Rari sono i monumenti in cui si possono leggere, in un solo sguardo, due secoli e mezzo di scultura italiana. L'Arca di San Domenico, il sepolcro monumentale eretto al fondatore dell'ordine dei Predicatori, è tra questi. Attorno a questo reliquiario di marmo si sono succeduti, dal XIII al XVI secolo, alcuni dei più grandi nomi della statuaria peninsulare: Nicola Pisano e la sua bottega per il sarcofago istoriato, Niccolò dell'Arca — che ne trasse il proprio soprannome — per il coronamento, e infine un adolescente di genio, Michelangelo, venuto a portare a termine l'opera verso il 1494-1495. La basilica che la custodisce, cuore bolognese dell'ordine domenicano, offre così una lezione di continuità e di rottura: il Rinascimento vi dialoga, attraverso i secoli, con l'eredità medievale che lo ha preceduto.
San Domenico e il sepolcro del santo
Domenico di Caleruega, fondatore dell'ordine dei Predicatori, sarebbe morto a Bologna nel 1221 e fu sepolto nella chiesa conventuale che allora portava un altro titolo. La città, sede della più antica università d'Europa, era divenuta un focolaio intellettuale di primo piano per l'ordine nascente. La canonizzazione, pronunciata poco dopo (la si colloca generalmente nel 1234), impose di onorare le spoglie con un monumento degno del suo rango. Nacque così il progetto di un'arca, una cassa di marmo destinata ad accogliere ed esporre le reliquie.
Il sepolcro non fu concepito d'un solo getto né da una sola mano: si arricchì, si trasformò, si innalzò nel corso delle generazioni, ciascuna campagna artistica rispondendo al gusto del proprio tempo pur rispettando la devozione che ne faceva il focolaio spirituale della chiesa. Questa stratificazione è precisamente ciò che rende l'Arca tanto preziosa: non è un oggetto immobile, ma un palinsesto scolpito.
L'Arca attraverso i secoli: Nicola Pisano, Niccolò dell'Arca
La prima grande campagna sarebbe da attribuire a Nicola Pisano e alla sua bottega, negli anni 1260-1267 circa. Il maestro pisano, che si annovera tra i padri della scultura italiana, aveva appena portato a termine il pulpito del battistero di Pisa; qui avrebbe lavorato con collaboratori tra i quali si cita volentieri il giovane Arnolfo di Cambio. Il sarcofago si adorna di rilievi che narrano episodi della vita e dei miracoli di san Domenico, in quello stile denso e plastico, ancora nutrito di modelli antichi, che caratterizza l'arte di Nicola. Questi rilievi appartengono pienamente al Medioevo e conviene non annetterli abusivamente al Rinascimento: ne sono una delle lontane premesse.
Più di due secoli dopo, verso il 1469-1473, uno scultore di origine pugliese, Niccolò da Bari, intraprende il coronamento del sepolcro: la cimasa, quella soprastruttura traforata popolata di statuette, di volute e di figure di santi, che sormonta il sarcofago come un baldacchino di marmo. L'opera fu tanto notevole da valere al suo autore un soprannome che lo ha accompagnato nella storia: Niccolò dell'Arca. La sua arte, tesa, nervosa, di un patetismo già tutto rinascimentale, segna il passaggio a una sensibilità nuova. Ma l'artista morì nel 1494 lasciando l'impresa incompiuta: mancavano ancora alcune figure per completare l'insieme.
Il giovane Michelangelo a Bologna (l'Angelo, san Petronio, san Procolo)
È qui che interviene l'episodio più celebre della storia dell'Arca. Verso il 1494-1495, un fiorentino di appena vent'anni, in fuga dai disordini che seguirono la caduta dei Medici, trova rifugio a Bologna. Questo giovane si chiama Michelangelo Buonarroti. Si racconta che un protettore bolognese, Gianfrancesco Aldrovandi, lo avrebbe accolto e introdotto nella vita artistica della città. È a lui che sarebbe stato affidato il compito di completare il sepolcro rimasto in sospeso alla morte di Niccolò dell'Arca.
