Al margine meridionale di Arezzo, fuori le mura della città vecchia, la chiesa di Santa Maria delle Grazie occupa un sito che la tradizione vuole carico di memoria: quello di una fonte un tempo votata a culti antichi, cristianizzata e poi trasformata in luogo di devozione mariana. Nulla, nel suo aspetto esteriore, annuncia la sorpresa che attende il visitatore. Il santuario, basso e sobrio, si cela dietro un portico di marmo di rara delicatezza, una delle logge più graziose che il Rinascimento toscano abbia lasciato in provincia. E quando si varca la soglia, è un altro capolavoro a rivelarsi: un'immensa pala di terracotta invetriata, bianca e oro, uscita dalle botteghe dei della Robbia, che incastona un'immagine venerata della Vergine. In pochi metri, la chiesa condensa due delle più alte lezioni dell'arte fiorentina — quella della pietra scolpita e quella dell'argilla invetriata — giunte a irradiare fin nella provincia di Arezzo.
Il santuario e la sua storia
L'origine del luogo risale, secondo la tradizione, a una fonte reputata fin dall'antichità, il Fonte Tecta, a lungo associata a pratiche che la predicazione cristiana si sforzò di soppiantare. È nel XV secolo che il luogo assume la sua fisionomia attuale, intorno a un'immagine miracolosa della Madonna della Misericordia. Questo affresco, la Madonna della Misericordia, sarebbe opera di Parri di Spinello (Parri Spinelli), pittore aretino della prima metà del secolo, figlio di Spinello Aretino; raffigurerebbe la Vergine che stende il suo manto protettore sui fedeli, tema caro alle confraternite e alle comunità civiche. La fervente devozione suscitata da questa immagine avrebbe giustificato, nei decenni successivi, la costruzione di uno scrigno degno di essa. La predicazione di san Bernardino da Siena, che si adoperò per risanare il culto del luogo, è spesso collegata a questa fase di rinnovamento. L'insieme edificato quale lo si vede oggi risulta dunque da un cantiere della seconda metà del Quattrocento, condotto quando Arezzo, passata sotto l'autorità fiorentina, si apriva pienamente alle forme provenienti dalla capitale toscana.
Il portico di Benedetto da Maiano
La facciata è preceduta da un portico — una loggia — che la tradizione critica attribuisce a Benedetto da Maiano, e che si daterebbe intorno agli anni 1478-1482. È uno dei brani più raffinati dell'architettura aretina del Rinascimento. Sottili colonne di marmo, dai capitelli cesellati, reggono una serie di archi leggeri sormontati da una trabeazione slanciata; la misura delle proporzioni, la sobrietà del decoro, la chiarezza del ritmo vi traducono la grammatica fiorentina ereditata da Brunelleschi e affinata dalla generazione degli orafi divenuti architetti. Benedetto da Maiano (c. 1442-1497), scultore e architetto fiorentino celebre soprattutto per i suoi pulpiti e i suoi portali, avrebbe così dotato il santuario di una soglia monumentale dove la pietra si fa quasi aerea. Il portico agisce come un filtro: tempera la facciata modesta, predispone un passaggio ombroso tra l'esterno e il sacro, e prepara l'occhio allo splendore interno. Là dove molti santuari di pellegrinaggio si segnalano per la massa, questo seduce per la grazia.
L'altare in terracotta di Andrea della Robbia
All'interno, lo sguardo è subito catturato dall'altare maggiore, immensa struttura di terracotta invetriata — l'invetriata — attribuita ad Andrea della Robbia e alla sua bottega. L'insieme inquadra l'affresco venerato della Vergine con un dispiegamento architettato di pilastri, nicchie, ghirlande e figure, interamente trattato nella tecnica che rese celebre la famiglia: l'argilla modellata e poi rivestita di una vetrina stannifera, cotta per fissare bianchi latteschi e rari tocchi colorati o dorati. Il bianco luminoso delle figure, stagliato sui fondi, conferisce all'altare una purezza quasi immateriale, mentre l'oro aggiunge una nota di magnificenza propria del culto mariano. Andrea della Robbia (1435-1525), nipote ed erede di Luca, fu il grande diffusore di quest'arte in tutta la Toscana e l'Umbria; a lui si devono innumerevoli pale in cui la scultura si mette al servizio della devozione più tenera. Ad Arezzo, avrebbe dato una delle sue composizioni più ambiziose, intagliata a misura del fervore locale e dell'immagine che aveva il compito di glorificare.
