e del suo gusto per il dettaglio si fece sentire a lungo. Più in generale, spingendo all'estremo l'osservazione entro una cornice ancora gotica, Gentile ha formato uno sguardo: quello che, nella generazione successiva, si libererà dall'oro per fondare il naturalismo del Rinascimento.
Importanza storica
Gentile da Fabriano occupa un posto singolare: non è l'uomo della rottura, ma quello dell'apogeo. Incarna l'ultimo grande fuoco d'oro di un mondo — il gotico cortese — portato a una perfezione che nessuno supererà in quel registro. La sua Adorazione dei Magi del 1423 è il vertice abbagliante di quest'arte, e nell'anno stesso in cui trionfa questo fastoso capolavoro, un giovanissimo pittore, Masaccio, si appresta a spazzare via quel linguaggio in nome di una pittura più aspra, più costruita, più umana. L'audacia di Gentile non sta nell'aver resistito a quel ribaltamento, ma nell'averlo in parte annunciato, dall'interno, con la sua osservazione della natura e della luce. È il maestro che chiude magnificamente un'epoca socchiudendo al tempo stesso la porta della successiva. @@FIN_FICHE_IT

