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Rinascimento italiano

San Giorgio Maggiore

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San Giorgio Maggiore

Isolata dalla città sulla propria isola, San Giorgio Maggiore è una delle visioni più celebri di Venezia: una facciata di marmo bianco che cattura la luce della laguna, posta all'estremità di un lungo sagrato, in dialogo diretto con il Palazzo Ducale e il campanile di San Marco, dall'altra parte del bacino. È forse la più pura dimostrazione dell'arte di Andrea Palladio in terra veneziana: un tempio antico ricostruito per il culto cristiano, dove la chiarezza delle proporzioni prevale sull'ornamento e dove l'architettura sembra prima di tutto organizzare la luce. La chiesa apparteneva a un grande monastero benedettino, i cui edifici — oggi occupati dalla Fondazione Giorgio Cini — inquadrano ancora l'isola e prolungano, sul versante dei chiostri, l'ambizione dell'insieme.

La soluzione palladiana della facciata

Il problema che Palladio affronta qui è antico e non aveva mai ricevuto una risposta pienamente soddisfacente nel Rinascimento: come applicare la facciata a forma di tempio antico — colonne e frontone triangolare — a una chiesa cristiana la cui sezione non è quella di un tempio? Una basilica a navata centrale alta, affiancata da navate laterali più basse, disegna in sezione una sagoma scalare che il frontone unico del tempio greco-romano ignora. Gli architetti del Quattrocento avevano moltiplicato gli espedienti — volute di raccordo, schermi applicati — senza risolvere la contraddizione tra l'ideale antico e la realtà dell'edificio.

La risposta di Palladio, di cui San Giorgio Maggiore offre una delle formulazioni più compiute, consiste nel sovrapporre e incastrare due fronti di tempio. Un primo sistema, maggiore, di alte colonne addossate o semicolonne su piedistalli sostiene un grande frontone che corona la navata centrale; un secondo sistema, minore, di lesene meno elevate regge un frontone più basso, come spezzato e respinto ai due lati, che risponde alle navate laterali. I due ordini si compenetrano: il grande frontone sembra passare davanti, il frontone minore dietro, così che la facciata si legge insieme come un tempio unico e come la fedele proiezione della sezione interna. Il marmo bianco d'Istria, materiale veneziano per eccellenza, unifica l'insieme e gli conferisce quello splendore che stacca sul cotto dei monasteri vicini.

Occorre tenere presente la cronologia: la chiesa è iniziata nel 1566, ma la facciata quale oggi la vediamo fu eretta assai più tardi, dopo la morte dell'architetto avvenuta nel 1580. La sua realizzazione, conforme nelle grandi linee al disegno palladiano, è generalmente ricondotta alla direzione di Vincenzo Scamozzi e il suo compimento collocato intorno al 1610. La parte esatta spettante a Palladio nel dettaglio definitivo è oggetto di discussioni erudite; si può ritenere che l'idea maestra e la composizione siano davvero sue, l'esecuzione essendo stata condotta dai suoi continuatori.

Un interno di luce e di ordine gigante

Se la facciata seduce da lontano, l'interno produce uno choc di altra natura: quello di uno spazio immerso nel bianco, dove la pietra chiara, l'intonaco e la luce naturale compongono un'atmosfera quasi immateriale, ben diversa dalla penombra dorata delle chiese veneziane medievali. Palladio vi dispiega una pianta a croce latina a navata e navate laterali, tagliata da un transetto e coronata da una cupola all'incrocio, secondo un vocabolario che attinge direttamente all'architettura romana antica e alle terme imperiali che aveva studiato e rilevato.

