Nel cuore del centro storico di Napoli, a pochi passi da via Duomo, sorge uno dei più vasti complessi monastici della città. La chiesa dei Santi Severino e Sossio e il suo convento benedettino, ricostruiti a partire dalla fine del Quattrocento, condensano diversi secoli di storia napoletana. Vi si visitano una navata rinascimentale ornata di marmi, una delle vette della scultura funeraria del Cinquecento — il monumento dei tre fratelli Sanseverino avvelenati dallo zio — e chiostri decorati ad affresco. Dall'Ottocento l'antico monastero ospita l'Archivio di Stato di Napoli, uno dei più ricchi depositi archivistici d'Europa.
Il complesso benedettino dei Santi Severino e Sossio
Il monastero è tra le più antiche fondazioni religiose di Napoli: le sue origini risalgono, secondo la tradizione, all'alto Medioevo, attorno al culto di due santi locali. San Severino, eremita e intercessore napoletano, e San Sossio, diacono di Miseno e compagno di martirio di San Gennaro, danno il nome all'istituzione, che divenne un potente centro benedettino. Nel corso dei secoli la comunità accumulò possedimenti, privilegi e una notevole documentazione, il che spiega in parte la ricchezza dei fondi oggi conservati in loco.
Alla fine del Quattrocento l'antico edificio medievale, giudicato fatiscente e troppo angusto, fu oggetto di una ricostruzione ambiziosa. È questa campagna, proseguita per tutto il Cinquecento, a dare al complesso il volto rinascimentale ancora leggibile.
La ricostruzione rinascimentale
Il cantiere di ricostruzione prende avvio verso la fine degli anni 1480-1490 e si protrae per diversi decenni. La chiesa adotta una pianta a navata unica fiancheggiata da cappelle laterali, formula sobria e monumentale caratteristica dell'architettura religiosa napoletana del Rinascimento. La concezione dell'insieme è tradizionalmente ricondotta all'architetto Giovanni Francesco Mormando, attivo a Napoli a cavallo tra Quattro e Cinquecento, anche se lo svolgimento preciso del cantiere e la ripartizione delle responsabilità tra più maestranze restano in parte discussi.
Lo spazio interno, scandito dagli archi delle cappelle e coperto da un soffitto riccamente decorato, fu progressivamente arricchito di marmi, sculture e dipinti. Questo strato rinascimentale costituisce il nucleo dell'edificio; verrà poi completato e in parte ricoperto dalle campagne decorative posteriori.
Il monumento dei fratelli Sanseverino di Giovanni da Nola
Il pezzo forte della chiesa è il monumento funerario dei tre fratelli Sanseverino — Ascanio, Sigismondo e Giacomo. La tradizione, riferita dalle guide antiche, racconta che i tre giovani furono avvelenati dallo zio, avido dell'eredità familiare. La madre avrebbe commissionato questo sepolcro in memoria dei figli, trasformando il lutto privato in un manifesto della scultura napoletana.
L'opera si deve a Giovanni Merliano, detto Giovanni da Nola (1488 ca.-1558), il più grande scultore napoletano della prima metà del Cinquecento. Realizzato all'incirca tra il 1539 e il 1546, il monumento allinea le effigi dei tre fratelli, trattate con delicatezza e umanità notevoli: i volti giovanili, la resa delle vesti e delle armature, la misura della composizione ne fanno una tappa fondamentale della scultura funeraria del Rinascimento meridionale. Da Nola vi dispiega un'arte di dolcezza classica, nutrita di modelli toscani e romani ma reinterpretata con una sensibilità propriamente napoletana. I dettagli precisi della datazione e dell'intervento della bottega possono variare a seconda delle fonti e vanno considerati con prudenza.
Le cappelle, i chiostri e gli affreschi
Oltre al sepolcro Sanseverino, la chiesa conserva diverse cappelle gentilizie ornate di sculture e marmi del Cinquecento. La Cappella Medici di Gragnano, cappella di questa famiglia napoletana, si distingue per i rilievi scolpiti che testimoniano la vitalità delle botteghe di marmorari attive nel cantiere. Vi si collegano anche, secondo la tradizione locale, opere funerarie di grande qualità, tra cui un sepolcro di fanciullo che diverse fonti attribuiscono allo scultore spagnolo Bartolomé Ordóñez, attivo a Napoli agli inizi del Cinquecento — attribuzione che merita di essere verificata in loco.
