Una chiesa girolamina nel Dorsoduro
Lontana dai grandi itinerari, in una piega del sestiere di Dorsoduro oggi lambita dal quartiere universitario, la chiesa di San Sebastiano innalza una facciata discreta in pietra d'Istria in riva a un rio tranquillo. Nulla, dall'esterno, lascia intuire che essa custodisca uno degli insiemi dipinti più coerenti di tutto il Rinascimento veneziano. L'edificio apparteneva ai girolamini, congregazione votata a san Girolamo, e fu ricostruito su un santuario più antico nel corso della prima metà del Cinquecento. Si indicano abitualmente le date dal 1506 al 1548 per la campagna principale, condotta — secondo l'attribuzione comunemente accolta — dall'architetto Antonio Abbondi detto lo Scarpagnino, figura attiva nei cantieri pubblici veneziani del suo tempo; questa datazione e questa paternità restano tuttavia da confermare nel dettaglio.
L'architettura appartiene a un classicismo sobrio, quasi austero, assai lontano dal rigoglio gotico della Venezia medievale. La facciata, scandita da lesene e coronata da un frontone, gioca sulla sola qualità della pietra d'Istria, quel calcare bianco e denso che cattura la luce lagunare. All'interno, la pianta è quella di un'unica navata voltata, affiancata da cappelle laterali, prolungata da un coro profondo e sormontata da una tribuna dove trova posto l'organo. Questa disposizione chiara, quasi neutra, si sarebbe rivelata ideale: offriva ampie superfici — soffitto della navata, pareti del coro, ante d'organo, pareti della sagrestia — che chiamavano un grande apparato decorativo unitario. È proprio questo vuoto organizzato che un giovane pittore venuto da Verona avrebbe occupato e trasformato in manifesto.
Veronese «a casa sua»: la genesi di un ciclo-manifesto
Paolo Caliari, detto il Veronese perché nato a Verona intorno al 1528, si stabilisce a Venezia attorno al 1553. San Sebastiano diventa assai presto il suo cantiere prediletto, senza dubbio grazie all'appoggio di un priore originario anch'egli della zona veronese. Il legame si annoda verso il 1555 e si prolunga, per campagne successive, fino a circa il 1570 — la cronologia precisa di questi interventi resta discussa e merita verifica. Ciò che accade qui è unico nella storia dell'arte veneziana: invece di un'opera isolata, un pittore riceve la totalità di un edificio e ne orchestra l'apparato dipinto per quasi quindici anni, dal soffitto alla sagrestia. San Sebastiano non è dunque una chiesa che possiede dei Veronese; è il luogo in cui si legge Veronese tutto d'un fiato, nello spazio stesso per cui egli ha pensato ciascuna composizione, ciascuno scorcio, ciascun accordo di colore.
L'interesse di questo insieme sta nella sua coerenza. Altrove — a Palazzo Ducale, all'Accademia, nelle grandi collezioni d'Europa — si incontra il Veronese per frammenti, staccati dal loro contesto. A San Sebastiano lo si coglie in situazione: le figure sono calcolate per essere viste dal basso o di sbieco, le architetture dipinte prolungano l'architettura reale, la luce finta dialoga con la luce vera che scende dalle finestre. È la bottega di un maestro al suo apice, dispiegata a grandezza naturale. Vi si segue anche la sua evoluzione, dalle prime composizioni più trattenute ai pezzi di bravura della piena maturità, tutti in un argentato luminoso, in sete e in cieli aperti.
Un primo cantiere, cronologicamente, riguarda il soffitto della sagrestia, ritenuto spesso uno dei suoi interventi inaugurali nella chiesa. Poi viene il grande soffitto della navata, che fissa l'ambizione dell'insieme.
Il soffitto della navata: la storia di Ester
Sopra i fedeli si dispiega il brano più spettacolare: il soffitto della navata, dedicato alla storia biblica di Ester, la regina ebrea che salva il suo popolo alla corte del re persiano Assuero. Il racconto si legge abitualmente in tre grandi comparti: l'Incoronazione di Ester, Ester davanti ad Assueroe ilTrionfo di Mardocheo — l'identificazione esatta e l'ordine di questi soggetti restano da confermare. La scelta del tema non è neutra: figura di intercessione e di salvezza, Ester offriva una potente prefigurazione mariana, autorizzando al tempo stesso il dispiegarsi di uno sfarzo di corte — troni, scalinate, cavalli, cortigiani — che il Veronese portava a un vertice.
Il pittore vi risolve magistralmente la sfida del soffitto: far vivere scene viste dal basso, in sotto in sù. I cavalli del Trionfo di Mardocheo sembrano irrompere nel cielo, le colonne fuggono verso l'alto, i personaggi si sporgono sull'orlo di balaustre dipinte come se stessero per rovesciarsi nello spazio reale della navata. È qui che si inventa la grande formula del soffitto decorativo veneziano, quella che riprenderanno generazioni di pittori fino a Tiepolo. La tavolozza, sgargiante eppure mai stridula, declina i gialli d'oro, i rosa, gli azzurri gelati e quel bianco argentato che è la firma del maestro. Chi alza lo sguardo non vede un quadro appeso: vede un cielo aperto, popolato e teatrale, innestato sull'architettura dello Scarpagnino.