L'effetto di grandezza nasce dall'impiego di un ordine gigante: possenti colonne e semicolonne addossate su alti piedistalli salgono in un unico slancio a reggere la trabeazione e la volta, ritmando la navata con una cadenza ampia e regolare. Questo ordine maggiore si combina con un ordine minore che articola le campate delle navate laterali e gli archi, gioco di incastro che risponde, all'interno, a quello della facciata. La luce entra dalle finestre alte e dalle aperture della cupola, scivola sulle superfici chiare e modella i volumi senza che il colore venga a distrarre l'occhio: l'architettura si offre alla lettura come pura sintassi di pieni e di vuoti, di luci e di sostegni. Lo sguardo è condotto senza rottura dall'ingresso fino al coro profondo, dietro l'altare maggiore, dove gli stalli dei monaci benedettini prolungavano lo spazio liturgico.

Le tele del Tintoretto e la posizione insulare

In questo scrigno di una sobrietà calcolata, la pittura porta la nota drammatica. Il coro conserva due grandi tele di Jacopo Robusti detto il Tintoretto, uno dei maestri del tardo Rinascimento veneziano, la cui arte della luce contrastata e delle composizioni in diagonale appartiene già alla sensibilità manierista. Vi si ammira in particolare un'Ultima Cena, trattata non come una scena frontale e solenne ma come un interno notturno percorso di riflessi, dove le figure emergono dall'ombra in uno spazio fuggente, e una Raccolta della manna, che le fa da pendant. Le due opere si rispondono ai due lati del coro; la loro precisa collocazione e la loro datazione esatta restano da confermare, ma la loro presenza a San Giorgio, nel contesto liturgico dell'eucaristia, fa parte dell'esperienza del luogo.

Resta la posizione, che non è l'ultima delle attrattive. San Giorgio Maggiore occupa da sola la propria isola, separata dal cuore di Venezia dal bacino di San Marco. Questo distacco, voluto dalla regola benedettina non meno che dalla geografia della laguna, offre alla chiesa uno spazio libero di cui pochi monumenti veneziani beneficiano: la si raggiunge per acqua, la si scopre intera, facciata e campanile di mattoni riflessi nel canale. Questo campanile, da distinguere bene dall'opera rinascimentale, fu ricostruito nel Settecento dopo il crollo del precedente; posteriore a Palladio, non è per questo meno diventato uno dei belvedere più ambiti della città. Dalla sua sommità si dispiega uno dei panorami più completi su Venezia, la piazza San Marco, la Giudecca e la laguna — un punto di vista che molti giudicano superiore a quello del campanile di San Marco, proprio perché abbraccia quest'ultimo.

Cosa vedere assolutamente

  • La facciata di marmo bianco e la sua soluzione dei due templi incastrati (grande frontone della navata, frontone minore delle navate laterali).
  • L'interno luminoso, bianco, scandito dall'ordine gigante e coronato dalla cupola all'incrocio.
  • L'Ultima Cena del Tintoretto e la sua messa in scena notturna, nel coro.
  • La Raccolta della manna del Tintoretto, in pendant, anch'essa nel coro.
  • Il panorama su Venezia e sul bacino di San Marco dalla sommità del campanile (ricostruito nel Settecento).

Informazioni pratiche

La chiesa sorge sull'isola di San Giorgio Maggiore, isolata nel bacino di San Marco, di fronte alla Piazzetta. Vi si accede con il vaporetto (fermata San Giorgio), in pochi minuti da San Marco / San Zaccaria. L'isola ospita anche la Fondazione Giorgio Cini, insediata nell'antico monastero benedettino. Il campanile, dotato di ascensore, offre il celebre panorama sulla città e sulla laguna. Gli orari di apertura della chiesa e l'accesso al campanile, così come eventuali costi, possono variare: conviene verificarli prima della visita presso le fonti ufficiali.

Quiz

  1. Quale architetto ha concepito la chiesa di San Giorgio Maggiore?
  • Andrea Palladio
  • Baldassare Longhena
  • Jacopo Sansovino
  1. Quale soluzione adotta Palladio per la sua facciata?
  • Una semplice facciata-schermo priva di ordini
  • Due fronti di tempio sovrapposti e incastrati
  • Una rotonda a cupola in facciata
  1. Quale pittore ha realizzato l'Ultima Cena conservata nel coro?
  • Tiziano
  • Veronese
  • Il Tintoretto