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San Giobbe

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San Giobbe

Una pietra miliare del primo classicismo a Venezia

Lontano dai grandi percorsi turistici, nel sestiere di Cannaregio, non distante dal Ponte dei Tre Archi e dal Canale di Cannaregio, la chiesa di San Giobbe è uno dei monumenti in cui si coglie meglio il momento preciso in cui Venezia passa dal tardo gotico al vocabolario del Rinascimento. Dedicata a san Giobbe, figura veterotestamentaria della pazienza nella prova, la chiesa è legata ai frati minori osservanti, il ramo riformato e rigorista dell'ordine francescano che conosce una forte espansione nel Quattrocento. Il culto di Giobbe, associato alla protezione contro la peste e le malattie, spiega in parte il favore di cui godette il luogo presso i veneziani.

La ricostruzione dell'edificio, sul sito di un oratorio e di un ospizio più antichi, è avviata verso la metà del Quattrocento, attorno al 1450. La prima campagna è affidata ad Antonio Gambello, architetto ancora impregnato di forme gotiche: a lui spetterebbero, secondo l'attribuzione comunemente accettata, le parti basse e l'ossatura generale della navata, dove sopravvive una sensibilità tardo-medievale. È la seconda campagna a conferire a San Giobbe la sua portata storica. A partire dagli anni Settanta del Quattrocento, il cantiere passa nelle mani di Pietro Lombardo, scultore e architetto di origine lombarda stabilitosi a Venezia, capo di una bottega familiare (con i figli Tullio e Antonio) destinata a segnare durevolmente la città. A lui si devono il coro, la cupola che lo corona e il portale, realizzati in un arco cronologico che si colloca tradizionalmente tra il 1471 e il 1493 circa — datazione da confermare nel dettaglio.

Il fondatore e principale mecenate di questa fase è il doge Cristoforo Moro, eletto nel 1462, la cui devozione a san Bernardino da Siena e l'attaccamento agli osservanti sono documentati. Moro finanziò generosamente il coro, che destinò a diventare il proprio luogo di sepoltura: la sua tomba si trova nel coro, segnalata a terra da una lastra funeraria sobria, conforme allo spirito di umiltà francescano. Il portale scolpito e il coro voltato da una cupola su pennacchi figurano tra le primissime testimonianze, a Venezia, dello stile che si definisce «lombardesco»: un classicismo fondato sulla chiarezza geometrica, sulla finezza della decorazione scolpita a basso rilievo, sull'impiego di lesene, girali, medaglioni e di un'ornamentazione all'antica di grande delicatezza. Il portale, incorniciato da lesene e sormontato da figure di santi, illustra questo passaggio da un linguaggio gotico a una sintassi rinascimentale ancora giovanile ma già pienamente assunta.

La cappella Martini, i Della Robbia e la decorazione del coro

L'interno, di grande sobrietà, riserva diverse sorprese. La più inattesa è senza dubbio la cappella Martini, fondata da una famiglia di mercanti di origine lucchese stabilitasi a Venezia. Il suo interesse risiede nel soffitto in terracotta invetriata, attribuito alla bottega fiorentina dei Della Robbia — la dinastia di Luca, Andrea e Giovanni della Robbia che rese celebre la ceramica invetriata toscana, dagli azzurri e dai bianchi luminosi ravvivati da ghirlande di frutti e fogliami. Un'opera simile è di grande rarità a Venezia, dove la tradizione decorativa privilegiava il marmo, il mosaico e la pittura: la sua presenza testimonia gli scambi artistici tra la Toscana e la laguna e il gusto di una clientela mercantile sensibile alle novità fiorentine. L'attribuzione precisa a uno dei membri della bottega resta da definire.

Il coro di Pietro Lombardo costituisce l'altro grande fulcro di interesse. La sua cupola, i suoi pennacchi scolpiti — dove trovano posto, secondo l'iconografia consueta di questo tipo di programma, figure di angeli musicanti o simboli evangelici — e l'apparato marmoreo conferiscono a questo spazio un'elevazione e una luminosità nuove per l'epoca a Venezia. L'insieme si legge come un manifesto: la scultura architettonica vi predomina, in un serrato dialogo tra struttura e ornamento che resterà la firma della bottega Lombardo, attiva anche a Santa Maria dei Miracoli, capolavoro coevo dello stesso ambiente.

