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Rinascimento italiano

Palazzo Bartolini Salimbeni, l'insolenza romana in Piazza Santa Trinita

Florence

Palazzo Bartolini Salimbeni, l'insolenza romana in Piazza Santa Trinita

Ci sono facciate che, appena innalzate, diventano subito argomento di conversazione per un'intera città. Il Palazzo Bartolini Salimbeni fu una di queste. Sorto nel cuore di Firenze, sull'elegante Piazza Santa Trinita, a pochi passi dall'Arno e dalla colonna della Giustizia, rompe deliberatamente con la tradizione fiorentina del palazzo dal bugnato severo. Baccio d'Agnolo vi introduce, su una dimora privata, quel linguaggio dotto che si credeva riservato alle chiese e ai monumenti antichi. L'audacia fu tale che i fiorentini, si racconta, ne fecero oggetto di scherno — e che l'architetto rispose loro incidendo il proprio orgoglio nella pietra. Piccolo per dimensioni se paragonato ai giganti come Palazzo Strozzi o Medici Riccardi, questo palazzo occupa tuttavia un posto di riguardo nella storia del gusto: segna il momento in cui il classicismo romano varca le porte di Firenze.

Un palazzo che fece scandalo

All'inizio del Cinquecento la facciata del palazzo fiorentino obbedisce a una grammatica ben consolidata: pareti in pietra a bugnato, piani che si alleggeriscono salendo, un ordine sobrio e una solidità quasi difensiva ereditata dal Quattrocento. Il Palazzo Bartolini Salimbeni, invece, ribalta questa misura. Le sue finestre sono incorniciate da colonne e paraste, sormontate da timpani presi in prestito dal repertorio dei templi antichi; i portali si adornano di un apparato classico; una cornice «all'antica» corona l'insieme. Nulla di tutto ciò era davvero inedito a Roma, dove Bramante e i suoi eredi avevano rinnovato il linguaggio architettonico; ma a Firenze, su una casa di famiglia, la novità parve fuori luogo.

La tradizione racconta che i passanti deridessero questa facciata, giudicandola più degna di una chiesa o di un tempio che di un'abitazione. Si sarebbero presi gioco di quei timpani sovrapposti come di una pretesa smodata. Baccio d'Agnolo, lungi dal cedere, avrebbe scelto di zittire i beffardi incidendo un motto sulla propria opera — trasformando la critica in manifesto. L'aneddoto appartiene al folklore artistico fiorentino più che a una cronaca verificata, ma dice bene il turbamento suscitato: un edificio che, ai suoi tempi, costringeva lo sguardo a ricalibrarsi.

L'architettura: Baccio d'Agnolo e il linguaggio romano

Baccio d'Agnolo (1462-1543), falegname di formazione divenuto uno degli architetti più in vista di Firenze, aveva frequentato l'ambiente romano e meditato le lezioni dell'Antichità e di Bramante. Qui offre una vera lezione di ordine compositivo. La facciata si organizza con chiarezza: un basamento, poi piani scanditi da finestre regolari, ciascuna trattata come una piccola architettura autonoma. Il tratto più commentato è l'alternanza dei timpani: triangolari e curvilinei si rispondono da una finestra all'altra, motivo direttamente derivato dal repertorio romano e allora quasi sconosciuto alle dimore fiorentine.

Nelle incorniciature, colonne e paraste classiche strutturano le aperture e affermano una disciplina mutuata dagli ordini antichi; la cornice sommitale, aggettante, chiude la composizione con la solennità di un edificio pubblico. Dietro la facciata, il palazzo si articola, secondo l'uso fiorentino, attorno a un cortile interno. L'insieme non cerca la magniloquenza ma la giustezza dotta: è una dimostrazione di cultura architettonica non meno che una residenza. Volentieri si accosta questa impresa al Palazzo Pandolfini, ideato su disegno di Raffaello, altra porta d'ingresso del classicismo romano a Firenze in quegli stessi anni: due cantieri vicini nel tempo che, insieme, riorientano il gusto della città verso Roma.

Il motto e i dettagli

Il palazzo parla. Sulla sua facciata corre un'iscrizione, a fregio, che la tradizione restituisce con la formula latina «CARPERE PROMPTIUS QUAM IMITARI» — «è più facile criticare che imitare», replica tagliente attribuita all'architetto contro i suoi detrattori (la formulazione esatta resta da confermare: aVerifier). A questa arguzia risponde, nell'apparato decorativo, l'emblema del papavero, fiore del sonno e dell'oblio. Il motivo rimanda al motto stesso della famiglia committente, i Bartolini Salimbeni: «Per non dormire» — esortazione alla vigilanza e al merito conquistato con la fatica, che si ritrova associata a questa stirpe di mercanti e banchieri fiorentini.

Motto dotto e motto familiare si fanno così eco sulla pietra: l'uno difende l'audacia dell'artista, l'altro proclama la costanza dei proprietari. Queste iscrizioni e questi emblemi, oltre al bel gioco d'ingegno, partecipano appieno dell'architettura: la facciata diventa un testo da decifrare, in cui il senso si legge tanto nell'ornamento quanto nella proporzione.

Cosa vedere assolutamente

  • La facciata su Piazza Santa Trinita e la sua alternanza di timpani triangolari e curvilinei, firma dell'importazione romana a Firenze.
  • Le finestre incorniciate da colonne e paraste classiche, trattate come piccole architetture autonome.
  • Il fregio con il motto latino attribuito a Baccio d'Agnolo, risposta incisa ai beffardi.
  • L'emblema del papavero e il motto familiare «Per non dormire» dei Bartolini Salimbeni.
  • Il cortile interno, discreto prolungamento della lezione di ordine classico.

Informazioni pratiche

Il Palazzo Bartolini Salimbeni si erge su Piazza Santa Trinita, nel centro storico di Firenze, sulla riva settentrionale dell'Arno, a breve distanza dal Ponte Santa Trinita e da via de' Tornabuoni. La facciata si contempla liberamente dalla piazza, di giorno come di notte sotto l'illuminazione. L'edificio ospita oggi una struttura alberghiera; l'accesso agli spazi interni e al cortile dipende dunque da questo uso privato e non è garantito al pubblico. Le condizioni e gli eventuali orari di visita non sono qui precisati (aVerifier). Il sito si integra perfettamente in una passeggiata nel centro storico, iscritto al patrimonio mondiale dell'UNESCO dal 1982.

Quiz

  1. Quale motivo, con l'alternanza di forme triangolari e curvilinee, rese celebre la facciata? I timpani delle finestre, presi in prestito dal vocabolario romano
  2. Quale motto familiare, associato al motivo del papavero, orna il palazzo? «Per non dormire»
  3. A quale altro cantiere fiorentino degli stessi anni si associa l'introduzione del classicismo romano? Il Palazzo Pandolfini, ideato su disegno di Raffaello