I martirî, il coro e le ante d'organo
Sulle pareti e nel coro, il Veronese affronta il registro atteso di una chiesa: la vita e la morte dei santi. Due grandi martirî trattengono l'attenzione. Il Martirio dei santi Marco e Marcelliano, in cui il pittore tratta il supplizio come una scena di esortazione solenne, entro uno scenario di architetture monumentali. E soprattutto il Martirio di san Sebastiano, santo patrono del luogo, che il Veronese affronta non secondo l'iconografia più diffusa — il corpo trafitto dalle frecce — ma privilegiando l'episodio della flagellazione e della morte del soldato cristiano, in una messa in scena di forte tensione corporea. Il coro riceve un apparato dipinto che finisce di unificare lo spazio liturgico, associando composizioni murali e figure in alto.
Uno degli insiemi più rari si trova nella tribuna: le ante, o portelle, dell'organo, dipinte su entrambe le facce dal Veronese. Chiuse, presentano una scena; aperte nel corso della funzione, ne rivelano un'altra — dispositivo liturgico e teatrale in cui la pittura si fa mobile, mutando secondo il tempo del culto. Vi si trovano in particolare, secondo le identificazioni consuete, una Presentazione al Tempio e una scena di guarigione, soggetti e disposizione restando da verificare. Questi pannelli figurano tra le rare ante d'organo rinascimentali conservate in loco e funzionanti nel loro contesto d'origine, il che aggiunge all'eccezionale valore documentario della chiesa.
A questo insieme si aggiungono l'apparato della sagrestia — soffitto a comparti dipinti — e vari elementi che fanno di San Sebastiano un catalogo vivente di tutti i registri del maestro: il grande apparato illusionistico, la pala d'altare, la scena narrativa, il pannello mobile. In nessun altro luogo questa varietà si offre allo sguardo in una tale continuità, sostenuta da una sola mano su una durata così lunga.
La sepoltura di Veronese
Il filo si richiude su un punto di grande forza simbolica: è in questa chiesa, che egli ha ricoperto di pitture per decenni, che Paolo Veronese fu sepolto alla sua morte, avvenuta a Venezia nel 1588. L'artista riposa così in mezzo al proprio capolavoro, caso quasi unico di un pittore inumato nello spazio stesso del suo grande ciclo. Una lastra funeraria segnerebbe il luogo della sepoltura, e un busto del pittore ne perpetuerebbe la memoria — la collocazione esatta e la natura di questi elementi meritando di essere confermate sul posto.
Questa coincidenza tra il luogo dell'opera e il luogo del riposo dà a San Sebastiano la sua tonalità particolare. Non vi si visita soltanto una raccolta di quadri: vi si entra nella bottega divenuta tomba, nell'universo di un uomo che ha fatto di una chiesa il suo manifesto e la sua ultima dimora. Comprendere il Veronese — la sua scienza del colore chiaro, il suo gusto del teatro e dello sfarzo, la sua ineguagliata padronanza dell'illusione architettonica — presuppone di venire qui, nella quiete del Dorsoduro, alzare gli occhi verso il soffitto di Ester e percorrere i martirî, sapendo che il pittore è lì, sotto la pietra, a casa sua.
Cosa vedere assolutamente
- Il soffitto della navata e la sua Storia di Ester (Incoronazione di Ester, Ester davanti ad Assuero, Trionfo di Mardocheo), vertice del soffitto illusionistico veneziano.
- Il Martirio di san Sebastiano, in cui il Veronese rinnova l'iconografia del santo patrono del luogo.
- Le ante dipinte dell'organo, recto-verso, raro apparato mobile rinascimentale conservato in loco.
- L'apparato del coro e il Martirio dei santi Marco e Marcelliano, per cogliere la coerenza dell'insieme.
- La lastra funeraria e il busto di Veronese: il pittore sepolto nel cuore del proprio ciclo.
Informazioni pratiche
Chiesa di San Sebastiano, sestiere di Dorsoduro, Venezia, nei pressi del quartiere universitario (Ca' Foscari / IUAV) e a breve distanza dalle Zattere. Accesso a piedi per le calli del Dorsoduro oppure in vaporetto fino alle fermate che servono le Zattere o San Basilio, e poi pochi minuti di cammino. La chiesa è integrata nel circuito patrimoniale delle chiese veneziane; orari, giorni di apertura e condizioni di accesso sono da verificare prima della visita, così come l'eventuale bigliettazione. Si raccomandano un'illuminazione adeguata e un po' di tempo per leggere bene i soffitti.
Quiz
- Quale pittore realizzò il grande ciclo decorativo di San Sebastiano e vi è sepolto?
- Tintoretto
- Paolo Veronese
- Tiziano
- Quale episodio biblico orna il soffitto della navata?
- La storia di Ester
- Il Giudizio di Salomone
- Le Nozze di Cana
- Quale particolarità rende le ante dell'organo così notevoli?
- Sono in marmo scolpito
- Sono dipinte su entrambe le facce e mutano secondo la funzione
- Furono dipinte dallo Scarpagnino