Ma San Giobbe è anche, e forse soprattutto, un luogo di memoria di opere oggi assenti. La chiesa ospitava in origine una delle pale più celebri del Rinascimento veneziano: la Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini, grande pala d'altare dipinta verso il 1487 (datazione da confermare). Questa monumentale «sacra conversazione» rappresenterebbe la Vergine col Bambino in trono, circondata da santi — tra cui san Giobbe e san Sebastiano, entrambi invocati contro la peste — e da angeli musicanti ai piedi del trono, entro un'architettura dipinta ad abside dorata che prolungava illusionisticamente lo spazio reale della cappella. Capolavoro della luce e dello spazio unificato, l'opera fu rimossa dalla chiesa e si troverebbe oggi conservata alle Gallerie dell'Accademia di Venezia; a San Giobbe, la collocazione d'origine, sul primo altare, ne conserva la memoria (copia o collocazione lasciata vuota, da verificare in loco). Allo stesso modo, una pala attribuita a Vittore Carpaccio, la Presentazione di Gesù al Tempio (verso il 1510, secondo l'attribuzione tradizionale), proveniva da questa chiesa e sarebbe anch'essa confluita nelle collezioni dell'Accademia. Occorre dunque leggere San Giobbe tenendo presente questa dispersione: lo scrigno è rimasto, ma diversi dei suoi gioielli pittorici sarebbero migrati verso il grande museo veneziano in seguito alle secolarizzazioni e ai riassetti del Settecento e dell'Ottocento.

Un compendio di storia veneziana

Al di là della sua architettura, San Giobbe racconta una storia veneziana densa: quella di un ordine riformato che cerca la sobrietà, di un doge che sceglie l'umiltà francescana per ultima dimora, di un cantiere che fa entrare il Rinascimento nella città attraverso la porta della scultura lombarda, e di un patrimonio pittorico che si è disperso. Vi si incontrano, disseminati nelle cappelle laterali e nel pavimento, monumenti funebri, lastre e opere di minore notorietà ma che compongono un insieme coerente. La chiesa conobbe, come molti istituti religiosi veneziani, le vicissitudini del periodo napoleonico e delle soppressioni degli ordini, che spiegano in parte gli spostamenti di opere. Restaurata e tuttora destinata al culto, resta oggi una meta di visita per chi voglia uscire dagli itinerari battuti e comprendere, alla prova dei fatti, la nascita dell'architettura rinascimentale a Venezia. La sua relativa discrezione è paradossalmente la sua forza: lontano dalla folla, offre una lettura quasi didattica del ribaltamento stilistico, dal gotico di Gambello al classicismo nascente di Pietro Lombardo.

Cosa vedere assolutamente

  • Il portale di Pietro Lombardo, alla cerniera tra gotico e classicismo lombardesco, con le sue lesene e le sue figure di santi.
  • Il coro voltato da una cupola, sepoltura del doge Cristoforo Moro, la cui lastra funeraria è fissata al pavimento.
  • La cappella Martini e il suo soffitto in terracotta invetriata attribuito alla bottega dei Della Robbia — una rarità fiorentina a Venezia.
  • La collocazione d'origine della Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini (v. 1487), oggi alle Gallerie dell'Accademia.
  • Il ricordo della pala di Carpaccio, anch'essa trasferita all'Accademia: San Giobbe come «scrigno» di opere disperse.

Informazioni pratiche

Chiesa situata nel sestiere di Cannaregio, all'estremità nord-occidentale di Venezia, in prossimità del Ponte dei Tre Archi e del Canale di Cannaregio; fermata del vaporetto «Tre Archi» a pochi passi. La chiesa è un luogo di culto ancora attivo, con orari di apertura limitati e variabili: informarsi in loco o presso le fonti ufficiali prima della visita (orari, eventuale biglietto d'ingresso e accesso alle cappelle non garantiti — informazioni da verificare, non inventate qui). Prevedere un abbigliamento adeguato, poiché l'accesso può essere limitato durante le funzioni.

Quiz

  1. Chi realizzò il coro, la cupola e il portale rinascimentale di San Giobbe?
  • a) Antonio Gambello
  • b) Pietro Lombardo
  • c) Giovanni Bellini
  1. Dove si trova oggi la celebre Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini?
  • a) Ancora in situ, sul suo altare d'origine
  • b) Alle Gallerie dell'Accademia di Venezia
  • c) Al Museo del Louvre, a Parigi
  1. Cosa rende la cappella Martini particolarmente rara a Venezia?
  • a) Un soffitto in terracotta invetriata attribuito alla bottega dei Della Robbia
  • b) Una cupola interamente dorata a foglia
  • c) Un pavimento a mosaico bizantino