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Rinascimento italiano

Palazzo Ricci

Rome

Palazzo Ricci

Un palazzo discreto, una facciata un tempo splendente

Il Palazzo Ricci si erge nel cuore del rione Regola, sulla piccola piazza de' Ricci che porta ancora il nome della famiglia, a pochi passi da via Giulia, l'arteria rettilinea aperta all'inizio del Cinquecento sotto Giulio II per ricucire i grandi equilibri urbani della Roma pontificia. Il quartiere, stretto tra il fiume e il Campo de' Fiori, concentrava allora banchieri, prelati e famiglie ambiziose che fecero costruire o rimaneggiare dimore degne del loro rango. Il palazzo, la cui edificazione risale alla metà del XVI secolo, appartiene a quella generazione di residenze aristocratiche che, senza raggiungere l'imponenza monumentale del vicinissimo Palazzo Farnese, affermavano la propria presenza attraverso la raffinatezza della decorazione più che con la sola massa della pietra.

Ciò che ha reso celebre l'edificio non è la sua pianta né il suo impianto architettonico, relativamente sobri, ma la sua facciata dipinta. Nel Cinquecento Roma conosce infatti una moda notevole: quella delle facciate interamente decorate ad affresco, che trasformavano la superficie dei palazzi in vere e proprie pagine illustrate offerte allo sguardo dei passanti. Questa pratica, particolarmente viva nei decenni 1520-1550, rispondeva a una logica insieme economica e retorica. Dipingere una facciata costava meno che scolpirla o rivestirla di marmi, pur consentendo di dispiegare un programma figurato ambizioso, carico di riferimenti all'Antichità e destinato a segnalare la cultura umanistica del committente.

La tecnica impiegata era generalmente quella del chiaroscuro, o grisaglia: composizioni monocrome, giocate sui valori del grigio, dell'ocra o della terra, che imitavano il rilievo scolpito e davano l'illusione di bassorilievi antichi o di statue collocate in nicchie finte. Questa scelta non era un ripiego ma una decisione estetica deliberata, coerente con il gusto all'antica del Rinascimento: la facciata diventava un manifesto archeologico, un frammento di Roma antica resuscitato in trompe-l'œil. Fregi istoriati, scene mitologiche o allegoriche, trofei d'armi, ghirlande e figure a figura intera vi si disponevano su più registri, separati da cornici dipinte che simulavano l'architettura reale.

Polidoro da Caravaggio e l'arte della facciata all'antica

Gli affreschi della facciata del Palazzo Ricci sono tradizionalmente attribuiti a Polidoro da Caravaggio e al suo socio Maturino da Firenze (Maturino Fiorentino). Questi due artisti, formatisi nell'ambito di Raffaello all'epoca dei grandi cantieri vaticani, si fecero una specialità, negli anni Venti del Cinquecento, di queste decorazioni di facciata a chiaroscuro. Passano per essere stati i maestri incontrastati del genere a Roma, al punto che il loro nome resta legato alla memoria stessa di quelle facciate dipinte oggi quasi tutte scomparse. L'attribuzione degli affreschi Ricci a questa coppia va considerata con la prudenza che si impone per questo tipo di decorazione fragile e abbondantemente copiata: essa rientra in una tradizione antica, plausibile sul piano stilistico, ma che conviene formulare al condizionale.

Polidoro, originario di Caravaggio in Lombardia, avrebbe sviluppato un linguaggio grafico nervoso, tutto in movimento, ispirato ai rilievi antichi, ai sarcofagi e alla colonna Traiana, che trasponeva sui muri dei palazzi romani con una virtuosità narrativa lodata dai contemporanei. Maturino, fiorentino, gli sarebbe stato strettamente associato, al punto che le fonti antiche faticano talvolta a distinguere le rispettive mani. La loro collaborazione fu bruscamente interrotta dal Sacco di Roma del 1527, catastrofe che disperse gli artisti della città e segnò la fine di questa prima grande ondata di facciate dipinte; Polidoro lasciò allora Roma per l'Italia meridionale.

Sul Palazzo Ricci, il programma dipinto doveva, con ogni verosimiglianza, dispiegare fregi istoriati all'antica: scene ispirate alla storia o alla mitologia romana, figure eroiche, cortei e finti rilievi organizzati in fasce orizzontali. Il soggetto preciso dei fregi non può tuttavia essere descritto con certezza oggi, tanto lo stato di conservazione è degradato. È questo il dramma di questo tipo di decorazione: esposti alle intemperie, al dilavamento, al sole e all'inquinamento, gli affreschi di facciata sono di estrema vulnerabilità. A differenza delle pitture d'interno, protette dai muri, essi subiscono in pieno le aggressioni del clima urbano nel corso dei secoli.