I della Robbia e il Rinascimento
L'invenzione della terracotta invetriata, messa a punto da Luca della Robbia nella Firenze degli anni 1440, è tra gli apporti più originali del Rinascimento. Offriva una scultura inalterabile, splendente, relativamente accessibile, e si prestava mirabilmente al decoro sacro. Tre generazioni — Luca, Andrea, poi i figli di Andrea, tra cui Giovanni — ne fecero una vera e propria industria dell'eccellenza, disseminando tabernacoli, lunette e pale nelle campagne toscane. Santa Maria delle Grazie illustra perfettamente questa diffusione: un'innovazione nata nel cuore di Firenze viene a coronare un santuario di provincia, unendovi l'architettura di marmo di Benedetto da Maiano e la scultura invetriata di Andrea della Robbia. Due linguaggi, una medesima chiarezza classica. La chiesa diventa così un compendio del Rinascimento fiorentino irradiante, dove la misura architettonica e la dolcezza plastica si accordano al servizio della pietà popolare.
Rilievo
Santa Maria delle Grazie occupa un posto singolare nella geografia artistica della Toscana: lungi dall'essere una semplice chiesa di pellegrinaggio, riunisce su un medesimo sito due firme maggiori del Rinascimento fiorentino, in due tecniche distinte. Il portico attribuito a Benedetto da Maiano ne fa un caposaldo dell'architettura aretina del Quattrocento, mentre l'altare di Andrea della Robbia costituisce uno dei grandi complessi robbiani fuori Firenze. Per chi voglia comprendere come l'arte della capitale abbia irrigato la provincia — e come un'immagine devozionale più antica abbia potuto suscitare, intorno a sé, un simile scrigno — il santuario aretino è un caso esemplare, tanto commovente quanto istruttivo.
Cosa vedere assolutamente
- Il portico di marmo attribuito a Benedetto da Maiano, le sue colonne sottili e la sua trabeazione slanciata.
- L'altare maggiore in terracotta invetriata di Andrea della Robbia, bianco e oro, in tutta la sua ampiezza.
- L'affresco della Madonna della Misericordia (Madonna della Misericordia), attribuito a Parri di Spinello, al centro dell'altare.
- Il gioco dei bianchi invetriati stagliati sui fondi, firma della tecnica robbiana.
- Il contrasto tra la facciata sobria e la ricchezza dell'insieme interno.
- La coerenza classica dell'insieme, dove architettura di marmo e scultura invetriata dialogano.
Informazioni pratiche
Santa Maria delle Grazie resta un luogo di culto attivo; si avrà cura di rispettare il silenzio e le funzioni. Il santuario si trova in disparte dal centro storico di Arezzo, a sud della città vecchia. Gli orari di apertura possono variare a seconda della stagione e della vita liturgica: è prudente informarsi sul posto prima della visita. L'abbigliamento e il comportamento consoni a un edificio religioso sono d'obbligo.
Quiz
1. A chi la tradizione attribuisce il portico di marmo che precede la chiesa? Benedetto da Maiano
2. A quale tecnica appartiene l'altare maggiore del santuario? La terracotta invetriata (invetriata) dei della Robbia
3. Quale artista avrebbe eseguito l'affresco venerato della Madonna della Misericordia posto al centro dell'altare? Parri di Spinello (Parri Spinelli)