Il convento si organizza attorno a più chiostri rinascimentali, oggi integrati nell'Archivio di Stato. Il più celebre, il Chiostro del Platano, deve il nome a un albero leggendario che avrebbe piantato san Benedetto. Le sue gallerie conservano un ciclo di affreschi dedicato alla vita di san Benedetto, generalmente attribuito ad Antonio Solario, detto lo Zingaro, e datato agli inizi del Cinquecento. Questi dipinti, con i loro paesaggi e le loro architetture, sono tra i rari complessi murali profani e religiosi di quel periodo conservati a Napoli; il loro stato di conservazione e il dettaglio delle attribuzioni restano oggetto di studio.
Occorre distinguere questi strati rinascimentali dalle campagne decorative posteriori. La chiesa ricevette, già dall'inizio del Seicento, affreschi barocchi che la tradizione riconduce alla bottega di Belisario Corenzio. Il terremoto del 1731 danneggiò l'edificio e comportò restauri e rimaneggiamenti nel Settecento: soffitti, dorature e decori appartengono a questo strato barocco e tardo, che si sovrappone al fondo rinascimentale senza cancellarlo.
L'Archivio di Stato oggi
Dopo la soppressione degli ordini monastici, l'antico convento fu destinato, nell'Ottocento, alla conservazione degli archivi pubblici napoletani. L'Archivio di Stato di Napoli vi raccoglie fondi di valore eccezionale, che coprono diversi secoli di amministrazione del regno di Napoli: pergamene, registri angioini e aragonesi, documenti notarili e fondi monastici. Il luogo coniuga così due vocazioni: monumento d'arte del Rinascimento e istituzione scientifica di primo piano. La visita dei chiostri e di alcuni ambienti avviene dunque nel quadro dell'accesso agli archivi, il che ne condiziona modalità e orari.
Rilievo
I Santi Severino e Sossio riassumono, in un solo luogo, il modo in cui il Rinascimento ha messo radici a Napoli: un'architettura chiara e monumentale, una scultura funeraria portata a un grado raro di emozione e raffinatezza con il sepolcro dei fratelli Sanseverino, e cicli dipinti che prolungano l'umanesimo meridionale. La sopravvivenza del complesso all'interno di una grande istituzione archivistica gli conferisce uno statuto singolare, tra patrimonio artistico e memoria documentaria del regno. Per chi voglia comprendere la scultura napoletana del Cinquecento e il ruolo dei grandi monasteri benedettini, questo complesso costituisce una tappa essenziale.
Cosa vedere assolutamente
- Il monumento funerario dei fratelli Sanseverino (Ascanio, Sigismondo e Giacomo) di Giovanni da Nola, vertice della scultura funeraria napoletana del Rinascimento.
- La navata rinascimentale a cappelle laterali, cuore della ricostruzione avviata alla fine del Quattrocento.
- La Cappella Medici di Gragnano e i suoi rilievi scolpiti del Cinquecento.
- Il Chiostro del Platano e il suo ciclo di affreschi sulla vita di san Benedetto, attribuito ad Antonio Solario.
- Le cappelle gentilizie e i loro sepolcri di marmo, testimoni delle botteghe attive nel cantiere.
- Il contrasto tra lo strato rinascimentale e i decori barocchi posteriori al terremoto del 1731.
Informazioni pratiche
La chiesa e i chiostri si trovano nel centro storico di Napoli, nella zona di via Duomo / San Lorenzo, facilmente raggiungibile a piedi dal Duomo e dal decumano. Poiché il complesso è oggi sede dell'Archivio di Stato di Napoli, l'accesso ai chiostri e ad alcuni ambienti dipende dal funzionamento dell'istituzione e può essere soggetto a condizioni particolari (accesso di ricerca, eventi, visite guidate). Si consiglia di verificare in anticipo le modalità di apertura ed eventuali restrizioni legate a lavori o alle attività dell'archivio. Conviene abbinare la visita agli altri monumenti rinascimentali e medievali del centro storico.
Quiz
1. Chi scolpì il celebre monumento funerario dei fratelli Sanseverino?
- Bartolomé Ordóñez
- Giovanni da Nola
- Belisario Corenzio
2. Quale istituzione occupa oggi l'antico monastero benedettino?
- Una biblioteca universitaria
- Un museo d'arte moderna
- L'Archivio di Stato di Napoli
3. Secondo la tradizione, come morirono i tre fratelli Sanseverino commemorati nella chiesa?
- Avvelenati dallo zio
- Caduti in battaglia
- Portati via dalla peste

