HitsMap

Rinascimento italiano

Palazzo Alberini

Rome

Palazzo Alberini

Una tappa discreta nella Roma di Leone X

Il Palazzo Alberini, noto anche con il nome di Palazzo Alberini-Cicciaporci, si erge nel rione Ponte, a due passi dal Tevere e dal ponte Sant'Angelo, lungo l'asse che un tempo collegava il cuore bancario della città alle vicinanze del Vaticano. La sua facciata, a lungo sottovalutata dai passanti frettolosi, occupa nondimeno un posto singolare nella storia dell'architettura: è considerata uno dei tentativi in cui si elabora ciò che gli storici hanno preso l'abitudine di chiamare il « palazzo raffaellesco », vale a dire un modo nuovo di pensare il rapporto tra l'ordine, la campata e il muro che li sorregge.

L'edificio appartiene alla generazione dei grandi cantieri romani del primo Cinquecento, negli anni che seguono l'insediarsi duraturo del papato umanistico e l'irradiarsi delle botteghe chiamate a ornare e a costruire la città. Se ne colloca generalmente l'ideazione e l'edificazione intorno al 1515-1521, senza che una cronologia perfettamente documentata possa essere avanzata con certezza; questi estremi vanno dunque maneggiati con prudenza. Il palazzo sarebbe stato commissionato dalla famiglia Alberini, prima che il nome dei Cicciaporci vi si aggiungesse nel corso dei passaggi di proprietà — una vicenda patrimoniale il cui dettaglio resta da precisare e sulla quale conviene non affermare nulla di definitivo.

Ciò che colpisce l'occhio avvertito è la sobrietà sapiente dell'insieme. Là dove altri palazzi coevi moltiplicano gli effetti, l'Alberini sceglie una grammatica trattenuta, quasi austera, in cui ogni elemento pare soppesato. Questa economia di mezzi non è povertà: traduce una ricerca, quella di una facciata che non sia più una semplice parete forata, ma un sistema articolato, coerente, in cui le parti dialogano secondo una logica quasi musicale. È in questo che l'edificio interessa anzitutto lo storico dell'architettura, più che l'amatore del fasto.

Il dibattito sull'attribuzione: Raffaello, Giulio Romano e l'« invenzione » della facciata

Il nome che ricorre più spesso a proposito dell'Alberini è quello di Raffaello. L'attribuzione, seducente, va tuttavia enunciata al condizionale: la documentazione antica è lacunosa, e oggi si evita di fare di ogni palazzo del primo terzo del secolo un'opera autografa del maestro urbinate. Sarebbe più giusto dire che il progetto appartiene alla cerchia di Raffaello, a quella cultura architettonica che egli avrebbe contribuito a formare nei suoi ultimi anni romani, quando assumeva, tra le altre cariche, la direzione dei grandi cantieri della città.

Una seconda ipotesi, largamente discussa, attribuisce l'esecuzione — se non addirittura una parte dell'ideazione — a Giulio Romano, l'allievo più dotato e più inventivo della bottega, colui che di lì a poco avrebbe portato a Mantova una maniera personale, più tesa, più incline al gioco e alla trasgressione delle regole. Alcuni storici hanno visto nella facciata dell'Alberini tratti che annuncerebbero già questa sensibilità: una fermezza un po' brusca, un gusto per il contrasto tra le superfici lisce e gli elementi aggettanti. Altri vi leggono al contrario l'idea di un maestro trasmessa a una mano d'esecuzione. Allo stato attuale, la ripartizione esatta dei ruoli tra Raffaello ideatore e Giulio Romano esecutore rimane oggetto di dibattito, che va presentato come tale senza scioglierlo.

Al di là della disputa dei nomi, la posta in gioco è comprendere che cosa questo palazzo apporti all'evoluzione del tipo. La grande questione degli architetti romani di quegli anni è il trattamento della facciata urbana: come ordinare un muro di più livelli, come distribuirvi le finestre, come suggerire un ordine — colonne o lesene — senza necessariamente dispiegarlo in modo monumentale. L'Alberini si segnala per la regolarità delle sue campate, per una scansione netta che instaura un ritmo continuo su tutta la lunghezza della facciata. Il pianterreno, più massiccio, svolge il ruolo di basamento; i piani nobili ricevono incorniciature di finestre trattate con cura, in cui si sarebbe cercato di far coesistere la funzione (illuminare, aprire) e la messa in forma architettonica (incorniciare, ritmare, gerarchizzare).