Tre statuette gli sono attribuite, e l'attribuzione è qui solidamente stabilita. Un Angelo reggicandelabro, inginocchiato, che fa da pendant a un angelo anteriore di Niccolò: là dove quello del predecessore è gracile e dolce, l'angelo di Michelangelo è più carnoso, più grave, atteggiato con una fermezza che già annuncia la potenza a venire. Un san Petronio, patrono di Bologna, che regge il modello della città che protegge — omaggio del giovane straniero alla sua città d'accoglienza. E un san Procolo, giovane martire bolognese, avvolto in un manto, il cui sguardo teso e l'incedere contenuto lasciano presagire, in riduzione, il futuro David fiorentino.
Queste tre figure, modeste per dimensioni, sono capitali per ciò che rivelano: il primo grande cantiere documentato di un artista che avrebbe ridefinito la scultura occidentale. Vederle significa sorprendere un genio nell'istante in cui ancora si cerca, nel dialogo rispettoso e già competitivo con i suoi maggiori.
L'edificio e i suoi strati
La basilica stessa è un libro di architettura a più scritture, e bisogna guardarsi dal confonderne gli strati. Il suo nucleo appartiene al romanico e al gotico, plasmato fin dal XIII secolo dalle esigenze dell'ordine domenicano, le cui grandi chiese di predicazione privilegiavano l'ampiezza e la chiarezza al servizio della parola. L'interno conobbe, in età barocca, un'importante campagna di trasformazione che rivestì la navata del suo apparato decorativo attuale: sarebbe errato leggere in questi stucchi e in questi altari la mano del Rinascimento.
Tra le ricchezze della chiesa, la Cappella del Rosario merita attenzione, con il suo insieme di dipinti; vi si segnala anche la presenza di opere di diversi maestri emiliani e bolognesi, oltre a un mausoleo e a monumenti funebri che testimoniano il prestigio del luogo. La città conserva del resto la memoria di numerose figure sepolte o onorate in questo santuario. Ciascuno strato — romanico, gotico, rinascimentale, barocco — vi mantiene la propria voce, ed è distinguendo queste voci che si coglie meglio il posto singolare dell'Arca.
Rilevanza
L'Arca di San Domenico è una pietra miliare della storia della scultura italiana perché condensa, in un medesimo monumento, la transizione dal Medioevo al pieno Rinascimento. Vi si segue, come su un fregio cronologico di marmo, il cammino che conduce dalla plasticità sapiente di Nicola Pisano al fremito espressivo di Niccolò dell'Arca, poi all'affermazione di un linguaggio nuovo nel giovane Michelangelo. Per Bologna è un titolo di gloria; per la storia dell'arte, un caso esemplare di lavoro collettivo e transecolare, in cui la grandezza nasce dalla successione rispettosa delle mani.
Cosa vedere assolutamente
- L'Angelo reggicandelabro di Michelangelo, da confrontare con quello di Niccolò dell'Arca posto di fronte.
- Il san Petronio di Michelangelo, che regge il modello di Bologna.
- Il san Procolo, figura tesa che annuncia il David.
- La cimasa di Niccolò dell'Arca, coronamento traforato che valse il soprannome all'artista.
- I rilievi del sarcofago attribuiti a Nicola Pisano e alla sua bottega (da collocare nel Medioevo).
- La Cappella del Rosario e i monumenti funebri, per misurare gli strati dell'edificio.
Informazioni pratiche
San Domenico resta un luogo di culto attivo: la visita si svolge nel rispetto delle funzioni e del raccoglimento. Gli orari di apertura e le eventuali condizioni di accesso alla cappella del sepolcro possono variare; è prudente informarsi sul posto o presso la comunità prima di recarvisi. Un abbigliamento decoroso è d'obbligo, e la discrezione si impone durante le celebrazioni.
Quiz
1. A quale artista il coronamento (cimasa) del sepolcro valse il soprannome? Niccolò dell'Arca
2. Quali tre statuette il giovane Michelangelo avrebbe scolpito per l'Arca verso il 1494-1495? L'Angelo reggicandelabro, san Petronio e san Procolo
3. A quale scultore del XIII secolo si attribuiscono i rilievi del sarcofago? Nicola Pisano (e la sua bottega)