Così la facciata del Palazzo Ricci non restituisce più oggi che un ricordo assai sbiadito del suo splendore passato. Gli affreschi, estremamente indeboliti, si lasciano indovinare più che leggere: tracce di composizioni, ombre di figure, fantasmi di fregi che lo sguardo esperto ricostruisce a fatica. Questa cancellazione, lungi dall'essere aneddotica, costituisce proprio il valore documentario del monumento. Essa mostra, meglio di qualsiasi discorso, il destino di un intero versante dell'arte romana del Cinquecento: quelle decine di facciate dipinte che fecero la reputazione visiva della città e di cui non sopravvive, qua e là, che qualche tenue vestigio, spesso meglio conosciuto attraverso i disegni e le incisioni che le copiarono che dagli originali stessi.

Un testimone fragile della Roma del Cinquecento

Comprendere il Palazzo Ricci significa dunque accettare di guardare in modo diverso. Il visitatore che si aspettasse un capolavoro splendente sarà dapprima disorientato dalla modestia apparente di questa facciata consumata. Ma per chi conosce la storia della decorazione urbana romana, l'edificio acquista tutt'altra densità: è uno dei rari superstiti, in loco, di una pratica artistica maggiore e oggi quasi del tutto estinta. Là dove tante facciate dipinte sono totalmente scomparse sotto gli intonaci, i restauri o l'erosione, questa conserva, anche solo allo stato di traccia, la testimonianza fisica di ciò che fu la Roma policroma della prima metà del Cinquecento.

Il palazzo si inscrive così in una rete di significati che oltrepassa i suoi muri. Nelle immediate vicinanze, via Giulia offre un compendio dell'urbanistica papale del Rinascimento, mentre il vicinissimo Palazzo Farnese incarna la versione monumentale e scolpita del prestigio aristocratico. Tra questi illustri riferimenti, il Palazzo Ricci rappresenta una via diversa, più modesta nei mezzi ma altrettanto ambiziosa nell'intento: quella della decorazione dipinta, dell'illusione, della cultura ostentata sulla superficie stessa dell'edificio. La sua collocazione discreta, lontana dal trambusto, invita a una passeggiata attenta in un tessuto urbano rimasto notevolmente fedele alla sua organizzazione antica.

L'interesse della visita risiede precisamente in questa lezione dello sguardo. Davanti al Palazzo Ricci si impara a leggere i palinsesti della città, a indovinare sotto l'usura le intenzioni originarie, a misurare la fragilità delle opere esposte. Il manierismo romano, di cui Polidoro fu uno degli interpreti più originali nel campo della facciata, trova qui un vestigio commovente, tanto più prezioso quanto più minacciato. È un monumento per intenditori avvertiti, per flâneur curiosi di storia dell'arte, per tutti coloro che preferiscono alle evidenze spettacolari il piacere più sottile di ricostruire, con l'immaginazione e il sapere, una magnificenza svanita.

Cosa vedere assolutamente

  • La facciata dipinta stessa, da osservare con pazienza e in luce radente: vi si intuiscono ancora le tracce di fregi istoriati e di composizioni a chiaroscuro.
  • Il gioco del trompe-l'œil all'antica, dove la grisaglia imitava finti bassorilievi e figure antiche simulate, da ricostruire mentalmente sotto l'usura.
  • La piazza de' Ricci stessa, piccolo slargo intimo che offre la distanza necessaria per abbracciare l'insieme della facciata.
  • Il contesto urbano immediato: la vicinanza di via Giulia e del Palazzo Farnese, per cogliere il contrasto tra decorazione dipinta e prestigio scolpito.
  • Il monumento come caso esemplare della vulnerabilità degli affreschi di facciata, testimone di una moda romana oggi quasi interamente scomparsa.

Informazioni pratiche

Il Palazzo Ricci è una proprietà privata: non è visitabile all'interno. La sua facciata dipinta si osserva liberamente dallo spazio pubblico, sulla piazza de' Ricci, nel rione Regola, in prossimità di via Giulia. Non si applica alcuna biglietteria né orario, poiché solo l'esterno è accessibile allo sguardo. Per apprezzare i resti della decorazione, assai sbiadita, conviene privilegiare una luce radente, al mattino presto o al calar del giorno, che fa risaltare i finti rilievi e le tracce di composizione. Trattandosi di una piazza piccola e residenziale, la visita si svolge nel rispetto della tranquillità dei luoghi.

Quiz

  1. Quale tecnica caratterizza gli affreschi della facciata del Palazzo Ricci?
  • Il chiaroscuro (grisaglia) che imita rilievi antichi
  • Il mosaico dorato a fondo oro
  • Il rivestimento di maiolica policroma
  1. A quali artisti si attribuiscono tradizionalmente questi affreschi?
  • Polidoro da Caravaggio e Maturino da Firenze
  • Michelangelo e Raffaello
  • Il Bernini e il Borromini
  1. Perché questi affreschi sono oggi molto sbiaditi?
  • Perché, dipinti in facciata, hanno subìto le intemperie nel corso dei secoli
  • Perché furono volontariamente ricoperti di marmo
  • Perché non furono mai portati a termine