Questa ricerca si iscrive in un dialogo implicito con i modelli anteriori, in particolare l'invenzione bramantesca della campata ritmata e le lezioni dell'Antichità che tutta questa generazione rilegge con passione. Il « palazzo raffaellesco » designa precisamente quel momento in cui la facciata cessa di essere un'addizione di aperture per diventare una composizione ragionata: l'ordine non è più soltanto un decoro applicato, esso struttura la lettura del muro, e il muro, di rimando, afferma la propria materialità tra gli elementi che lo articolano. L'Alberini, per la sua stessa misura, permette di osservare questo passaggio allo stato quasi teorico, come un esercizio in cui l'idea conta più dell'ornamento.

Ciò che l'edificio racconta della città

Collocare l'Alberini significa anche leggere un frammento della Roma del Rinascimento. Il rione Ponte, stretto nell'ansa del Tevere, fu uno dei quartieri più vivaci della città: luogo di passaggio verso il Vaticano, quartiere d'affari e di banche, terreno d'insediamento per le famiglie che volevano iscriversi nel paesaggio urbano attraverso la pietra. Costruirvi un palazzo era un atto sociale non meno che architettonico. La facciata, rivolta verso la strada, si indirizzava ai passanti; la sua misura, la sua correttezza, la sua modernità dicevano il rango e il gusto del committente.

Il palazzo ha conosciuto, come tanti edifici romani, una storia lunga fatta di rimaneggiamenti, di cambi di proprietà e di adattamenti, di cui sarebbe imprudente pretendere di restituire qui il dettaglio. Il doppio nome Alberini-Cicciaporci testimonia da solo queste vite successive. Ancora oggi l'edificio si inserisce in un tessuto urbano denso in cui gli strati si sovrappongono, ed è dalla strada che va apprezzato, prendendosi il tempo di seguire con lo sguardo la logica della sua facciata anziché cercare un decoro spettacolare. È uno di quei monumenti che ricompensano l'attenzione e deludono la fretta: la loro bellezza è di ordine intellettuale, sta nella giustezza di un rapporto, nell'intelligenza di una soluzione. A questo titolo l'Alberini merita il suo posto in una storia dell'architettura del Rinascimento italiano, non come un capolavoro sfolgorante, ma come un anello lucido, un caso di scuola in cui si delinea, sotto un'apparente sobrietà, una delle grandi invenzioni del secolo.

Cosa vedere assolutamente

  • La regolarità delle campate: seguire con lo sguardo il ritmo continuo che scandisce tutta la facciata, marchio del « palazzo raffaellesco ».
  • Il rapporto tra l'ordine e il muro: osservare come gli elementi verticali articolino la parete senza schiacciarla.
  • Il trattamento del pianterreno come basamento, più massiccio, contrapposto alla messa in forma più curata dei piani nobili.
  • Le incorniciature delle finestre, in cui si legge la ricerca di un accordo tra funzione e forma architettonica.
  • La sobrietà d'insieme, da assaporare come una scelta intellettuale piuttosto che come un'assenza di fasto.

Informazioni pratiche

Il palazzo si trova nel rione Ponte, lungo la via del Banco di Santo Spirito, non lontano dal ponte Sant'Angelo e dal Tevere, nel centro storico di Roma. Si tratta di una proprietà privata: l'interno non è visitabile. La facciata, invece, è liberamente visibile dalla strada, a qualsiasi ora, ed è da lì che la si apprezza. Il quartiere, molto centrale, si percorre agevolmente a piedi a partire dai dintorni di Castel Sant'Angelo e si presta a una passeggiata architettonica. Non vi è alcuna informazione di orari o tariffe da fornire, non essendo l'edificio un luogo di visita.

Quiz

  1. A quale ambiente artistico si ricollega più spesso il Palazzo Alberini ?
  • Alla cerchia di Raffaello
  • Alla bottega del Bernini
  • Alla scuola di Giotto
  1. Quale allievo di Raffaello viene talvolta accreditato dell'esecuzione della facciata ?
  • Giulio Romano
  • Il Caravaggio
  • Andrea Palladio
  1. Che cosa permette soprattutto di osservare la facciata dell'Alberini ?
  • L'elaborazione del « palazzo raffaellesco » e il rapporto ordine/campata/muro
  • Un decoro barocco lussureggiante
  • Un'architettura tardo-gotica